DA OGGI, KILLSHOT

Pubblicato su Elmore Leonard, books, traduzione con i tag , , il 7 Luglio, 2009 da lconti

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In libreria da oggi.

Se volete un assaggio del primo capitolo, lo trovate qui.

BAZELL: RASSEGNA STAMPA (2)

Pubblicato su Josh Bazell, books con i tag , il 3 Luglio, 2009 da lconti

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Ottima recensione di Andrea Pelfini su Sugarpulp.

Ah, tra l’altro il romanzo di Bazell è, al momento, il titolo più venduto del catalogo Einaudi, nonché al sedicesimo posto assoluto nella classifica delle librerie Feltrinelli. Non male.

PIETRAFREDDA

Pubblicato su James Sallis, Stefano Di Marino, books con i tag , , il 29 Giugno, 2009 da lconti

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Amate il noir? Allora non potete permettervi di ignorare questo libro, 118 densissime pagine di uno dei più brillanti narratori italiani, Stefano Di Marino. In questo piccolo capolavoro si viaggia su un altro pianeta, rispetto a un buon 95% della produzione “di genere” nostrana (e uso il termine tra virgolette proprio perché Stefano rivendica orgogliosamente la sua connotazione artigianale, il non volersi negare alcuna esperienza, entrando e uscendo a piacimento dall’action thriller, la spy story, il noir, l’avventura pura e semplice e così via).

Questo romanzo breve mi ha ricordato moltissimo un altro piccolo capolavoro di lunghezza quasi analoga, il sottovalutato Drive di James Sallis, e chi conosce la mia smisurata stima per il buon James saprà anche che, per quanto mi riguarda, non si tratta di una lode da poco. Anzi, direi proprio che Pietrafredda, rispetto a Drive, è l’altra faccia della medaglia: una storia che presenta molte analogie e vista, in questo caso, da una prospettiva completamente europea. Ma la tensione (anche, e soprattutto, morale) che anima i due libri è pressoché la stessa.

Insomma, davanti a un autore che ha già al suo attivo una produzione smisurata, non ha senso dire che è nato uno scrittore. Ma, con Pietrafredda, un bravo autore si è trasformato in uno scrittore coi fiocchi.

Il libro è pubblicato da Alberto Perdisa Editore, nella collana BabeleSuite/PerdisaPop diretta da Luigi Bernardi, e costa 9 euro.

ELMORE LEONARD: KILLSHOT

Pubblicato su Elmore Leonard, books, traduzione con i tag , , il 28 Giugno, 2009 da lconti

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A diciannove anni dalla sua prima pubblicazione italiana (allora si intitolava Il Corvo ed era uscito per Interno Giallo, tradotto da Lidia Perria), uno dei romanzi più intensi di Elmore LeonardKillshot, torna nelle librerie italiane con una traduzione nuova di zecca: forse uno dei lavori più impegnativi che abbia mai dovuto affrontare.

Sono molto orgoglioso del risultato. Spero che vi piaccia. E ne approfitto per ringraziare Luisa Piussi, che ha lavorato con me su una prima bozza di traduzione, ben tre anni fa, nonché Alessandra Montrucchio, ottima scrittrice e traduttrice in proprio, ma qui nelle vesti di editor: simply the best.

Ecco cosa dice il sito di Einaudi:

Traduzione di Luca Conti

In uscita a inizio luglio
Stile Libero Noir
pp. 324 
€ 18,00
ISBN 9788806180430

Dal maestro del noir contemporaneo, un grande romanzo d’azione: la storia di una caccia all’uomo che, dal Canada all’America profonda, ci svela il lato piú oscuro e violento della terra dei sogni.

Per i dialoghi memorabili, il senso infallibile dei luoghi e dei paesaggi, una galleria di personaggi originali, piú veri del vero, Killshot è considerato dalla critica uno dei capolavori di Elmore Leonard. Ha ispirato il film omonimo, diretto da John Madden (Shakespeare in Love), con Mickey Rourke nella parte del killer Blackbird.

Carmen e Wayne Colson sono due persone normali, segnate dalla vita, che hanno ormai accettato un’esistenza ordinaria, fatta di piccole cose e di pretese ancor piú modeste. La loro unica colpa: trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e sventare, piú per istinto che per ragionamento, un tentativo di estorsione violenta. Da quel giorno, niente sarà piú lo stesso. Costretti a fuggire, inseguiti da un killer professionista, Blackbird, e dal sociopatico Richie Nix, scopriranno che perfino il programma protezione testimoni dell’FBI, che li accoglie, è retto dalle stesse regole che hanno appena appreso a loro spese: violenza, inganno, sfruttamento spietato. 
E si troveranno a lottare da soli per poter sopravvivere.

BAZELL: RASSEGNA STAMPA

Pubblicato su Josh Bazell, books, traduzione con i tag , , il 26 Giugno, 2009 da lconti

Recensione di Giuseppe Genna, tratta da Carmilla (e, a quanto ho capito, apparsa – o apparirà –  in versione ridotta anche su Vanity Fair).

Josh Bazell: VEDI DI NON MORIRE

di Giuseppe Genna

Immaginatevi il peggior ospedale di Manhattan, la vita di corsia vista dallo sguardo di un internista che non è il Dr. House: è un killer della mafia. Ma è molto più brillante del Dr. House. Se il medico zoppo del serial tv è brillante, l’internista mafioso Peter Brown allora è fluorescente. Un esempio? Questo: “L’Anadale Wing, il piccolo reparto di lusso dell’ospedale, si sforza di sembrare un hotel. La reception ha un pavimento di linoleum in simil legno e uno scemo in smoking che strimpella il pianoforte. Se fosse davvero un hotel, comunque, offrirebbe un’assistenza sanitaria migliore. Secondo voi basta essere pieni di soldi per ricevere un’assistenza sanitaria superiore alla media? Date un’occhiata a Michael Jackson”. Questo cinico esilarante imperdibile memorabile protagonista di Vedi di non morire (Einaudi Stile Libero, 18.50 euro), esordio narrativo di Josh Bazell, è il personaggio letterario americano più memorabile dai tempi di Tyler Durden, lo schizoide di Fight Club, bestseller di Chuck Palahniuk. E Vedi di non morire è il nuovo Fight Club.

bazell.jpgChi ha amato il romanzo di Palahniuk o il film che ne ha tratto Fincher deve assolutamente leggere il romanzo di Bazell. E’ urgentissimo, altrimenti rischiate troppa noia. Rimediate a questo disastro che è la vostra vita: Josh Bazell vi tirerà su il morale e l’umore. Anzitutto perché, scrivendoVedi di non morire, il morale se lo è tirato su da solo: l’ha scritto durante i turni di notte nell’ospedale in cui lavora. Uno si dice: “Toh, un medico ha scritto un libro!”. No: Bazell ha duecento lauree, tra cui quella in letteratura inglese, e si sente. Arriva davvero al livello del miglior Palahniuk, che ultimamente è sceso al livello del peggior Palahniuk. Ha scritto sul serio un mezzo capolavoro, che ritengo imperdibile, e che con Fight Club condivide la sorte.
Anzitutto perché si stanno contendendo i diritti di pubblicazione all’estero a colpi di offerte che sembrano transazioni di Gordon Gekko in Wall Street. E poi perché è probabile che, come la coppia Brad Pitt & Edward Norton ha portato su grande schermo il personaggio di Palahniuk, così pare imminente che a interpretare l’indimenticabile killer ospedaliero Peter Brown sarà Leonardo Di Caprio, innamoratosi del romanzo (fallo, Leo: ti supplico). Si sussurra su Web che Quentin Tarantino dirigerà questo incredibile e sganasciante thriller. Scelta opportuna, soprattutto per Tarantino: Vedi di non morire ha lo stile e la trama più prossimi a Pulp Fiction che mi sia capitato di incontrare in anni di faticosa ricerca.
Peter Brown secondo l’anagrafe si chiamerebbe Pietro Brwna e secondo la mafia del clan Locano si chiamerebbe Orso. Figlio di padre italiano (non siculo!) e di madre ebrea polacca americana hippie, è stato allevato dai nonni, che lui ha trovato in tenera età massacrati nel salotto di casa. La sua famiglia è diventata quindi un’altra: quella, appunto, dei Locano, che sono più cruenti ma anche più surreali dei Soprano. Noi inconsapevoli lettori troviamo questo accrocchio semiumano, ipercinico e violentissimo ma anche caritatevole (a modo suo), in qualità di internista connesso a un programma di recupero dal carcere. Peter Brown è La Cosa dei Fantastici Quattro abitata dallo spirito di David Letterman. E’ disincantato e competentissimo nelle diagnosi e nelle terapie allucinanti che effettua, svelando il dietro le quinte che mai e poi mai vorreste conoscere (e invece lo volete conoscere tantissimo, non solo io che sono un noto ipocondriaco): ciò che accade davvero nel luogo in cui ci curano, cioè l’ospedale.
Siamo a livello di E.R. girato col Marlon Brando del Padrino.
E’ Gray’s Anatomy dove tutti hanno preso più LSD di quanto già non facciano sul set.
Peter Brown ha un tormentone: è la Grande Mietitrice, cioè la morte. E’ evocata ovunque, ed è prevedibile se un omicida mafioso sta in corsia. Non è prevedibile invece che, tra i pazienti, gli capiti un membro della famiglia Locano, con il cancro in fase terminale. Il tumorato riconosce l’Orso e gli crea un problema paradossale: se muore, i trascorsi di Peter Brown riemergeranno e sarà per lui una fine lenta e dolorosa. Taccio dei trascorsi di Peter Brown con la famiglia mafiosa, per evitare di rovinare la suprema suspence del romanzo di Bazell.
Per quanto avvincente e, come dicevo, di pressante suspence (laddove l’aggettivo viene usato letteralmente, rimandando a certe presse utilizzate dai mafiosi per convincere, con indebito rolfing, a cantare), ciò che lascia esterrefatti della scrittura di Bazell sono le folgorazioni umoristiche – una girandola di raudi che farebbe la fortuna di qualunque sceneggiatura, una non tanto distensiva e continua meditazione pop fatta con le armi (usato letteralmente: come sopra) del pop stesso:

“Per i bianchi con le pezze al culo, Un tranquillo weekend di paura è l’equivalente del Padrino per i mafiosi”.”La ‘Trendelenburg rovesciata’ è la posizione in cui i piedi di un paziente si trovano a un livello più basso della testa. La ‘Trendelenburg (e basta)’ significa invece il contrario: piedi più in alto, testa più in basso. Nessun chirurgo sulla faccia della terra si farebbe mai beccare a chiedere un semplice Sollevagli la testa oppureAbbassagliela. Vi siete mai chiesti perché ci hanno messo quattro ore a togliervi l’appendice?”

“La cornetta viene messa giù. Oggigiorno capita solo coi telefoni pubblici”.

“Nessuno viene morsicato da uno scoiattolo volante”.

“La gente pensa che l’oceano sia il simbolo della vita e della libertà. Ma se la natura ha barriere invalicabili queste sono le spiagge, che tutti venerano al pari dello spazio profondo o della morte o di ogni altra cosa in grado di respingerti senza pietà”.

“Ritrovarsi sudati fradici anche all’interno di una cella frigorifera vuol dire, forse, essersi spinti un po’ troppo in là”.

In pratica, Arthur Schopenhauer che si reincarna in David Sedaris dopo avere visto dall’aldilà tutte le puntate del Dottor Kildare.

Da anni cercavo un autore che mi facesse catapultare dalle risate e pensare a questo modo, ridandomi quello che Palahniuk e Tarantino non mi hanno più dato. Beh: l’ho trovato. Se non leggete Vedi di non morire, attenti a quando sarete ricoverati in qualche ospedale: potrei essere il vostro infermiere e non avrò pietà.

ELMORE SPEAKS

Pubblicato su Elmore Leonard, books, traduzione con i tag , , il 23 Giugno, 2009 da lconti

“The next time the members of the Swedish Academy think about giving the Nobel Prize for literature to an American, they should take a look to Elmore Leonard” –Philadelphia Enquirer

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Una lunga e molto interessante intervista rilasciata il mese scorso da Elmore Leonard a James Mustich, in occasione dell’uscita di Road Dogs, la cui traduzione italiana è prevista per il 2010 (ci sono ben 4 romanzi di Leonard in arrivo, nelle librerie italiane, e tutti tradotti dal vostro affezionatissimo: tra poco, credo un paio di settimane, tocca a Killshot, poi – entro l’anno – sarà la volta di Up in Honey’s Room).

Ecco un piccolo estratto, in cui Leonard parla del romanzo che sta scrivendo in queste settimane, Djibouti:

JM: How far along are you in the next novel, the one about the pirates?

EL: Page 138 — a little bit more than a third of the way through. I’m going to call it Djibouti, because I love the sound of that word. People say, “What’s Djibouti?” Or if they know it’s a city, “Where is it?” In the first 138 pages, I’ve probably got the word Djibouti 20 times. And the woman in the book who’s making the documentary, Dara, she’s going to call her documentary Djibouti, too. She says, “I don’t care if there’s no connection. I just love the word, and I’m going to call it Djibouti.” [LAUGHS]

UN ANNO

Pubblicato su books, my books, traduzione con i tag , , il 20 Giugno, 2009 da lconti

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The Big LebowskiAre you employed, sir?
The DudeEmployed?
The Big LebowskiYou don’t go out looking for a job dressed like that? On a weekday?
The DudeIs this a… What day is this?

Nei giorni scorsi Last of the Independents ha compiuto un anno e io – noto per dimenticarmi ricorrenze ben più importanti di questa - neanche me ne sono accorto.

In dodici mesi ci sono state oltre trentamila visite, che non mi sembrano poche, anzi; il solo pensiero che, per qualche decina di migliaia di volte, a qualcuno sia venuto in mente di guardare cosa stavo architettando io mi provoca una leggera vertigine.

Grazie a tutti.

OGGI LE COMICHE

Pubblicato su Josh Bazell, books con i tag , il 19 Giugno, 2009 da lconti

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Mi piace vincere facile, dite? Be’, in effetti non ci voleva poi molto, a prevedere che nell’intervista a Josh Bazell che appare oggi sul Venerdì di Repubblica si sarebbero ben guardati dall’indicare il traduttore. E così è stato.

Insomma, da quanto sono prevedibili non c’è neanche più gusto a raccontare le loro gesta (anche se chiamarlo “Bazall”, nell’occhiello, e ben visibile, è un tocco di classe mica male).

Ma non disperate: ci sono sempre gli effetti speciali. E che effetti!

Nell’articolo, la giornalista riesce ben due volte (una sola non bastava; metti che a qualcuno fosse sfuggito) a svelare il colpo di scena con cui si chiude il libro. Vi rendete conto? Come se nulla fosse, il Venerdì racconta a tutti quanti come va a finire il romanzo. E adesso? Cosa lo leggete a fare?

Credevo di averle viste tutte, ma non era così. Mi sbagliavo della grossa.

Quindi, se vi incuriosisce Vedi di non morire e avete una mezza idea di comprarlo, NON LEGGETE IL VENERDI‘ di questa settimana.

TANTO PER CAMBIARE

Pubblicato su Josh Bazell, books, traduzione con i tag , , il 18 Giugno, 2009 da lconti

Sulla Repubblica di oggi, firmata non dal primo redattore di passaggio ma da uno scrittore di buona notorietà come Sandro Veronesi (non l’ultimo degli sconosciuti, insomma), ben una pagina è dedicata alla recensione di Vedi di non morire di Josh Bazell, tradotto dal sottoscritto. Be’, in una pagina intera – non una breve, un box o quel che volete voi – neanche una riga viene spesa per citare il nome del traduttore, malgrado Veronesi non si periti di attingere largamente alla traduzione italiana.

Per aggiungere il danno alla beffa, e lo scrivo oggi con una vaghissima probabilità di essere smentito ma sapendo già come andrà a finire, sul Venerdì di Repubblica in edicola domani è annunciata un’intervista all’autore stesso, nella quale prevedo di non trovare scritto il mio nome neanche usando un cannocchiale, come nella migliore tradizione degli articoli di quel supplemento (so io, e lo sa qualche altro collega, la fatica che c’è voluta col Venerdì per far citare i traduttori almeno nella pagina dei libri).

Quel che mi dà più fastidio in tutte queste vicende, a parte la mancanza di rispetto nei confronti di chi lavora e lo stupore per vedersi ignorato non tanto da un giornalista, cosa alla quale ho fatto il callo, ma da uno scrittore tradotto anche all’estero, è l’enorme quantità di tempo che alla fine dei salmi viene sottratta al mio lavoro. Per dire: adesso sono le undici passate e non ho ancora tradotto una riga, oltre a essere incazzato come una iena, pardon my French.

E tutto questo all’unico, ormai deprimente scopo di far capire agli italiani che i libri non si traducono da soli (quest’ultima frase l’ho detta e scritta così tante volte che la vorrò come epitaffio sulla tomba). Il bello è che, a lungo andare, i lettori hanno iniziato ad accorgersene. I giornalisti no.

Quindi, per farvi capire alla perfezione come mi sento oggi, lascio la parola al dottor Josh Bazell e al suo improbabile servizio di consulenza medica:-)

BEAT THE REAPER – IL SITO

Pubblicato su Josh Bazell, books con i tag , il 17 Giugno, 2009 da lconti

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Il sito dell’edizione americana di Vedi di non morire.

VEDI DI NON MORIRE

Pubblicato su Josh Bazell, books con i tag , il 16 Giugno, 2009 da lconti

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In libreria da oggi.

Se volete un assaggio del primo capitolo, lo trovate qui.

INTERVISTA

Pubblicato su books, traduzione con i tag , il 3 Giugno, 2009 da lconti

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Qualche settimana fa, gli irrefrenabili agitatori di Sugarpulp – Matteo Strukul e Matteo Righetto – mi hanno voluto intervistare per il loro sito. Se a qualcuno può interessare (possibile?) leggere i miei vaneggiamenti, sono tutti qui.

JOHN HARVEY: LADRI A NOTTINGHAM (2)

Pubblicato su John Harvey, books con i tag , il 29 Maggio, 2009 da lconti

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Può darsi, come si dice da qualche tempo, che il giallo e il noir, in Italia, «tirino». Beh, sì, può darsi. Ma, davanti alle tonnellate di recensioni dell’ennesimo poliziesco scandinavo – genere del quale, ormai, nessun editore nostrano può permettersi di fare senza, come si evince dal disperato svuotamento anche dei fondi di magazzino e dalla pubblicazione di mattoni che ci mettono minimo seicento pagine a dire cose che potevano benissimo essere compresse in trecento – o dell’ennesimo polpettone con serial killer (nostrano o d’importazione), ci sono un sacco di romanzi di alta qualità che finiscono per essere trascurati dalla stampa e, di conseguenza, dal pubblico.

Ladri a Nottingham ne è un esempio. Certo, non ha nessuna delle caratteristiche che vanno oggi per la maggiore. Pensate un po’, un giallo senza neanche un morto! Eppure è un eccellente crime novel, un libro con personaggi fuori del comune e caratterizzati in maniera indimenticabile. Se vi piace Elmore Leonard, provate anche questo romanzo. Potreste rimanere piacevolmente sorpresi.

WILLEFORD AL CINEMA

Pubblicato su Charles Willeford, books, movies con i tag , , il 27 Maggio, 2009 da lconti

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Charles Willeford in veste di arbitro di combattimenti tra galli, nel film Cockfighter (1974) di Monte Hellman, tratto dal romanzo omonimo.

THE SWITCH

Pubblicato su Elmore Leonard, books con i tag , il 26 Maggio, 2009 da lconti

The Switch

Nel 1978 un quindicenne Quentin Tarantino fu portato in guardina per aver rubato una copia di The Switch dagli scaffali di un emporio della sua città. Non si trattava sicuramente della rara edizione che vedete riprodotta più in alto e che ho appena passato allo scanner (ovvero quella inglese del 1979, l’unica mai uscita in versione rilegata) ma del tascabile Bantam: negli USA, difatti, il romanzo era uscito direttamente in economica.

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Il libro è oggi considerato – a torto, secondo me – un’opera minore di Leonard, anche se all’epoca ottenne una nomination all’Edgar Award come miglior paperback dell’anno ma fu sconfitto dal dimenticatissimo Franklin Bandy (1914-87) con Deceit and Deadly Lies, pubblicato in Italia nel 1980 su Segretissimo come La bugia corre sul filo.

Ma, nel quadro complessivo della Commedia Umana concepita da Leonard, The Switch è significativo anche perché costituisce la prima parte di Rum Punch (ovvero Jackie Brown), romanzo che uscirà ben quattordici anni dopo, nel 1992, e che – come tutti sanno – sarà portato sullo schermo nel ‘97 proprio da Tarantino, con Samuel L. Jackson e Robert De Niro nella parte dei cialtronissimi farabutti Ordell Robbie e Louis Gara.

Scambio

In Italia il libro è uscito nel 1982 come Scambio a sorpresa, è rimasto una settimana in edicola e da allora non è stato mai più ristampato. Toccherà rimetterci le mani, prima o poi, anche perché la vecchia traduzione ha la sua bella dose di problemi (”Mickey held her body rigid as the pale hood followed the headlight beams through the curves,” a pagina 2, diventa “Rigida come un palo, Mickey seguiva il fascio dei fari tra le curve.” Peccato che il “pale hood” non sia un palo ma il cofano bianco della macchina…).

SWAG

Pubblicato su Elmore Leonard, books con i tag , il 24 Maggio, 2009 da lconti

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Uno dei pochi romanzi di Leonard ancora inediti in Italia, Swag è anche tra i suoi migliori in assoluto. Era anche uno dei pochi che non avevo mai letto (assieme al suo seguito, Stick), ma ho rimediato nelle scorse settimane. Non sapevo proprio cosa mi stavo perdendo.

Si tratta del più evidente punto di contatto tra Leonard e Charles Willeford, in particolare il Willeford di Tiro mancino (che, nella sua forma attuale, è apparso solo nel 1987, anche se la parte dedicata alle gesta di Stanley Sinkiewicz era già uscita nel 1962 come No Experience Necessary, mentre Swag è del 1976). Sarà per questo che mi è piaciuto così tanto. E ne verrebbe fuori un grande film.

Non vedo l’ora di tradurlo, anche se non potrà apparire in libreria prima del 2011, visto che con Einaudi abbiamo già deciso i Leonard per il 2009 e il 2010 (quest’anno tocca a Killshot – che arriva in libreria a giugno – e a Up in Honey’s Room, ovvero il seguito di Hot Kid, che uscirà in autunno; i titoli del 2010 ve li svelerò tra qualche mese).

EDDIE COYLE IN DVD

Pubblicato su George V. Higgins, books, movies con i tag , , il 20 Maggio, 2009 da lconti
A stretto giro di posta, vale a dire appena 35 anni dopo la sua uscita, la versione cinematografica di The Friends of Eddie Coyle approda al DVD. Per ora soltanto negli Stati Uniti, ma è probabile che appaia anche da noi. Diretto da Peter Yates, questo è forse il più bel film di Robert Mitchum nonché, in assoluto, una delle migliori trasposizioni su grande schermo di uno dei capolavori del noir.
Coyle

ANCORA UN MESE…

Pubblicato su Josh Bazell, books con i tag , il 16 Maggio, 2009 da lconti

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LAWYERS, GUNS AND MONEY

Pubblicato su Douglas Winter, books con i tag , il 8 Maggio, 2009 da lconti

Winter

Del primo romanzo che ho tradotto per Einaudi, nell’ormai lontano 2001, potete vedere la copertina qui sopra. Ma difficilmente riuscirete a procurarvelo, adesso, fuori catalogo com’è da tempo (meriterebbe, in effetti, una ristampa, ma non dipende da me). Perché, allora, stamattina mi sono arrampicato sugli scaffali di casa – impresa, questa, ad altissimo rischio, una vera palestra d’ardimento come quella del Gruppo T.N.T – per rintracciarne una copia (scoprendo, con una certa sorpresa, di averne ben due)? Perché negli ultimi giorni mi è capitato di leggere delle notiziole di un certo interesse che spingerebbero a consigliarvi, se solo poteste farlo, la rilettura dell’apocalittico noir di Winter.

Da un lato, la dichiarazione di Gianni Alemanno che – presumo – nella sua veste istituzionale di sindaco di Roma ha ritenuto opportuno stigmatizzare una presunta e nefasta influenza dei media sugli adolescenti, puntando soprattutto il dito sulla fiction Romanzo Criminale; che, a suo dire, finirebbe per idealizzare la violenza e proporre ai giovani una serie di role models esclusivamente delinquenziali, mitizzando addirittura l’uso delle armi.

Dall’altro, la recente intervista rilasciata dal presidente del consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, Edouard Ballaman, nella quale costui ha estratto – in presenza del giornalista che gli poneva le domande – una Smith & Wesson .357 Magnum e l’ha piazzata sulla scrivania. «E’ per difesa personale,» ha poi chiosato l’ex questore della Camera davanti allo stupore del giornalista, dichiarando di possedere regolare porto d’armi (meno male) e di essere stato invitato ad armarsi nientemeno che dalla Digos, a causa di non meglio precisate minacce di morte da parte di certi fondamentalisti islamici e della sua amicizia con Pim Fortuyn e Theo van Gogh, il politico e il regista olandesi assassinati negli scorsi anni. «Però la tengo chiusa in un armadio dell’ufficio,» ha concluso, lasciando – a me, perlomeno – un certo dubbio sulle capacità deterrenti e di autodifesa di un’arma tenuta sottochiave.

La terza cosa che mi ha spinto a scrivere questo post è il notevole pezzo apparso qualche giorno fa su uno dei miei blog preferiti, talk is cheap, il cui titolare – che la sa lunga – ha parlato diffusamente di un libro di grande interesse come Kalashnikov, il fucile del popolo, scritto da Michael Hodges e pubblicato da Tropea.

Il sottoscritto, che non sfiora il grilletto di un’arma (e che arma!) dal lontano 1986, durante il servizio militare in quel di Salerno, quando pur di non fargli ripetere le sue grottesche performance al poligono di tiro l’avevano spedito a suonare le tastiere alle serate danzanti del circolo ufficiali, il sottoscritto – dicevo – si è paradossalmente ritrovato nell’ultimo decennio, malgré lui, a doversi fare una notevole cultura nel settore a forza di tradurre carrettate di noir e persino di western. E, fosse vero quel che dice Alemanno, a quest’ora dovrebbe girare per la strada, come scrive Elmore Leonard in Hot Kid, «con due automatiche calibro 45 infilate in due fondine legate alle gambe con corregge di cuoio.»

Comunque, dai meandri del sito Einaudi ho ripescato anche un’intervista che feci, all’uscita di Corri!, proprio a Douglas Winter, e che potete leggere qui. Il buon Douglas, che è uno dei massimi esperti mondiali di horror e che a suo tempo sembrava promettere – per l’appunto – fuoco e fiamme, da allora non ha più pubblicato niente e oggi fa in prevalenza il musicista. D’altra parte non scriveva certo per vivere, essendo all’epoca uno dei più grossi avvocati americani, specializzato in disastri aerei e relative cause milionarie.

Insomma,è sempre Lawyers, Guns and Money, come diceva l’unico e solo Warren Zevon.

GRAND MASTER

Pubblicato su James Lee Burke, books con i tag , il 2 Maggio, 2009 da lconti

Qualche giorno fa, nel corso dell’annuale cerimonia per il conferimento dei premi Edgar, James Lee Burke ha ricevuto – assieme all’illustre collega Sue Grafton –  l’ambitissimo Grand Master Award, il premio alla carriera assegnato dai Mystery Writers of America. Mai riconoscimento fu più meritato, e va anche detto che Burke è uno dei pochissimi autori – l’altro è T. Jefferson Parker – ad aver anche vinto due volte l’Edgar per il miglior romanzo dell’anno (il detentore del record, con ben tre vittorie, è l’ex fantino britannico Dick Francis, anche lui Grand Master  e oggi novantenne, e i cui romanzi pare siano stati scritti, in realtà, dapprima dalla moglie Mary e, alla scomparsa di quest’ultima, dal figlio Felix).

Certo, sapere che il piacevole ma non eccezionale Francis ha vinto tre volte l’Edgar, mentre Elmore Leonard solo una e James Crumley mai, così come Ellroy o Wambaugh, lascia qualche dubbio. Comunque…

Il video riporta un’intervista fatta a Burke poco prima della consegna del premio e nella quale lo scrittore parla diffusamente del ruolo (sociale e culturale) della crime fiction nel panorama della letteratura americana.

Colgo l’occasione per ricordare, a chi interessa, che toccherà al sottoscritto tradurre l’ultimo romanzo di Burke con Dave Robicheaux, Swan Peak.

Per me è un vero onore.

E C’È CHI SI LAMENTA…

Pubblicato su John Harvey, Kazuo Ishiguro, books con i tag , , il 30 Aprile, 2009 da lconti

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Questa, in anteprima, è la copertina del nuovo romanzo di John Harvey, che uscirà in UK l’8 maggio. A settant’anni appena compiuti, Harvey mantiene un ritmo invidiabile (un romanzo l’anno, certe volte due). Eppure…

Scriveva Kazuo Ishiguro, sul Guardian del 27 aprile scorso:

“There comes a point when you can count the number of books you’re going to write before you die. And you think, God, there’s only four left.”

E commenta Harvey, dal cui blog ho tratto quest’annotazione:

“It took me several times of reading before I realised there wasn’t a “thank” before the word “God”.

“SOTTO UN CIELO CREMISI” – RASSEGNA STAMPA (1)

Pubblicato su Joe R. Lansdale, books con i tag , il 30 Aprile, 2009 da lconti

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Ecco cosa scrive Stefano Gallerani sul Manifesto del 29 aprile:

Torna la coppia di improbabili detective che esordì quindici anni fa

L’ultima trama dello scrittore texano, tra esplosioni di crudeltà e senso etico dell’esistenza

Immagini folgoranti, una lingua spedita, quell’umorismo nostalgico e disilluso che è ormai un marchio di fabbrica, e ovviamente il Texas, più che uno Stato, un vero e proprio state of mind. Ma non solo. Tra gli elementi ricorrenti nella scrittura di Lansdale (nato nel ‘51 a Gladewater, tra le contee texane di Upshur e Gregg), la strana coppia Hap e Leonard, gli improbabili detective da lui inventati nel 1990, che nel tempo si è trasformata nella vera e propria metafora di una visione etica della vita. Da quando hanno fatto la loro prima comparsa, in Una stagione selvaggia, fino a Capitani oltraggiosi (entrambi per Einaudi), le avventure in cui sono rimasti coinvolti li hanno ripetutamente messi di fronte al dilemma della sopravvivenza: da che parte stare quando è il momento di prendere una decisione. Un interrogativo che svela l’ipocrisia di qualsiasi fede o convinzione. E l’effetto narrativo è tanto più riuscito e evidente in quanto Lansdale affida la scelta a due personaggi che non sono propriamente degli eroi impeccabili, quasi a ribadire che al confronto con l’oggettività dei fatti non esiste mai una versione univoca, e al tempo stesso soggettiva, della realtà.

A questo dispaccio non fa eccezione nemmeno il settimo titolo del ciclo di Hap e Leonard (o il nono se si includono anche i racconti Veil’s Visit e Killer Chili). Uscito in contemporanea con l’edizione statunitense, il romanzo Sotto un cielo cremisi (traduzione di Luca Conti, Fanucci Editore, Collezione Vintage, pp. 312, euro 17,00) ci conduce da subito nel cuore della trama. Come Hap, strappato di sera alle braccia della fidanzata dall’amico Leonard, così anche noi ci troviamo immediatamente invischiati nel losco giro in cui bazzica Gadget, la nipote sbandata dell’ex poliziotto Marvin Hanson, un vecchio amico di Hap e Leonard. Le tracce in filigrana appartengono agli schemi classici del noir esistenziale mentre atmosfere e «caratteri» – la figura del misterioso killer Vanilla Ride – riportano direttamente all’epica western. Quella che era cominciata come una semplice spedizione punitiva per dare una lezione a un fidanzato manesco non tarda a diventare una situazione ingestibile, e se sul momento tutto sembra «essere rientrato nella normalità» non è che per presagire la tempesta che seguirà al breve istante di quiete. Ma per salvare la pelle non esistono buone maniere, Hap e Leonard lo hanno imparato più volte a loro spese. In un mondo violento e spietato, vivere secondo coscienza incarna più che un’utopia: è una vera e propria contraddizione. Dopotutto, la sopravvivenza non concede molte opportunità agli scrupoli morali.

«Me l’aveva sempre detto mia madre – confessa Hap in carcere – di stare lontano dalle armi, e in effetti – anche se le sapevo usare ed ero dotato di una buona mira – mi avevano sempre messo a disagio, così come ero d’accordo sul fatto che non sono le armi a uccidere la gente, bensì altra gente; però, se vuoi ammazzare qualcuno, un’arma da fuoco ti semplifica di gran lunga il compito». Se vuoi o se devi? È questa la domanda che sostiene l’intero scheletro della scrittura sincopata di Lansdale. Nei momenti critici quello che vuoi fare è così diverso da quello che devi che per sopravvivere puoi solamente piegare il primo al secondo, anche se una volta agito di conseguenza non c’è traccia di sollievo né di speranza; niente oltre l’impressione che «qualcosa abbia cambiato posizione per cadere in profondità, tra le ombre»; le ombre dalle quali è emerso e alle quali non può che tornare. C’è da scommettere che per Lansdale quel qualcosa sia quanto più prossimo a ciò che Hap e Leonard avrebbero forse il pudore di chiamare il «senso della vita».

[la foto in apertura è tratta dal film di Don Coscarelli Bubba Ho-Tep, con Bruce Campbell - a sinistra - e l'immortale Ossie Davis (LC)]

IL RITORNO DI CHESTER HIMES

Pubblicato su Chester Himes, books con i tag , , il 28 Aprile, 2009 da lconti

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Qualche mese fa avevo parlato di Chester Himes e del suo fantastico Corri uomo corri, da me tradotto per la vecchia Giano e uscito nel 2005, ma da tempo fuori catalogo. Si tratta di uno dei romanzi fondamentali di un grandissimo scrittore americano, al di là di ogni etichetta di genere, come sa benissimo chi ha letto Vite difficili di James Sallis, uno dei suoi massimi estimatori e studiosi (nonché biografo ufficiale). Sono felice di annunciare che il romanzo torna finalmente disponibile in libreria grazie alla lungimiranza di Meridiano Zero, e riporto di seguito i risvolti di copertina (che per questa edizione ho scritto io, quindi di più non potevo davvero fare…). Un ringraziamento doveroso va a Marco Vicentini e al suo vulcanico ufficio stampa Matteo Strukul. Harlem rules!

Testimone involontario di un duplice, brutale omicidio a sangue freddo, il giovane studente nero Jimmy Johnson – che lavora come inserviente notturno in una tavola calda di Harlem – diventa a sua volta bersaglio dell’implacabile assassino, un agente di polizia corrotto e ferocemente razzista che vive in uno stato di perenne ubriachezza. Teatro di questa convulsa caccia all’uomo è una Harlem surreale e iperrealista, una sorta di girone dantesco i cui abitanti si dividono tra cattivi e ancor più cattivi, oltre che una Manhattan mai così ostile e impenetrabile, pronta a respingere chiunque bussi alle sue porte in cerca d’aiuto. E l’apparente lieto fine con cui si conclude la vicenda nasconde invece un terribile doppio fondo in cui il cinismo e il pessimismo cosmico dell’autore trovano, per l’ennesima volta, la loro conferma.
Spremendo fino all’osso uno dei più antichi luoghi comuni del thriller, l’innocente in fuga braccato dalle forze del male, Chester Himes confeziona in questo romanzo una delle sue messinscene più macabre, i cui frequenti elementi di tragicommedia non fanno altro che rinforzarne la visione apocalittica e il nichilismo portato alle estreme conseguenze, soprattutto per quanto riguarda il perverso rapporto tra bianchi e neri. A partire dal magistrale, lunghissimo alternarsi di piani sequenza che apre il romanzo, settanta pagine di fulminante adrenalina che alternano il punto di vista dell’assassino e delle sue vittime, per poi focalizzarsi definitivamente sul testimone in fuga, Himes organizza una folle gimcana per le strade, le case e i locali della metropoli newyorkese ma allo stesso tempo, pur nell’angoscia della caccia, riesce a dipingere un minuzioso quadro della vita quotidiana nella Harlem degli anni Cinquanta, in un brulicante turbinio di cabaret equivoci, bische clandestine, botteghe di barbiere e stazioni di polizia: un mondo popolato da personaggi grotteschi e dominato dall’avidità e dal disprezzo, un sabba infernale in cui la differenza tra gli uomini è fatta dai soldi e dal colore della pelle.

Chester Himes, nato a Jefferson City (Missouri) nel 1909 da una famiglia della media borghesia nera e scomparso in Spagna nel 1984, fin da adolescente ha avuto grossi guai con la giustizia – truffe, emissione di assegni a vuoto, furti d’ogni genere – che culmineranno, nel 1929, con una condanna dai venti ai venticinque anni per rapina a mano armata. È in carcere, all’inizio degli anni Trenta, che inizia a scrivere e pubblicare (firmandosi, all’inizio, col numero di matricola) e nel 1936, al suo rilascio, decide di intraprendere la carriera dello scrittore, pubblicando alcuni notevoli romanzi a sfondo sociale che non ne decreteranno però il successo.
Amareggiato e in serie difficoltà economiche, costretto ad accettare una serie di lavori saltuari e di bassa lega pur di sbarcare il lunario, nel 1952 Himes parte per l’Europa, dove trascorrerà il resto della sua tormentata esistenza, rientrando negli Stati Uniti per brevissimi periodi e non più di un paio di volte.
Himes è autore di diciassette romanzi, uno dei quali rimasto incompiuto, che appartengono in prevalenza al cosiddetto «Ciclo di Harlem» che gli ha dato la celebrità e tra cui ricordiamo
Rabbia a Harlem, Cieco, con la pistola, Soldi neri e ladri bianchi.

IL NUOVO LANSDALE

Pubblicato su Joe R. Lansdale, Josh Bazell, books con i tag , , il 23 Aprile, 2009 da lconti

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Eccolo qui, appena uscito in libreria.

312 pagine, 17 euro.

Traduzione di Luca Conti.

Be’, tornare a tradurre Champion Joe dopo tre anni mi ha fatto molto piacere, anche perché il libro è particolarmente scoppiettante e, per fortuna, politicamente molto scorretto. Col prossimo romanzo, qualunque esso sia, dovrò inventarmi nuove forme di turpiloquio perché, tra questo e Beat the Reaper di Josh Bazell, credo di averle consumate quasi tutte…

Aggiornamento: sul Giornale è appena uscita un’intervista a Lansdale a proposito del libro, nella quale – ovviamente – si citano particolari importanti come il numero delle pagine (sbagliato: sono 312, non 224) e il prezzo, ma come da secolare abitudine di gran parte della stampa italiana non si fa menzione, neanche per sbaglio, del nome del traduttore. Visto che il più delle volte, ormai, il traduttore è citato da giornali e periodici solo quando ha fatto un cattivo lavoro, potrei anche ritenermi soddisfatto; però questo non mi impedisce di dire che si tratta di un pessimo modo di fare informazione.

Insomma, visto che io ci metto la faccia, gradirei che lo facessero anche gli altri.

L’intervista la trovate qui.

GRAN BOLLITO

Pubblicato su Charles Willeford, Clint Eastwood, movies con i tag , , il 22 Aprile, 2009 da lconti

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Recensione A

Un grande film sulla tolleranza, sui nuovi americani, sui rapporti tra giovani e vecchi, tra genitori e figli. Una grande prova d’attore per un Clint Eastwood poche altre volte così intenso ed espressivo. La scoperta che i veri affetti non sono mai quelli che ci vengono proposti dalle convenzioni sociali, bensì quelli che si costruiscono un passo alla volta, superando le diffidenze tra i popoli e le barriere della lingua. Una splendida storia di formazione.

Recensione B

Walt Kowalski, operaio dell’industria automobilistica oggi in pensione (e interpretato da un Clint Eastwood che qui utilizza al meglio la seconda delle due espressioni facciali che gli attribuiva Sergio Leone, ovvero quella senza cappello) è quasi sicuramente il più temibile rompicoglioni della storia del cinema: scorbutico, arrogante, razzista, sboccato, in possesso di un arsenale da far invidia all’ispettore Callaghan e aggressivo in maniera spropositata (anche se, va detto, è vessato quotidianamente da un prete forse più rompicoglioni di lui, che cerca di convertirlo a tutti i costi; ed è forse l’unico momento del film in cui davvero si vorrebbe incitare il vecchio Clint a tirare fuori la pistola e usarla come si deve). Il Kowalski (fresco vedovo, per fortuna di sua moglie) si trova coinvolto, suo malgrado ma neanche tanto, in una sorta di faida tra i suoi vicini di casa (una famiglia di immigrati Hmong di dimensioni mostruose: saranno almeno 35-40 persone, a dir poco) e una gang minorile composta da teppisti ben armati e legati – come dubitarne – da rapporti di parentela con l’immane famiglia medesima. Dopo ben due ore di film, la gang si rompe giustamente le palle e provvede a far secco il vecchio Kowalski, ignorando che di lì a non molto sarebbe con buone probabilità già morto per conto suo (amianto? Silicosi?) dopo essersi clamorosamente andato a confessare dal temibile prete di cui sopra e aver vergato un trombonesco testamento grazie al quale può continuare a rompere i coglioni anche dall’aldilà, tutte cose che Dirty Harry si sarebbe guardato bene dal fare. Ma erano altri tempi.

Recensione C

Potessimo rovistare tra i libri che lo sceneggiatore Nick Schenk ha sul comodino, non ci sorprenderebbe affatto trovarci una copia di Tiro mancino, il capolavoro di Charles Willeford. La prima oretta del film – che è in effetti la migliore – sembra infatti presa in gran parte dalla storia di Stanley Sinkiewicz, con delle coincidenze davvero troppo incredibili per non essere volute. Ma, purtroppo, della sacrosanta cattiveria di Willeford qui non c’è traccia, e il film vira ben presto verso situazioni iperprevedibili, per non dire telefonate. Peccato, perché le premesse non erano malvage, ma l’esito finale non sembra poi ’sta gran cosa.

JAMES G. BALLARD (1930-2009)

Pubblicato su James G. Ballard, books il 19 Aprile, 2009 da lconti

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LYLE LOVETT

Pubblicato su Lyle Lovett, music con i tag , il 7 Aprile, 2009 da lconti

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Uscito due anni fa, e neanche me n’ero accorto. Recuperato solo ora. Ne valeva la pena, in effetti. Proprio un bel disco.

JAMES CRUMLEY PARLA CON LAURA LIPPMAN (seconda parte)

Pubblicato su James Crumley, Laura Lippman, books con i tag , , il 5 Aprile, 2009 da lconti

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(foto di Chad Harder)

LAURA LIPPMAN: Tu ci sei proprio nato, in Texas, e questa è una cosa di cui i texani non fanno altro che vantarsi. Almeno quelli che conosco io. Ma ho sempre avuto la sensazione che il tuo rapporto col Texas sia sempre stato molto controverso. Perché ti ritieni una sorta di changeling? Non ti sei mai sentito a casa, laggiù?

JAMES CRUMLEY: Ci siamo trasferiti nel New Mexico durante la seconda guerra mondiale, ed è laggiù che ho cominciato a intendere e volere, in una cittadina chiamata Deming che stava nel bel mezzo del deserto. Questo è stato il mio imprinting. Quando sono rientrato in Texas frequentavo la seconda elementare, e… Be’, le piccole città del Texas, se non ci sei nato, nessuno vuole averci a che fare, con te. E per farmi accettare ne ho combinate di tutti i colori. Il baseball è l’unico motivo che mi ha spinto a finire il liceo. Avevano organizzato un torneo di baseball, subito dopo il diploma, e per giocare in quel torneo sono stato costretto a diplomarmi.

LL: E hai anche giocato a football. Pensavo che bastasse questo, in Texas, per restare simpatico a tutti.

JC: Già, ma io non stavo simpatico a nessuno. Ero in gamba, ma restavo sulle scatole a tutti.

LL: A quanto so sei stato uno studente modello, il che mi suona davvero strano, visto che non mi sembri proprio il tipo da starsene fermo a fare i compiti in classe.

JC: In un liceo del Texas, negli anni Cinquanta? Figurati, di essere i primi della classe erano capaci tutti. Il voto di cui andavo più orgoglioso era la sufficienza in educazione civica… Mai portato un libro a casa, per studiare, ma nei compiti in classe ero una scheggia. Tutta ’sta storia mi ha creato un sacco di problemi. Un ragazzotto bianco con le pezze al culo, ma che va benissimo a scuola? Non sono cose che vanno d’accordo, di solito. E io mi sono sempre trovato un po’ tra l’incudine e il martello, con questi mondi inconciliabili. Ecco perché in Texas non mi sono mai sentito a casa. In Montana sì. È l’unico posto che mi ha dato questa sensazione.

LL: Mi ero fatta st’idea leggendo la citazione di Steinbeck, da Viaggio con Charley, che hai messo in epigrafe alla Terra della menzogna. «Il Montana mi sembra proprio l’idea che un ragazzino potrebbe farsi del Texas a forza di sentir parlare i texani.»

JC: Aspettavo da una vita il momento buono per usarla, questa citazione. Qualcuno, una volta, ha detto che il Montana è identico al Texas. Solo che è pieno di suore e non c’è neanche un cazzo di battista. Sono arrivato qui nel 1966 senza riuscire più ad andarmene sul serio, cristo.

LL: Eppure hai donato il tuo archivio alla Texas State University, San Marcos. Come mai? Perché proprio quella università? Dev’essere una delle poche in cui non hai mai insegnato [da metà degli anni Sessanta all'inizio degli Ottanta Crumley ha insegnato scrittura creativa non solo nel Montana, ma anche all'University of Arkansas, Fayetteville, alla Colorado State University, al Reed College di Portland, Oregon, alla Carnegie-Mellon e alla University of Texas, El Paso].

JC: Perché mio padre è nato proprio da quelle parti, nella Hays County. Ma ho il sospetto che farei meglio a riprendermi ogni cosa. Il curatore del fondo è venuto qui e si è portato via tutto, anche i fascicoli dei miei tre divorzi e il caschetto rigido di quando facevo l’addetto alle trivellazioni. Insomma, non lo so come ha fatto a finire laggiù, tutta ’sta roba. Comunque va bene lo stesso. Sai, adesso che sto invecchiando, ci sono tre cose che mi piacerebbe vedere prima di morire: un bel po’ di buone notizie sui giornali, un’altra bella macchina a trazione posteriore tipo una BMW o qualcosa del genere, e che la gente del Montana la piantasse di chiamarmi «quel texano del cazzo.»

LL: Com’è che ti è venuta la passione per i libri? C’è stato un momento in cui hai deciso di diventare uno scrittore?

JC: Ho imparato a leggere da solo. A dodici anni ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo, un poliziesco influenzato dai libri di Mickey Spillane che le mie zie (e anche mie coetanee, tra l’altro) nascondevano sotto il materasso. Al college mi sarò specializzato in almeno otto materie diverse, prima di laurearmi in Storia. In realtà, quando mi sono iscritto al master in scrittura creativa nello Iowa, non mi ero ancora laureato, giù in Texas. Ma ero stato nell’esercito, e avevo visto come funzionava la burocrazia. Così mi sono iscritto lo stesso, e per beccarmi ci hanno messo sei, forse otto mesi. A quel punto mi sono laureato in Storia alla Texas A&I, ma per corrispondenza… E stavo già frequentando il master nello Iowa.

LL: Ti piaceva, lassù?

JC: In Iowa? Come essere in paradiso. Per la prima volta ero in mezzo a gente che leggeva, scriveva e parlava di un sacco di roba. Per quanto mi riguarda, in Iowa è stato fantastico. C’erano Richard Yates, Kurt Vonnegut… e io ero il più giovane della compagnia.

LL: Com’è che hai fatto a finire laggiù? Non credo che fosse così facile, per uno studente della Texas A&I di Yorksville, farsi venire in mente che alla University of Iowa c’era un Writers’ Workshop.

JC: C’era un tizio a Kingsville, giù in Texas, che girava voce fosse uno scrittore, così sono andato a fargli vedere un po’ delle mie stronzate e lui mi ha detto: «Magari faresti meglio a leggere un po’ di poesia moderna, prima di provarci anche tu.» Allora mi sono messo a leggere tutto quel che mi capitava sottomano, e alla fine gli ho portato qualche altra poesia. «Sai una cosa?» ha detto lui, «mi sa che dovresti provare con la narrativa.» Dopo il secondo racconto, mi ha suggerito di iscrivermi al Writers’ Workshop su in Iowa. Io avevo già deciso di andare alla University of Washington per laurearmi in Storia dell’Unione Sovietica e poi farmi assumere dalla CIA. Invece sono andato in Iowa.

(continua)

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(foto di Lee Nye, scattata verso la metà degli anni Settanta davanti al Trixi’s Antler Saloon di Ovando, Montana: “un piccolo grande localino da pescatori,” come scrive Crumley nel primo capitolo dell’Ultimo vero bacio)

JOHNNY STACCATO

Pubblicato su Frank Kane, Johnny Staccato, movies, music con i tag , , il 3 Aprile, 2009 da lconti

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Il jazz nei telefilm è nato con Peter Gunn. Anzi, no; è nato alla radio con Richard Diamond, nel 1949, quando gli investigatori privati televisivi erano ancora nella mente di Giove.

Richard Diamond, private eye newyorkese poi trasferito a Los Angeles, fu creato da Blake Edwards, che ne diresse una sessantina di episodi da trenta minuti per la Nbc fino al 1953. La parte del protagonista era stata affidata a Dick Powell, attore di buon livello che, se da un lato aveva interpretato sul grande schermo Philip Marlowe nel notevole Murder, My Sweet di Edward Dmytryk (1944), dall’altro aveva una lunga esperienza jazzistica come clarinettista, sassofonista e cantante a Pittsburgh, negli anni Trenta. Il suo Diamond non era un «duro», ma risolveva i casi più col cervello che con i pugni; e, soprattutto, sfogava una grande passione per il jazz alla fine di ogni episodio, che si concludeva con una canzone da lui interpretata. Il successo radiofonico di Richard Diamond fu tale che nel 1957, al diffondersi del mezzo televisivo, Powell si riciclò come produttore incaricando lo stesso Edwards di trasformare Diamond in una serie tv per la Cbs. Fu scelto come interprete David Janssen (1931-1980), che avrebbe poi raggiunto la fama come il dottor Kimble di The Fugitive, mentre la colonna sonora fu affidata a Frank DeVol (e in seguito, guadagnandoci parecchio nel cambio, a Pete Rugolo).

Parallelamente, la Nbc chiese a Edwards di progettare una serie analoga, con un nuovo protagonista. Nacque così Peter Gunn: amante del cool jazz, frequentatore di jazz club, cento volte più sofisticato e distaccato di Richard Diamond, il detective – interpretato da Craig Stevens – ottenne un successo trionfale, con 3 stagioni e ben 114 episodi. Ma quel che davvero cambiò le carte in tavola fu l’uso rivoluzionario del jazz nella celeberrima colonna sonora, opera di Henry Mancini (che aveva accettato il lavoro pensando si trattasse di un western).

Poi, il 10 settembre 1959, fu la volta di John Cassavetes e del suo Johnny Staccato, una serie di tale portata rivoluzionaria da venire interrotta dopo una sola stagione e 27 episodi: sufficienti, però, per far entrare il personaggio e le sue avventure nella memoria collettiva degli appassionati della tv. Johnny Staccato era un pianista bebop che sbarcava il lunario come investigatore privato («Cinque anni fa ho messo la tessera del sindacato musicisti in naftalina,» diceva, «quando mi sono reso conto che il mio talento viaggiava un’ottava sotto la mia ambizione»), e già l’apertura del primo episodio, The Naked Truth, lasciava capire che qui, col jazz, si faceva sul serio: un jazz club newyorkese, il Waldo’s, una band formata da Pete Candoli, Barney Kessel, Red Norvo, Red Mitchell, Shelly Manne e lo stesso Cassavetes al pianoforte; ovvero il Johnny Staccato che al termine del brano viene chiamato al telefono, passa dal guardaroba, prende il soprabito e una calibro 38 e si getta in strada. La caccia è aperta.

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Già dal secondo episodio, però, il ritmo e il montaggio si fanno più frenetici, e i titoli di testa (col vetro che si rompe, e Cassavetes che spara dritto in faccia al telespettatore) sono tra i più belli nell’intera storia della tv. In realtà, malgrado la sua splendida interpretazione, del tutto dirompente per l’epoca, e l’aver diretto personalmente cinque episodi della serie, Cassavetes aveva accettato la parte assai controvoglia, soprattutto per saldare alcuni grossi debiti accumulati per girare Shadows, il memorabile film che gli appassionati di jazz associano alla colonna sonora di Charles Mingus. E la recitazione di Cassavetes in Johnny Staccato è già capace di rompere schemi e convenzioni del nascente telefilm poliziesco. Come fa ben notare Lee Server, storico del cinema e della letteratura di genere, le innovazioni di Johnny Staccato sono molteplici, fin dalla fondamentale scelta di scartare l’atteggiamento cool di Richard Diamond e Peter Gunn a favore di un’atmosfera densa, tetra, spesso quasi provocatoria, affidata a un interprete dalla recitazione volutamente sopra le righe, dalla pronuncia tagliente e boppistica (il bop newyorkese, però, non la variante californiana di Peter Gunn), quasi anfetaminica. Immersa in una giungla di personaggi borderline, tra gangster e tossici, la serie è ammantata da una minacciosa aria di violenza e sa proiettare l’immagine di una città autentica (molte scene venivano girate per le strade di Manhattan, non ricostruite in studio), traboccante di oscuri e loschi segreti.

Il pubblico della tv, come c’era da aspettarsi, non era ancora pronto per una così massiccia dose di realismo, e la serie durò ben poco.  Ma Johnny Staccato è rimasto nella storia come uno dei momenti più alti della tv in bianco e nero, e ciò che oggi sembra innovazione (in The Shield o The Wire, o in western-noir come Deadwood) era in realtà già stato pensato e sviluppato fin da quel 10 settembre 1959.

TRADUZIONI IN USCITA

Pubblicato su Chester Himes, Elmore Leonard, James Lee Burke, James Sallis, Joe R. Lansdale, Josh Bazell, Robert Rotenberg, books con i tag , , , , , , , il 28 Marzo, 2009 da lconti

Ecco alcune delle mie nuove traduzioni (o nuove edizioni, nel caso di Chester Himes) che usciranno nei prossimi mesi:

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IN THE ELECTRIC MIST

Pubblicato su James Lee Burke, movies con i tag , il 27 Marzo, 2009 da lconti

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Visto ieri, in inglese, l’ultimo film di Bertrand Tavernier, tratto dal grande romanzo di James Lee Burke In the Electric Mist with Confederate Dead. In Italia doveva uscire questo mese al cinema come L’occhio del ciclone, ma ancora non dà segno di vita. In Francia esce il 15 aprile. Negli Stati Uniti, dopo una valanga di peripezie produttive, non è mai apparso nelle sale finendo direttamente in Dvd (che è quello che mi sono procurato io).

Non è un film del tutto riuscito, ma resta comunque molto interessante. A quanto ho capito, Tavernier non ha fatto altro che litigare coi produttori americani, che gli hanno imposto di tagliare un quarto d’ora di pellicola (mentre in Europa dovrebbe uscire in versione più lunga), e in effetti nella versione USA – quella in mio possesso – si sente che manca qualcosa. Adattare per lo schermo un libro complicatissimo e allucinato come quello di Burke, peraltro, era un’impresa ai limiti del possibile, e pur con tutti i limiti dell’operazione Tavernier se l’è cavata abbastanza bene.

Tommy Lee Jones è colossale, nella parte di Dave Robicheaux. L’avessero girato vent’anni fa, un film del genere, sarebbe stato perfetto anche un Walter Matthau (che sapeva essere anche un grande attore drammatico, e qui Jones lo ricorda non poco). Conoscendo Tavernier mi sarei aspettato più musica, che invece è abbastanza in secondo piano, così come il colore locale; comunque Buddy Guy ha un ruolo abbastanza importante – recita e suona – e a Levon Helm è riservata una parte fondamentale (anche se molto ridotta rispetto al libro).

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Per esplorare più a fondo i complessi rapporti tra i personaggi, probabilmente ci sarebbe voluto un film di tre ore, e forse ne sarebbe uscito un capolavoro. Così com’è, ho il sospetto che si tratti di un’opera troppo europea per piacere agli americani e troppo americana per piacere agli europei. Resta comunque un film da vedere.

JOHN HARVEY: LADRI A NOTTINGHAM

Pubblicato su John Harvey, books con i tag , il 25 Marzo, 2009 da lconti

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Appena uscito, ecco il secondo romanzo (titolo originale, Rough Treatment) della serie di Charlie Resnick.

Traduzione di Luca Conti.

INCONTRI ROMANI

Pubblicato su James Crumley, books con i tag , il 18 Febbraio, 2009 da lconti

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HORACE McCOY: UN SUDARIO NON HA TASCHE

Pubblicato su Horace McCoy, books con i tag , il 7 Febbraio, 2009 da lconti

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Terre di Mezzo, febbraio 2009

Traduzione e postfazione di Luca Conti

Un terrificante ritratto dell’Italia contemporanea, tra giornali asserviti al potere e ronde padane, tra leggi razziste e colpi di stato nemmeno tanto striscianti, tra diritti negati e ingerenze ecclesiastiche, tra moralismo e ipocrisia, tra corruzione e tangenti. Un romanzo durissimo, che ci spiattella sotto il naso senza alcuna pietà tutto ciò che siamo diventati.

Come dite? Mi sto sbagliando? E’ un romanzo del 1937? Di oltre settant’anni fa? E parla degli Stati Uniti, non dell’Italia di oggi?

Non me n’ero accorto, giuro. E sì che l’ho tradotto io.

VOGLIO DIRE, COME FATE A SAPERE QUELLO CHE FARETE, FINCHÉ NON LO FATE?

Pubblicato su J.D. Salinger, books, traduzione con i tag , , , il 31 Gennaio, 2009 da lconti

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Un piccolo ricordo di Adriana Motti, autrice di una delle traduzioni più famose nella storia dell’editoria italiana.

La signora Motti è scomparsa il 12 gennaio, ultraottantenne e, come capita sempre quando ci sono di mezzo i traduttori, la notizia è passata quasi completamente sotto silenzio, a parte un breve articolo di Nico Orengo sulla Stampa e una lettera inviata al Giornale dal nipote della stessa Adriana. Anche il sito web della Einaudi non ne ha fatto cenno. Eppure il romanzo di Salinger è stato (e forse lo è ancora) uno dei titoli più venduti di tutto il suo catalogo: basti pensare che è presente nelle librerie italiane fin dal 1961, senza interruzione (e la copertina che ho riprodotto, quella dell’edizione 1964 in mio possesso e firmata da Ben Shahn, è purtroppo sparita dalle ristampe successive).

Adriana Motti ha tradotto molti altri romanzi, almeno una quarantina, ed è stata per oltre vent’anni la compagna di un importante critico letterario quale Giacomo Debenedetti.

Per quanto mi riguarda, la sua traduzione di The Catcher in the Rye è uno dei motivi che mi hanno spinto a iniziare questo mestiere. Quando l’ho letta per la prima volta, mica lo sapevo. Ma d’altra parte, come dice Holden Caulfield nell’ultimo capitolo del libro, “Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate?”.

Io l’ho fatto, e adesso lo so.

Grazie, Adriana.

LC

STAN RIDGWAY

Pubblicato su Stan Ridgway, music il 30 Gennaio, 2009 da lconti

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Ma quanto sarà bello, ’sto disco?

Sì, lo so che ha già dieci anni, che dopo ne sono usciti altri due eccetera eccetera, ma sarebbe anche l’ora di farne un altro…

E vi ricorda qualcosa, la copertina?

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IL COLPO SEGRETO DI SALLIS

Pubblicato su James Sallis, books con i tag , il 13 Gennaio, 2009 da lconti

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Su D – La Repubblica delle Donne, Giuliano Aluffi ha intervistato James Sallis.

Dopo le vicende del precedente Il bosco morto, Turner è diventato aiuto sceriffo a Cripple Creek, cittadina del Tennessee. Il ritrovamento di un mucchio di dollari nell’auto di un malvivente fermato per eccesso di velocità dà il via a un’indagine insidiosa, con finale tragico e inaspettato. Ma la trama non è l’elemento più importante di La strada per Memphis, è solo ciò che tiene insieme le scene tratteggiate con maestria da un Sallis che illumina con dialoghi taglienti e malinconici un panorama umano in cui dolore e speranza sono incatenati insieme dal filo dei ricordi. Di ciò che è stato, di ciò che non sarà mai più.

Che posto riserva nella sua bibliografia ai tre romanzi con Turner?

Gli scrittori amano mettere ostacoli sul proprio cammino, e io non faccio eccezione. Nella trilogia di Turner la mia sfida era rendere credibile un personaggio così complesso: un veterano del Vietnam, uno che da poliziotto ha sparato al suo partner ed è finito in prigione per anni, studiando in cella per diventare psicoterapeuta. E poi volevo raccontare l’estinzione delle piccole città americane del Sud, l’eclissi di quel modo di vivere.

Perché le ambientazioni del Sud statunitense danno così tanto al mystery?

Il Sud rurale suggerisce l’illusione di una cultura persistente, eterna perché reazionaria e lussureggiante come le paludi della Louisiana e i delta fluviali boscosi dei primi pittori americani. In questo paradiso i mystery portano più di un serpente, infrangono l’ordine violandolo con l’irreparabilità della morte.

Qui il finale richiede una certa partecipazione attiva del lettore per la sua non linearità…

Insegno scrittura a Phoenix, e una delle cose su cui insisto molto con gli studenti è la potenza evocativa delle cose non dette. Bisogna lasciare al lettore spazi che lo risucchino nel romanzo. Devono attirare il lettore per colpirlo quando è abbastanza vicino.

IL CASO SBAGLIATO: RASSEGNA STAMPA (2)

Pubblicato su James Crumley, books con i tag , il 4 Gennaio, 2009 da lconti

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Corriere della Sera, 13 dicembre 2008. Articolo di Matteo Persivale, al quale faccio solo una piccola correzione: One To Count Cadence, pubblicato dalla Esedra di Padova, è ancora in catalogo col titolo di Uno per battere il passo.

Ah, già che ci sono, ne approfitto per dire che la citazione in apertura del romanzo («Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»), e che Crumley attribuisce a Lew Archer, il personaggio di Ross Macdonald, è in realtà di Nelson Algren.

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«Quand’è che ci sposiamo?». «Quando sarai entrato negli Alcolisti Anonimi». «Non voglio averci niente a che fare, con un branco di ubriaconi del cazzo». James Crumley mancherà anche per questo motivo ai moltissimi suoi fan, a quelli famosi – come Ray Bradbury che battezzò «Crumley» il protagonista di tre suoi libri; Neal Stephenson secondo il quale L’ultimo vero bacio è il Grande Romanzo Americano; Dennis Lehane, Joe Lansdale, Pete Dexter, Elmore Leonard, James Lee Burke – e a quelli meno famosi, in tutto il mondo. Mancherà loro perché riusciva in tre righe di dialogo a spiegare tutto quello che c’è da sapere su due personaggi in un romanzo; mancherà loro perché a parte il suo capolavoro, L’ultimo vero bacio (pubblicato in Italia da Einaudi), Crumley ha scritto libri come Il caso sbagliato, dal quale viene la citazione iniziale, appena uscito sempre da Einaudi (Stile libero noir, traduzione molto sensibile allo stile di Crumley realizzata da Luca Conti), che raccontano come davvero pochissimi altri l’America dell’ immediato post Vietnam. E anche della guerra del Vietnam vera e propria in One To Count Cadence, purtroppo non disponibile in italiano, una specie di Grande Uno Rosso applicato all’ alba del conflitto del Sudest asiatico, probabilmente il suo libro più affascinante dopo L’ultimo vero bacio.

Crumley rideva nel suo modo trichechesco e vagamente allarmante quando gli si faceva notare che aveva scritto un grande libro di guerra dopo aver fatto una pessima carriera come soldato («Ero trotzkista, capirà che divertimento»); e poi è diventato scrittore di libri polizieschi senza averne mai letto uno fin dopo la laurea («Da giovane ero più sul genere Dostoevskij») e aver lavorato principalmente come professore universitario di lettere, non come detective privato (ma in fondo Dashiell Hammett fu comunista tesserato e poi messo in lista nera ai tempi di McCarthy e di questo l’ex trotzkista Crumley andava abbastanza orgoglioso). E così ecco nascere Il caso sbagliato, il primo poliziesco della carriera di Crumley e suo secondo libro – debuttò con quello sul Vietnam, nato come tesi di laurea all’università – il cui protagonista è Milo Milodragovitch, investigatore privato del Montana che sarà poi al centro di altri due libri di Crumley (l’altro memorabile detective figlio dell’ immaginazione di Crumley e delle sue sbornie colossali, C. W. Sughrue, è titolare di un’ altra trilogia, tra cui spicca L’ultimo vero bacio).

Il caso sbagliato – e con esso il resto della carriera di Crumley – nacque perché l’ex reduce con sogni letterari alla Hemingway, appena uscito dall’università e in cerca di una storia da raccontare nel suo secondo libro, prese in mano su consiglio d’un amico poeta un tascabile usato di Raymond Chandler in una bancarella di Guadalajara, Messico. Lesse e capì che in quei polizieschi stampati su cartaccia e con le donne coi vestiti attillati in copertina c’era parecchio del mondo dostoevskijano che tanto lo affascinava: il bene e il male, il peso dei propri peccati, il destino. Il fatto che l’avidità umana e il potere del denaro – temi cari a lui così politicamente impegnato – fossero temi centrali dell’arte del noir lo convinse definitivamente. Il bonus poi era che la sua conoscenza enciclopedica di baracci malfamati, whisky e donne facilmente abbordabili poteva trovare un posto nelle storie di detective. La scoperta di Chandler – seguito poi da Ross Macdonald e da tutti gli altri grandi, ma questi due rimasero i suoi preferiti – fu per lui un po’ «come trovare una pepita d’ oro nel cestino della carta straccia».

E Il caso sbagliato, in un conscio hommage agli stereotipi più biechi del genere, si apre proprio con una rossa che entra nell’ ufficio del cinico detective (la citazione che apre il libro ripete il tema: viene da Ross Macdonald: «Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»). E di pepite, nel Caso sbagliato, Crumley ne semina parecchie, qua e là per le 364 pagine: i dialoghi amari, secchissimi e spiritosi che lo fecero subito cooptare dagli agenti del cinema per scrivere sceneggiature, il controllo spietato dello stile, la capacità – «postmoderna» secondo alcuni critici, ma a lui veniva da ridere – di mescolare citazioni vagamente camuffate (in quegli anni, quando a Hollywood conobbe Sam Peckinpah, gli confessò di aver copiato a mani basse dai suoi film e dopo una pausa quel grande disse soltanto «Me n’ero accorto»). Tre anni dopo Il caso sbagliato, Crumley avrebbe scritto l’incipit che apre il suo capolavoro e resta uno dei più famosi – e citati – della letteratura americana del dopoguerra («Alla fine lo beccai, Abraham Trahearne: lo beccai che beveva birra in compagnia di un bulldog alcolizzato, tale Fireball Roberts, in una sgangherata bettola appena fuori Sonoma, California, intento a spremere anche le ultime gocce di un bel pomeriggio di primavera»).

Ma Crumley, gigante del noir – «l’arte dei cattivi americani», la chiamava lui – era nato quando quella rossa «più incasinata di lui» entrò per la prima volta nell’ ufficio di Milo Milodragovitch.

James Crumley, morto il 16 settembre 2008, era nato a Three Rivers in Texas nel 1939. Prima della narrativa, s’era impegnato in vari campi: dal football alla politica trotzkista, dalle sceneggiature alla carriera militare. Scrive il suo capolavoro, L’ ultimo vero bacio (Einaudi Stile libero), nel 1978, dopo l’esordio del 1969 con One to Count Cadence. Il suo ultimo libro è Una vera follia (Einaudi Stile libero, 2005).

DONALD E. WESTLAKE (1933-2008)

Pubblicato su Donald Westlake, books con i tag , il 2 Gennaio, 2009 da lconti

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Il 2008 si conclude nel peggiore dei modi, con la scomparsa di un maestro del giallo come Donald E. Westlake, stroncato da un infarto in Messico, proprio durante la notte di Capodanno. Aveva 75 anni, scriveva ancora come un indemoniato e l’ultima cosa che gli passava per la testa era di andare in pensione. Westlake è stato autore dalle mille facce: umoristico e ferocemente satirico da un lato, disilluso e ancor più ferocemente realistico dall’altro (con lo pseudonimo di Richard Stark).

La locandina che vedete in alto appartiene a The Hot Rock (La pietra che scotta, 1972), uno dei tanti film tratti dai suoi romanzi; esilarante pellicola di cattiveria quasi fantozziana con una splendida colonna sonora di Quincy Jones e l’inconfondibile sax baritono di Gerry Mulligan. Qui sotto, un fotogramma tratto dai titoli di testa.

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Westlake era un notevole scrittore, al quale la consueta e banalizzante classificazione di “autore di genere” che tanto amano fare i critici letterari andava particolarmente stretta, così come è capitato a Charles Willeford, Ed McBain, Elmore Leonard, James Crumley e parecchi altri. E, soprattutto, come i quattro autori appena citati, era un maestro assoluto della narrazione, capace di forzare con naturalezza gli schemi consolidati del poliziesco e dell’hard-boiled senza mai perdere di vista la sua fondamentale missione: intrattenere il lettore.

C’è solo da sperare che l’editoria italiana torni a prendere in considerazione la sua opera con maggior serietà di quanto non abbia fatto negli ultimi anni (esclusa, ovviamente, la meritoria Alacrán che, tutta sola o quasi, ha tenuto vivo il nome di Westlake/Stark nel nostro Paese) .

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JOHN HARVEY

Pubblicato su John Harvey, books con i tag , il 1 Gennaio, 2009 da lconti

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La mia traduzione del secondo degli undici romanzi che John Harvey ha dedicato a Charlie Resnick, Rough Treatment (Ladri a Nottingham), uscirà a breve per Giano/Neri Pozza. Ne riparleremo a breve, anche perché si tratta di un libro molto particolare. Adesso, invece, vorrei dire qualche parola su uno dei più bei romanzi di Harvey, tuttora – ma spero non per molto – inedito in Italia, e che si inserisce tra l’apparente conclusione del ciclo di Resnick (inaugurato con Lonely Hearts/Cuori Solitari) e il primo volume del ciclo di Frank Elder.

L’attacco di In a True Light (uscito in Gran Bretagna nel 2001) è, in apparenza, simile a quello di tante, forse troppe opere letterarie e cinematografiche, da Edgar Wallace a The Blues Brothers: un uomo che esce di galera. Eppure Sloane, il protagonista del romanzo, non è un criminale comune, bensì un artista del pennello: pittore di una certa notorietà ma di scarso successo che, al definitivo naufragio della sua carriera, si è ridotto a lavorare per conto di un losco mercante d’arte per il quale produceva falsi di opere ottocentesche di secondo piano.

Il quasi sessantenne Sloane ha le tasche vuote e, per non aver voluto rivelare alla polizia il nome del suo datore di lavoro, si è fatto due anni dietro le sbarre. Nel suo vecchio studio, razziato da chissà quale banda di vandali, scopre una lettera inviatagli in sua assenza da Jane Graham, famosa scultrice che nel Greenwich Village degli anni Cinquanta era stata la sua amante e che adesso, malata di leucemia, vive in Italia, in un paesino della Garfagnana.

In Toscana, accanto al letto di morte della sua vecchia fiamma, Sloane apprende un segreto destinato a cambiargli per sempre la vita: una rivelazione che lo spinge a tornare negli Stati Uniti a caccia di una misteriosa cantante di jazz che potrebbe essere sua figlia, sfuggendo alla sorveglianza dei poliziotti inglesi che ancora sperano di cavargli di bocca la verità sul quel vecchio traffico di quadri falsi.

Discrezione vuole che da qui in avanti si taccia sul resto della trama. Al potenziale lettore di questo singolare e fascinoso romanzo basti per il momento sapere che John Harvey, veterano del poliziesco e di tante altre declinazioni della narrativa di genere – dal western alla fantascienza – raggiunge qui uno dei risultati più alti di una già solidissima carriera, abbandonando per lo spazio di un libro i personaggi seriali che gli hanno fruttato notorietà internazionale, dall’ispettore Charlie Resnick (protagonista di ben undici romanzi e svariati racconti) alla più recente creazione Frank Elder, fin qui apparso in tre romanzi (tutti già pubblicati in Italia).

In realtà Sloane non è del tutto nuovo agli affezionati lettori di Harvey, e la sua vecchia attività di falsario ha una piccola parte nel penultimo romanzo del ciclo di Resnick, Still Water: è un personaggio del quale lo stesso Harvey, con sottile effetto straniante, ha dichiarato «di voler sapere di più». E gli ingredienti di In a True Light sono quelli della classica ricetta del noir, che più giusti non si può: «strade pericolose e sogni infranti,» come ha fatto a suo tempo notare Publishers Weekly, «jazz e locali saturi di fumo, gente che beve solitaria in bar d’infimo ordine: un mondo in cui la violenza è insensata, brutale e inevitabile».

Ciò che Harvey sa offrire, da grande appassionato di jazz, è un romanzo che ha in apparenza la sonorità e il fascino dell’improvvisazione, ma che nasconde in realtà una struttura ben solida e una robusta, inconsueta visione morale: elementi che hanno spinto un suo cinico e disilluso collega come Elmore Leonard a paragonarne la capacità evocativa a quella – e non è paragone da poco – di un Graham Greene.

DUE PAROLE CON JAMES SALLIS

Pubblicato su James Sallis, books con i tag , il 1 Gennaio, 2009 da lconti

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Salt River, che sto finendo di tradurre in questi giorni, è il romanzo che conclude la trilogia di Turner (preceduto da Il bosco morto e La strada per Memphis). Uscirà, sempre per Giano/Neri Pozza, tra un paio di mesi.

Tra parentesi, questo è l’ottavo libro di James Sallis che mi capita di tradurre. Ormai James è  più di un amico: è una persona di famiglia, un fratello maggiore. Eight books! mi ha detto qualche giorno fa, quando ci siamo scambiati gli auguri. You must be a very patient man…

Di seguito trovate qualche passaggio da una delle mie tante conversazioni (di persona, per telefono, per e-mail) con Sallis. Questa risale al gennaio 2006, qualche mese dopo l’uragano Katrina.

Luca Conti: So che non ne parli volentieri, ma vorrei sapere come hai vissuto il disastro di New Orleans.

James Sallis: Guarda, è stato un doppio incubo. Da un lato, l’angoscia nel vedere e sentire quel che stava succedendo laggiù. Dall’altro, l’assedio cui sono stato sottoposto da parte di giornalisti e intervistatori d’ogni genere, non tanto dagli Stati Uniti quanto dall’Europa. A un certo punto ho staccato il telefono e smesso di rispondere alle e-mail. Tutti pensano che io sia chissà quale sorta di autorità, su New Orleans. Il fatto, invece, è che quanto avevo da dire su New Orleans l’ho già scritto nei miei libri. Tutto il resto riguarda solo le enormi responsabilità di un governo di incompetenti e inetti.

LC: D’altra parte, hai lasciato New Orleans ormai da parecchi anni.

JS: Sì, da tempo vivo a Phoenix, in Arizona. Una città che non amo, e con la quale non ho – e forse non voglio avere – alcun tipo di rapporto affettivo. Mi sono trasferito qui, assieme a mia moglie, per semplici motivi di lavoro, e qui sono rimasto, tant’è vero che per la prima volta in vita mia ho acceso un mutuo per comprare casa… Una casa in senso fisico, intendo, con pareti, porte, finestre e tutto quanto; mentre l’unico luogo in cui mi sono davvero sentito «a casa» è sempre e solo stata New Orleans, Ci sono arrivato che avevo diciassette anni, mi ero iscritto alla Tulane University, ed è a New Orleans che ho iniziato a diventare un vero scrittore. Tutto merito di un grande maestro come Joe Roppolo, al quale ho poi dedicato uno dei miei romanzi, Black Hornet (Il calabrone nero).

LC: E ti sei laureato in …

JS: … in un bel niente! Ho smesso prima. Ho imparato quel che mi interessava imparare, e ho tagliato la corda quando ho capito che potevo guadagnarmi da vivere scrivendo racconti. Ma il mio rapporto con New Orleans è sempre stato a dir poco singolare. Me ne sono andato non so più quante volte, e vi sono tornato altrettante, per periodi più o meno lunghi, giungendo sempre alla stessa conclusione: io, a New Orleans, sarò sempre un outsider. È gran parte della mia vita, è un pezzo di me stesso, ma il fardello che questa città si trascina dietro ha sempre finito per costringermi a lasciarla. New Orleans ha addosso i segni di tutti i terribili compromessi che hanno marchiato a fuoco gli Stati Uniti. In pochi posti al mondo come New Orleans sono ancora visibili le gigantesche contraddizioni del colonialismo. E ti ricordo che New Orleans è coloniale due volte, a causa della sua enorme influenza caraibica.

LC: Com’è nata la tua vocazione per la scrittura?

JS: Sono nato scrittore. Credo, in effetti, di aver sempre saputo, fin da piccolo, che questa sarebbe stata la mia strada. Uno dei miei primi cimenti letterari, in quarta elementare, è stato un lavoro teatrale che ho poi costretto i miei compagni a interpretare; non solo, ma non facevo altro che buttar giù storie, racconti, schizzi, disegnare fumetti e così via. Allo stesso tempo, ero stato colpito dal virus della lettura, che si era impadronito di me in maniera violenta e incontrollabile. Il primo libro della mia vita è stato The Puppet Masters di Robert Heinlein (Il terrore della sesta luna). Era di mio fratello John, che ha qualche anno più di me ed è considerato uno dei più importanti filosofi americani contemporanei. Da allora non ho più smesso. Anzi, all’epoca ero capace di farmi fuori anche due, tre libri al giorno, soprattutto di fantascienza (andavo a rifornirmi nella biblioteca di Helena, la città dell’Arkansas in cui sono nato nel 1944). In realtà i miei gusti si sono ben presto ampliati in maniera del tutto imprevedibile, anche per me: a dieci, dodici anni andavo matto per Oscar Wilde e per le biografie dei grandi illusionisti come Houdini. Mia madre non mi sopportava più perché ogni giorno, tornando da scuola, mi fermavo a comprare un paio di libri nuovi, che so, un poliziesco o l’ultimo romanzo di Fredric Brown, e passavo il resto della giornata a leggere. Spesso e volentieri, tra l’altro, ero capace di rileggere cinque, sei volte il medesimo libro. E la cosa buffa è che la situazione, cinquant’anni dopo, non è affatto cambiata: adesso, oltre che per piacere, leggo anche per mestiere, e una non piccola parte della mia giornata lavorativa è occupata dalla lettura.

James Sallis

LC: Hai vissuto per qualche tempo a Londra, negli anni Sessanta. Cosa ti aveva spinto a varcare l’Atlantico?

JS: Sono rimasto a Londra per un anno. Avevo iniziato a collaborare con tutta una serie di riviste, per lo più di fantascienza, che sembravano tutte quante molto interessate ad acquistare il mio materiale. Pensa che Damon Knight, una volta, mi comprò un racconto per la stratosferica – all’epoca – somma di trecento dollari. Una situazione del genere mi convinse (o meglio, mi illuse) che potevo campare di sola letteratura, scrivendo magari un racconto alla settimana. Non sapevo ancora quanto mi sbagliassi. Per tre anni riuscii a cavarmela, poi il mercato della narrativa breve andò a fondo dalla sera alla mattina. Fu così che Mike Moorcock, respon­sabile di New World, mi invitò a trasferirmi a Londra per assumere la direzione della rivista. E devo dire che l’anno che ho trascorso a Londra ha rappresentato lo spartiacque della mia vita di scrittore. Da un lato, come editor di “New World, ho avuto l’occasione di occuparmi di scrittori come Brian Aldiss e Thomas Disch e di dare avvio alla carriera di grandi autori, come per esempio James Ballard; dall’altro, più o meno per caso, ho fatto due scoperte fondamentali: la letteratura francese e il romanzo poliziesco americano.

LC: È vero che proprio a Londra, in una settimana, hai letto tutti i romanzi di Raymond Chandler?

JS: Non solo di Chandler, ma anche di Dashiell Hammett. Abitavo dalle parti di Portobello Road, due stanze senza riscaldamento. L’ho già raccontato in Vite difficili, se ti ricordi. Ho passato una settimana a letto, sepolto sotto qualche chilo di coperte, e mi sono sparato tutto Hammett e tutto Chandler, un libro dopo l’altro, ingurgitando litri su litri di tè bollente. Poi, quando ho finito i romanzi, ho letto i racconti, i saggi, gli epistolari, tutto quanto. L’effetto immediato di questa terapia è stato spingermi a tentare, ancora una volta, il formato del racconto; e stavolta non tanto a fini economici, di sopravvivenza, quanto meramente espressivi. Di colpo, in quegli stessi giorni, ho sentito la necessità assoluta di scrivere storie. Da allora non ho più smesso.

LC: Tu sei l’involontario autore di una serie di sei romanzi incentrati sul personaggio di Lew Griffin. Dico involontario perché so bene che non era questo il tuo piano. Com’è andata?

JS: Sono io il primo a stupirmi della piega che a volte prendono i miei libri. Lew Griffin è nato come il protagonista di un racconto, che non avevo ancora fatto in tempo a concludere ma che già pretendeva di trasformarsi in romanzo. Il racconto originale corrisponde, in pratica, al primo capitolo della Mosca dalle gambe lunghe. Da lì è nato tutto quanto, e per un solo, semplice motivo: io stesso, per primo, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Ed è stato solo quand’ero già arrivato a metà libro che ho scoperto una cosa incredibile: Lew Griffin era nero.

LC: Ma Lew Griffin è James Sallis, anche se lui è nero e tu non lo sei?

JS: No. Molti suoi tratti derivano da me, è chiaro. Mi piace giocare con i dettagli della mia vita così come lui ama fare con quelli della sua. Tutto questo fa parte delle regole del gioco tra me e il lettore. Ma Griffin non sono io. Eppure, come lui, anch’io faccio un sacco di cose sbagliate, e lo so benissimo. Per molti anni ho bevuto troppo, proprio come lui, e come lui ho compiuto scelte errate che, a guardarle adesso, mi lasciano stupefatto. lo non sono violento. Lui sì. Ma Lew legge i miei stessi libri, abita dove ho abitato io, mangia le stesse cose che piacciono a me.

HILLARY WAUGH E IL POLICE PROCEDURAL

Pubblicato su Hillary Waugh, Lawrence Treat, books con i tag , , , il 30 Dicembre, 2008 da lconti

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Scomparso l’8 dicembre 2008, alla bella età di 88 anni, Hillary Waugh non è mai stato considerato uno dei grandi del poliziesco; piuttosto un serio e prolifico artigiano – ben 48 romanzi, dal 1947 al 1988, diversi dei quali firmati con vari pseudonimi – la cui produzione si è sempre mantenuta su un onesto livello medio. Uno dei tanti buoni autori, insomma, di cui è piena la lunga vicenda del giallo americano del dopoguerra. In realtà il semidimenticato Waugh, che ha comunque visto tradotti in italiano 24 suoi romanzi, tra Mondadori e Garzanti, detiene un posto di rilievo nella storia del mystery per aver scritto nel 1950 (e pubblicato nel 1952) il libro che ha reso popolare al grande pubblico un sottogenere del giallo quale il cosiddetto police procedural, ovvero la minuziosa ricostruzione di un’indagine dal punto di vista dei detective ufficiali e non, come aveva codificato la Golden Age una trentina d’anni prima, da quello di un investigatore dilettante il cui aiuto, il più delle volte, veniva chiesto dalla stessa polizia per uscire dai pasticci. Sto parlando di Last Seen Wearing (in italiano È scomparsa una ragazza), quarto romanzo del Nostro ma l’unico ancora oggi citato nei testi di storia del giallo.

Gli stessi testi si affrettano, peraltro, a specificare che il libro di Waugh non è stato il primo nel suo genere, citando come antesignano V as in Victim, romanzo (scritto nel 1945 e, purtroppo, mai tradotto in italiano) dell’ancor più dimenticato Lawrence Treat (pseudonimo di Lawrence Arthur Goldstone, 1903-1998). Il che è senza dubbio vero.

Ma, per sapere com’è andata, lasciamo la parola allo stesso Waugh, ripescando un estratto da un saggio sul police procedural da lui scritto per l’eccellente volume «The Mystery Story», a cura di John Ball, pubblicato dalla University of California nel 1976. La traduzione è mia.

(Per chi avesse voglia di leggerlo, avventurandosi in qualche ricerca sulle bancarelle di libri usati, È scomparsa una ragazza è stato pubblicato da Garzanti nel 1954 e ristampato nei Classici del Giallo Mondadori nel 2002)

Presi la decisione di scrivere un giallo la cui trama fosse inventata di sana pianta, ma che potesse dare al lettore l’impressione che gli avvenimenti in esso descritti fossero realmente accaduti. E, visto che non si trattava più di mettere in scena, come protagonista, un investigatore privato o una coppia di giovani dilettanti che inciampavano in un caso d’omicidio, ma sceriffi, capi della polizia e agenti investigativi, questo significava (almeno per me) un approccio alle tecniche di scrittura completamente diverso da quello che avevo utilizzato fino a quel momento.

Per farla breve, mi misi al lavoro e sfornai il mio romanzo. Eravamo nel 1950 e la trama si imperniava sull’omicidio di una giovane studentessa; risolto, come accade nella vita di tutti i giorni, grazie agli sforzi di chi si occupa di simili faccende per lavoro, vale a dire i poliziotti professionisti. A mia conoscenza, nessuno prima di allora si era mai cimentato in un tentativo del genere.

In realtà c’erano un sacco di cose che non sapevo, a quei tempi, non ultima l’esistenza di una serie di fermenti sotterranei (inclusi i miei, com’è ovvio) destinati a venire alla luce tra il 1950, anno di stesura di Last Seen Wearing, e gli ultimi mesi del 1952, anno della sua pubblicazione. Fermenti che contribuirono alla nascita di un genere poi battezzato police procedural.

È opinione comune che il primo giallista a essersi servito di poliziotti professionisti, che agiscono nel loro habitat naturale e risolvono crimini avvalendosi di autentiche tecniche d’indagine, sia stato Lawrence Treat col suo libro V as in Victim, pubblicato nel 1945 e seguito da The Big Shot, in cui appaiono i medesimi protagonisti. Ma, riconosciuto senza problemi a Larry tutto ciò che gli è dovuto, non ritengo sia corretto definirlo il «padre» del police procedural, perché questo implicherebbe l’immediata esistenza, a metà degli anni Quaranta, di un robusto nucleo di altri scrittori pronti a seguire le sue orme. Non è andata così: Larry era in netto anticipo sui tempi, e ci volle un bel po’ prima che qualcun altro decidesse di raccogliere le sue intuizioni. Infatti, per citare proprio Larry, «Ho scoperto di scrivere procedurals solo nel momento in cui qualcuno ha inventato una tale definizione e l’ha applicata alle mie opere.»

Se mai c’è stato un padre del procedural, secondo me, non può trattarsi che della serie radiofonica Dragnet, il cui successo ha forse creato il campo d’azione del genere o ha, più semplicemente, contribuito a farlo arrivare al momento giusto, così come preannunciato dai romanzi di Larry Treat. Comunque sia andata, ritengo che a Dragnet spetti senz’altro la primogenitura, perché se è vero che nessuno degli autori di procedurals di mia conoscenza indica quella celebre serie radiofonica come ispirazione (visto che, per la maggior parte, hanno iniziato a cimentarsi nel genere quando Dragnet si era già conclusa da un pezzo), è altrettanto vero che le potenzialità insite nell’ambientare un romanzo all’interno di una stazione di polizia furono portate all’attenzione generale dalle avventure di Joe Friday e dei suoi uomini.

La verità è quindi che il police procedural, all’epoca ancora non definito come genere, è nato nell’intervallo tra la stesura e la pubblicazione del mio Last Seen Wearing; tanto che, alla sua uscita, molti recensori si affrettarono a parlarne come di di una trasposizione romanzata delle atmosfere di Dragnet. Anche se inesatta, quindi, una simile reazione critica mette in ulteriore evidenza la connotazione di capostipite che è giusto attribuire a Dragnet.

Spostare l’accento dell’indagine verso la polizia, invece di sottrarlo alla polizia stessa, come avveniva dapprima nel classico whodunit e poi, negli anni Quaranta col fenomeno dell’investigatore privato di stampo hard-boiled, ha rappresentato un mutamento radicale nei caratteri del romanzo giallo, così come dimostrato dagli autori che hanno seguito le mie tracce: Ed McBain, John Creasey/J.J. Marric, Elizabeth Linington/Dell Shannon, Maj Sjöwall & Per Wahlöö e moltissimi altri.

HOW TO BE COOL

Pubblicato su Duke Ellington, music con i tag , il 28 Dicembre, 2008 da lconti

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Tanto per dire come siano cambiati i tempi: nel 1969 la Olivetti ingaggiava Duke Ellington come testimonial…

HUGUES PAGAN

Pubblicato su Hugues Pagan, books con i tag , il 28 Dicembre, 2008 da lconti

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La notte che ho lasciato Alex è uno dei grandi noir degli ultimi decenni. Uscito in Francia nel 1997, è stato edito in Italia nel 2003 da Meridiano Zero, con la traduzione del sottoscritto e di Jean-Pierre Baldacci. Meridiano Zero sta pubblicando, da tempo, tutte le opere di Pagan, la cui lettura è calorosamente consigliata. Il volume includeva anche una mia postfazione, che riporto qui di seguito.

Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi
(Walt Kelly, Pogo, 1971)

Hugues Pagan non è tipo da restare troppo a lungo nello stesso posto: paese, città, lavoro che sia. I punti più significativi della sua biografia e della sua attività professionale mettono in evidenza una personalità segnata dall’irrequietezza, pari a quella che muove molti dei suoi personaggi, e in particolare l’anonimo funzionario di polizia protagonista di La notte che ho lasciato Alex (Dernière station avant l’autoroute, 1997): romanzo che mette finalmente a disposizione anche del lettore italiano l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con Dead End Blues (L’étage des morts, 1990) e proseguita con Quelli che restano (Tarif de groupe, 1993), a degna conclusione di uno dei risultati più alti mai raggiunti dal polar.

Come l’io narrante dei tre romanzi – che solo nel secondo volume della trilogia, casualmente ma non troppo, qualcuno chiama «Chess» – anche Pagan è un figlio dell’Algeria successivamente emigrato in Francia: un pied-noir, come Albert Camus e Martial Solal. E proprio com’è capitato a Camus nella letteratura e a Solal nel jazz, anche per Pagan l’emigrazione verso la matrigna Parigi finisce per produrre una personalità complessa, contraddittoria, alla continua e consapevole ricerca di un irraggiungibile punto d’arrivo, non solo fisico, ma anche artistico.

E come il suo protagonista, anche Pagan è stato poliziotto, negli anni in cui le istanze rivendicate dal Maggio francese si mescolavano con l’utopia di poter creare un’amministrazione della giustizia non più legata mani e piedi al potere e alla corruzione. E come l’enigmatico Chess,  anche Pagan ha dovuto ben presto fare i conti con l’avidità di una classe dirigente senza scrupoli e con la feroce disillusione di chi si vede a poco a poco emarginato per non voler scendere a compromessi. Pagan ha deciso di reagire diventando scrittore a tempo pieno; il suo personaggio, invece, ha pensato di combattere l’emarginazione e gli orrori emarginandosi da solo e per scelta, confinandosi in una sorta di terra di nessuno, il turno di notte, la cui forzata inversione dei ritmi biologici finisce per costringerlo, ipnotizzarlo quasi, in un limbo psicologico, in una navigazione a vista in cui niente e nessuno è ciò che sembra.

Inevitabile, quindi, che il tema centrale di La notte che ho lasciato Alex, al pari dell’intera opera narrativa di Pagan, sia una volta di più lo sradicamento dell’individuo, con tutto quel che ne consegue: rifugi fittizi o temporanei, mentali o materiali, difficoltà di adattamento, autocommiserazione, desiderio di fuga. Il poliziotto di Pagan, per scelta e fatalità, è sempre un reduce, ossessionato e manovrato dal passato, una sorta di dangling man, di uomo in bilico di bellowiana memoria, che racchiude in sé il germe dell’autodistruzione e, per certi versi, finisce per contaminare anche chi ha la sventura di stargli attorno. Significativo, in questo senso, l’epiteto di baltringue che l’anonimo ispettore si attribuisce a ogni piè sospinto, e la cui connotatzione negativa ma allo stesso tempo quasi romantica di persona che affronta le situazioni fuggendo, è una delle chiavi di lettura dell’intera trilogia.

La cosa più sorprendente – ma forse non più di tanto, visto lo sradicamento di cui si è fin qui parlato – è che Pagan, malgrado si trovi perfettamente a suo agio nelle piovose atmosfere del noir transalpino, è scrittore di impostazione molto americana, con una vastissima gamma di influenze che vanno dagli anni ‘20 (il prediletto Dashiell Hammett) agli anni ‘70 e ‘80 (James Crumley, Jim Nesbit, James Lee Burke, Charles Willeford) passando, com’è ovvio, per la grande scuola anni ‘50 di autori come Day Keene, Harry Whittington, Jim Thompson, Gil Brewer, Charles Williams, per i quali è stato spesso difficile distinguere tra vita privata e produzione letteraria, tanto i due aspetti hanno finito col fondersi, il più delle volte in maniera rovinosa.

E non è difficile trovare, nella trilogia di Pagan, straordinarie affinità con l’opera di un autore tanto grande quanto misconosciuto da noi, ovvero lo statunitense Kent Anderson, la cui biografia presenta singolari punti di contatto con quella dello scrittore franco-algerino (guerra del Vietnam da una parte, d’Algeria dall’altra; un travagliato ritorno alla vita civile e la scelta di entrare in polizia, in entrambi i casi; la decisione, infine, di mollare tutto per dedicarsi solo alla letteratura). I due romanzi di Anderson, Sympathy for the Devil (1987) e il celebrato Night Dogs (1996), uno dei testi più importanti del noir americano del dopoguerra, affrontano anch’essi, e in maniera se possibile ancor più diretta e brutale, i temi del reducismo, dello sradicamento, della disillusione, della delusione per il lavoro di polizia.

Il bello è che nelle mani di un autore meno abile di Pagan tutta questa enorme quantità di stilemi del noir più regolamentare finirebbe col diventare un’orrida miscela di situazioni già viste e di battute già sentite: la forza del nostro autore, paradossalmente, sta proprio nel correre con grande virtuosismo sul filo del rasoio, sempre in bilico tra il sentimentalismo più sfrenato e la retorica più furibonda, tra la caduta di gusto e la cartolina illustrata. E il suo grande merito sta nel saper distillare, dalle scorie di centinaia di romanzi noir, di film e di blues, una narrativa che si sorregge grazie a una forma morale non comune, svicolando agevolmente dal pericolo dell’oleografia a buon mercato.

Il mondo di Pagan, come quello di Anderson, è popolato da zombi. Non è un caso che la catarsi dell’ispettore debba passare per un forzato soggiorno in manicomio; ancora meno lo è la trasformazione, anche fisica, cui dovrà sottoporsi Alex per riacquistare dignità agli occhi del protagonista. E, mentre il libro sembra essersi avviato a uno sconcertante happy end, Pagan ci lascia con un’ultima, definitiva stilettata: Benvenuti nel mondo dei morti. Il baltringue che decide di fermarsi, di mettere radici lo fa a prezzo della sua identità personale.

GOODBYE, HAROLD

Pubblicato su Harold Pinter, books con i tag , il 25 Dicembre, 2008 da lconti

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Harold Pinter (10 ottobre 1930 – 24 dicembre 2008)

‘’La vita di ciascuno di noi è sempre minacciata e incerta. Viviamo nella repressione e fingiamo di vivere nella libertà’’.

JONATHAN LATIMER

Pubblicato su Jonathan Latimer, books con i tag , il 24 Dicembre, 2008 da lconti

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Forse il più trascurato tra i grandi romanzieri hard-boiled degli anni Trenta (anche se, di tutti, è quello che è invecchiato meglio),  il mio prediletto Jonathan Latimer (1906-1983) è stato anche un intraprendente giornalista d’assalto nella Chicago del Proibizionismo, nonché uno dei più ricercati sceneggiatori cinematografici degli anni Quaranta e, dal 1959 al 1972, televisivi (molti dei telefilm di Perry Mason e alcuni dei migliori Colombo, come lo spettacolare Il terzo proiettile, sono opera sua).

Per ricordare questo autore fin troppo misconosciuto, malgrado tutti i suoi romanzi siano stati tradotti e pubblicati in italiano fin dagli anni Cinquanta, ho recuperato e aggiornato un mio vecchio pezzo su Latimer scritto oltre sei anni fa, e in origine pubblicato come postfazione alla ristampa della Dama della morgue (Einaudi Stile Libero, 2002).

Il pezzo è abbastanza lungo (ma, visto che è Natale, forse avrete più tempo per leggere), e lo trovate qui.

Auguri a tutti,

LC

TUTTI I RACCONTI WESTERN – RASSEGNA STAMPA (1)

Pubblicato su Elmore Leonard, books con i tag , , il 13 Dicembre, 2008 da lconti

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Nel luglio scorso, sulle pagine del Giornale, il mio quasi omonimo Luca Crovi ha recensito “Tutti i racconti western” di Elmore Leonard. Ecco qui:

“Il western? Macché eroi. Erano ubriaconi”

di Luca Crovi

Esce un’antologia di racconti di Elmore Leonard, lo scrittore americano che ha rivoluzionato il modo di narrare la Frontiera. “Non era un mondo di uomini coraggiosi ma di codardi senza distinzioni tra buoni e cattivi”

I dialoghi delle sue storie sono come pallottole e sono cinquant’anni che continua a centrare il bersaglio con i suoi noir e i suoi western. Autentico e infallibile pistolero della narrativa pulp lo scrittore americano Elmore Leonard ha visto Hollywood costruire con successo film come Joe Kidd, Hombre, 52 Gioca o muori, Out of Sight, Get Shorty, Jackie Brown e Be Cool, tratti da sue storie, e ha avuto nel tempo la fortuna di essere lanciato e promosso da suoi grandi fan come Saul Bellow, Martin Amis, Stephen King, Quentin Tarantino e Steven Soderbergh che hanno sempre sostenuto l’unicità e l’originalità del suo stile. Ma prima di essere considerato un grande maestro della letteratura noir-poliziesca grazie a opere come Il grande salto, Casino, Dissolvenza in nero e Get Shorty, il nostro Leonard aveva già alle spalle una robusta carriera di autore di western, genere che aveva iniziato a frequentare a partire dal 1951, anno in cui aveva prodotto il suo primo racconto intitolato La pista apache.

Proprio a questo genere narrativo, che Leonard ha frequentato con successo pubblicando racconti su riviste come Argosy, Dime Western Magazine, Western story Magazine, Zane Grey’s Western è dedicata l’eccellente antologia Tutti i racconti western (Einaudi, pagg. 676, euro 20) che contiene trenta storie doc, interamente dedicate dallo scrittore di New Orleans al mondo della Frontiera. Avventure on the road che hanno per protagonisti vicesceriffi disposti a tutto pur di scortare in prigione incalliti criminali; scout abituati a seguire le piste degli indiani ribelli nei luoghi più impervi; apaches per i quali è pericoloso separarsi dai propri amuleti e disposti a qualsiasi tipo di scorreria; mogli di ufficiali capaci di sopravvivere a razzie e stupri; avventurieri alla ricerca di tesori nascosti e miniere misteriose; militari destinati a subire agguati o a sventarli; ladri di bestiame e cacciatori di bufali pronti a sfidare in maniera beffarda il destino avverso; banditi pronti ad infuocare saloon e ghost town; giacche blu capaci di sfidare i pellerossa in improbabili duelli all’ultima tazza di tizwin (la pestilenziale birra mescalero); soldati di colore capaci di salvare a Cuba le milizie dei gloriosi Rough Riders.

Fra queste incredibili storie contenute nel prezioso omnibus Einaudi tradotto da Luca Conti ce ne sono tre che hanno costruito lo spunto per classici del western come I tre banditi, Quel Treno per Yuma e Io sono Valdez ma praticamente tutti i racconti siglati da Leonard avrebbero potuto essere ottimi soggetti cinematografici. Lo stile pulp adottato da Leonard per queste storie che esplorano in maniera realistica il mondo della Frontiera lo accosta per certi versi a narratori tradizionali come Zane Grey e Louis L’Amour più che a innovatori contemporanei di questo genere come Cormac McCarthy o Joe R. Lansdale, ma sin dalle prime pagine emerge non solo una profonda passione dello scrittore per le situazioni nere ma anche una profonda conoscenza sia degli usi che del linguaggio dell’epoca. Nel periodo in cui Elmore Leonard scrisse questi racconti la sua metodologia di stesura è stata sicuramente desueta, come ci ha raccontato lui stesso: «Ero costretto a svegliarmi molto presto alla mattina, intorno alle 5 e mi sforzavo di scrivere più pagine possibili prima di mettere su il caffè e fare colazione. Dovevo cercare assolutamente di finire un racconto o di arrivare a buon punto prima di uscire di casa per andare a lavorare. All’epoca scrivevo testi pubblicitari per la Campbell-Ewald Advertising e non ero sicuro che sarei riuscito a sbarcare il lunario solo con i miei racconti».

La scelta di un genere come il western non è stata d’altra parte per Leonard un’esigenza creativa bensì contingente: «Avevo cominciato a scrivere racconti subito dopo essere ritornato dalla guerra ed all’inizio ero stato anche così fortunato che mentre ero iscritto all’Università una delle mie storie era arrivata fra le prime dieci di un concorso indetto dalla Facoltà di Lettere e filosofia di Detroit. Ma in realtà per lungo tempo non sono riuscito a piazzare neppure uno dei miei racconti ad alcun editore. Siccome negli anni Cinquanta il western era il genere letterario più popolare e il più richiesto dalle riviste pulp ho pensato che forse valeva la pena di tentare di scrivere proprio storie di Frontiera. Così mi sono documentato accuratamente sul periodo e i luoghi e ho cominciato a raccontare quel mondo seguendo la mia sensibilità. In particolare, mi sono concentrato su due elementi che all’epoca erano molto popolari e mi sembravano importanti da esplorare: la vita degli apaches e quella della Cavalleria. Quello che non ho mai fatto invece è cercare di raccontare il confronto fra un buono e un cattivo che si incontrano sulla strada nel Selvaggio West e si affrontano sfoderando le loro Colt. Questa idea del duello fra l’eroe e la sua nemesi che si risolve sempre con una gara di tiro alla pistola non mi ha mai convinto. E dubito che nella storia del West siano mai successi eventi del genere. In realtà le cronache del periodo ci testimoniano situazioni molto diverse in cui spesso tizi assetati di vendetta entravano nei saloon e sparavano ai loro avversari alle spalle vedendoli seduti al bancone. Posso assicurarle che nella maggior parte dei casi non riuscivano mai a centrare i loro bersagli».

Ma nonostante Leonard si sia trovato molto a suo agio nel raccontare la Frontiera per almeno una decina d’anni, riscuotendo successi sia di critica che di pubblico, a un certo punto della sua carriera si è visto in qualche modo costretto a cambiare genere e a scegliere la linea narrativa del noir: «Ho smesso di scrivere storie western quando la televisione ha cominciato a uccidere con i suoi serial quel tipo di narrativa. La televisione ha rivoluzionato la narrativa popolare spiazzando tutte le altre forme di intrattenimento dell’epoca. Verso la fine degli anni Cinquanta c’erano circa una trentina di serie televisive western che cominciarono letteralmente a spopolare. Per la maggior parte si trattava di fiction che non mi piacevano e che trovavo stereotipate e piene di cliché. Sono stato così costretto in maniera brusca a interrompere la mia produzione western perché le riviste pulp hanno cominciato ad avere serie difficoltà editoriali».

«Fino ad allora – continua Leonard – mi ero trovato a scrivere storie con un’ambientazione storica ben precisa ma che mi permettevano una certa libertà di divagazione e di invenzione. Passando al noir ho dovuto misurami con la contemporaneità. E visto che non amavo l’idea di scrivere l’ennesima storia con un’investigatore privato e non volevo nemmeno seguire certi schemi seriali ho preferito esplorare il lato oscuro, quello della criminalità cercando ogni volta di cambiare ambientazione: da Detroit ad Atlantic City, da New Orleans a Las Vegas. Ho così costruito storie nelle quali ho voluto che fossero soprattutto i dialoghi dei miei protagonisti a scandire le loro vicende e a renderli veri agli occhi dei lettori».

IL CASO SBAGLIATO: RASSEGNA STAMPA (1)

Pubblicato su James Crumley, books con i tag , il 11 Dicembre, 2008 da lconti

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D – La Repubblica delle Donne parla, nel numero della scorsa settimana, della nuova edizione del Caso sbagliato di James Crumley. Ecco cosa scrive Tiziano Gianotti:

Non se la passa molto bene oggi, il noir: tutti si danno a scrivere thriller, ché il melodramma fa molta più cassetta. Ragione in più per non perdere un buon esemplare, il primo della serie di Milodragovitch, anno di nascita ‘75, lo stesso di I ragazzi del coro di Wambaugh. James Crumley porta il noir nel West, nell’immaginaria cittadina di Meriwether, e apre una nuova stagione del genere, come in altro modo Joseph Wambaugh. Valga l’inizio, dopo la presentazione del protagonista e una panoramica sul paesaggio: uno scippo che è una danza di morte del ragazzo, investito e sballottato tra alcune auto, una scena tutta grigio e assurdo con una goccia di ironia macabra, che termina con lo scippatore incastrato sotto il paraurti dall’auto guidata da un’anziana signora entrata nel traffico con una manovra vietata. Un lungo magistrale paragrafo e il tono è dato. Milodragovitch, per tutti Milo, torna alle proprie occupazioni: tenere a bada la sbronza sempre prossima, osservare la routine della vita in strada, masticare rimpianti e buoni propositi. Figuriamoci. La donna che entra in scena la conosciamo, è il tipo giusto: capelli rossi lunghi, le lentiggini del caso, una ragazza di 35 anni, il corpo levigato e sodo (”come il manico di un’ascia”, dirà poi Milo) in un vestito rosa, e un rossetto dal colore improbabile, perfetto per la sua bocca. Si chiama Helen Duffy, continua a ripetere “mi spiace”, il mantra dell’imbranato, ed è venuta fin lì dallo Iowa in cerca del fratello, scomparso. Un giovanotto stravagante, fanatico di storia del West, finito a Meriwether per la tesi di dottorato. Non andrà tutto a meraviglia, in questo primo incontro, eppure Milo sa che farà qualsiasi cosa per la bella Helen, che “sembrava saltata fuori da un’epoca migliore e meno complicata”. La vecchia storia dell’innocenza, delle donne e dell’America, miti duri a morire. Ma quel che conta è la figura di Milo, delineata con vigore e ruvida tenerezza, 39 anni di disperazione trattenuta che s’accendono di speranza davanti a una gattamorta dell’Iowa. Un uomo che sa riconoscere “il silenzio dei giovani” in una ragazza sciupata e rispettarlo, “il silenzio della frustrazione e dell’angoscia per chissà quali perdite senza nome”. Sono le frasi di concisa consapevolezza, le digressioni e i dialoghi a definire la statura letteraria di Crumley. Tre anni ancora e L’ultimo vero bacio ne darà conferma.

ELMORE LEONARD, KILLSHOT

Pubblicato su Elmore Leonard, books con i tag , il 10 Dicembre, 2008 da lconti

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Questa è la copertina del mio prossimo Leonard, in uscita a maggio 2009. E’ apparsa nei giorni scorsi su www.elmoreleonard.com, con un buffo commento di Gregg Sutter, amministratore del sito nonché researcher per Elmore:

“Elmore and I were knocked out by this Einaudi cover for Killshot, to be published in 2009.  The Italians did it again!  They get it!”

DARK WAS THE NIGHT, COLD WAS THE GROUND

Pubblicato su James Crumley, James Sallis, books con i tag , , , il 9 Dicembre, 2008 da lconti

blindwilliejohnsonInsomma stasera a Milano fa freddo minaccia di nevicare io sono allo stesso tempo a casa ma lontano da casa e dovrei andare avanti col libro che sto traducendo ma non ne ho voglia mentre mi piacerebbe farmi una bevuta con James Crumley sentirlo raccontare qualche storia incredibile di quelle che capitavano solo a lui.

Il titolo di questo post è rubato al brano del 1927 di Blind Willie Johnson: forse, come dice James Sallis, il capolavoro immortale della musica americana.

Quello che segue è un vecchio pezzo di Carlo Lucarelli sull’ Ultimo vero bacio, apparso nel 2004 sul Venerdì di Repubblica.

Ci sono romanzi che quando escono cambiano tutto. Non credo che gli scrittori lo sappiano mentre li scrivono, loro ci lavorano, seguono un’idea che hanno in testa, questa idea diventa un’ossessione, si fa scrivere una parola dopo l’altra, si costruisce riga su riga, incarna personaggi e luoghi, diventa azioni, sviluppa situazioni e poi a un certo punto finisce. Lo scrittore, di solito completamente svuotato da una fatica che può anche essere durata anni, ricomincia a respirare, soddisfatto. Il romanzo, invece, diventa una pietra miliare nel suo genere e le cose, dopo, per gli altri scrittori e gli altri romanzi, non saranno più le stesse.

E’ la storia dell’Ultimo vero bacio, di James Crumley, un noir (uscito nel ‘78), un hard boiled, che viene dopo Il grande sonno di Raymond Chandler, che l’hard boiled ha contribuito a fondare, e come Il grande sonno rompe le regole, le trasforma e diffonde nuove suggestioni che alla fine cambiano il genere, tanto che come Crumley dice di essere “figlio illegittimo di Raymond Chandler”, ci sono molti scrittori che possono dire di essere figli illegittimi di James Crumley.

Ma dire di un romanzo che è un classico è come dire a una persona che è il decano di qualcosa: ti fa sentire ingiustamente vecchio e fuori moda. E questa è l’ultima cosa che si può dire di L’ultimo vero bacio, che è un romanzo straordinario, di una potenza narrativa fortissima e che fa quello che ci si aspetta da ogni bellissimo noir: ti tiene attaccato fino all’ultima pagina appassionandoti fino alla disperazione alle storie dei suoi personaggi.

Il primo è il protagonista, C.W. Sughrue, detective privato. Le prime righe del libro ce lo mostrano seduto in un bar piuttosto malandato di un paesino della California, e fin da quel momento io me lo sono immaginato esattamente come James Crumley quando l’ho visto per la prima volta: un omone con una pancia esagerata e un paio di baffoni enormi, appollaiato su uno sgabello col gomito agganciato al bancone di un bar, a spiegare ridendo a un giornalista che stava scrivendo romanzi noir sul traffico di droga col Messico per dimostrare che il principale spacciatore era proprio la DEA, l’antidroga degli Stati Uniti.

Non importa se Sughrue poi è diverso, c’è moltissimo di tutto questo in lui, un uomo disincantato ma ancora molto ironico, una solida roccia che ne ha viste un sacco e ha macinato migliaia di chilometri in auto per tutti gli Stati Uniti, a scrivere Crumley, a dare la caccia a mariti insolventi Sughrue. Che fa esattamente questo nel primo capitolo del libro, rintraccia uno strano tipo di poeta ubriacone, e lo fa seguendo le tracce di un bulldog alcolizzato, un bulldog, nel senso proprio di un cane. Lo trova, se ne lascia impietosire, si fa coinvolgere in una rissa, il suo ricercato finisce con un proiettile nel sedere e Sughrue non dovrebbe fare altro che aspettare che esca dall’ospedale per caricarlo in macchina e riportarlo alla moglie.

Ma come in tutti i grandi noir, per giunta hard boiled, quando la storia sembra essersi risolta ecco il colpo del destino che ti mette tra le gambe un’altra cosa, un’altra storia, che ti porterà da tutta altra parte. Rose, per esempio, la barista della bettola, che ha una figlia scomparsa.

La ragazza si chiama Betty Sue e aveva diciassette anni quando è andata a San Francisco con il suo ragazzo, è scesa dalla macchina a un semaforo ed è scomparsa, cosi dice lui. E tutto questo è avvenuto dieci anni e mezzo prima. E per l’ingaggio non c’è altro che ottantasette dollari. Chiunque, qualunque vero investigatore privato, se ne sarebbe andato in maniera più o meno gentile, ma non il personaggio di un romanzo come questo, non Philip Marlowe e neppure C.W. Sughrue.

La storia lo porta in giro per migliaia di chilometri lungo un gran pezzo degli Stati Uniti, a macinare strade che si arrampicano sulle montagne o tagliano piatte praterie, come in un film western o in un on the road della migliore tradizione. C.W. Sughrue ne ha viste tante, ma ne vedrà ancora di peggio, ma non si possono dire, perché bisogna scoprirle una per una con la lettura, e poi c’è un colpo di scena finale che sarebbe davvero un delitto rovinare con una parola di troppo.

Come dice Luca Conti nella bella postfazione che chiude il romanzo, questa è una storia morale senza morale, come lo sono i personaggi del romanzo e come forse lo è anche Crumley. Il vecchio Raymond Chandler diceva che davanti al criminale deve camminare un uomo che un criminale non è. Un cavaliere senza macchia e senza paura, e infatti le macchie del suo Marlowe, alla fine, erano abbastanza stinte: bere un po’ troppo, essere un po’ cinico ma non molto, lasciarsi scappare battute irriverenti e poco altro.

Il noir più moderno, da L’Ultimo vero bacio di Crumley su fino ai romanzi di Ellroy e degli altri scrittori “cattivi” come lui e anche di più, ha cominciato a non lavarle più quelle macchie, tanto che a volte, nella storia, non si distingue più chi agisce male da chi agisce peggio. Quello che ci fa amare un personaggio, quello che ci fa appassionare a lui, è il suo grado di ossessione e di disperazione, non la sua purezza morale. Quell’attaccarsi a vecchie regole per non affondare, oppure quel continuare a fare una cosa anche se tutto ti dice di mollare perché forse, dopo, non sapresti più che altro fare. C.W. Sughrue che continua a macinare chilometri cercando Betty Sue, anche se non sa più veramente perché la sta cercando.

E’ bello L’Ultimo vero bacio, è un classico, è una pietra miliare, è forse il libro più riuscito di James Crumley ed è un gran bel romanzo. C’è un’altra affermazione di Luca Conti che mi sento di prendere a prestito, perché l’avrei detta io se non l’avesse scritta lui, una cosa che si può dire di molti romanzi come questo, al di là di tutte le stupide e riduttive etichette di genere. Questo non è soltanto «il capolavoro assoluto della narrativa hard boiled, ma uno dei romanzi più importanti, e soprattutto più belli, della narrativa americana tout court della seconda metà del Novecento».

JAMES CRUMLEY, IL CASO SBAGLIATO

Pubblicato su James Crumley, books con i tag , il 25 Novembre, 2008 da lconti

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Da oggi in libreria.

Einaudi Stile Libero, 364 pagine, 17 euro e 50.

Traduzione di Luca Conti.

Ecco come inizia.

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Mai andare a letto con una donna più incasinata di te

- Lew Archer

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Bravo chi sa spiegarle, le leggi. O come siano state cambiate dal tempo e dagli uomini. Per quasi ottant’anni, dalle nostre parti, l’unico modo per ottenere un divorzio era che uno dei coniugi finisse in galera per qualche reato o si facesse beccare in flagrante adulterio. La violenza fisica o la malattia mentale non contavano niente. E, nei dieci anni successivi alle mie dimissioni da vicesceriffo di contea, quelle antiquate leggi sul divorzio erano servite a riempirmi le tasche. Poi l’assemblea legislativa dello Stato, in un vortice di attivismo al termine di una seduta straordinaria, le aveva modificate lasciandomi in brache di tela. Adesso, da noi, i matrimoni possono terminare per divergenze inconciliabili. Entrambi gli schieramenti, favorevoli e contrari, erano rimasti più che spiazzati dall’imprevista iniziativa del legislatore, ma non tanto quanto il sottoscritto, che aveva passato i due giorni seguenti in ufficio, con un consistente malumore, a bere e godersi il panorama, soppesando un futuro che si presentava inaspettatamente buio. E il panorama aveva un’aria di gran lunga più piacevole delle mie prospettive.

Il mio ufficio ha sede al terzo piano del Milodragovitch Building. Ho ereditato il palazzo da mio nonno, ma gran parte dei profitti finisce nelle tasche di una società di gestione immobiliare, in quelle della mia prima moglie e in quelle degli eredi della seconda. A me sono rimasti un affitto vantaggioso e un fantastico panorama. Fantastico, certo, almeno quando il vento dell’est non ci massacra con i fumi della cartiera, o quando un’inversione termica non tappa la Meriwether Valley come un tappo su un pozzo solforoso. Dalle finestre a nord il mio sguardo può spaziare per tutto il bacino di scolo di Hell-Roaring fino ai tre acri di bosco, appena sotto le cime più basse del Diablo Range, che ho anch’essi ereditato da mio nonno. E dalle finestre a ovest, se non faccio caso alla squallida periferia occidentale di Meriwether, la vallata si stende come un lussureggiante tappeto verde che corre tra ripidi crinali rocciosi. Sul versante nord della vallata, invece, si staglia imponente lo Sheba Peak, su cui la neve indugia fino a estate inoltrata, una montagna bianca e conica come il seno di una giovane donna, una donna concepita negli strani sogni di un lurido minatore, un sogno che solo l’oro e l’argento possono comprare.

A differenza delle mie prospettive, il panorama meritava un brindisi, cosa che feci. Da quando avevo ipotizzato che i matrimoni in via di sfascio si sarebbero sistemati da soli, senza la mia assistenza professionale, quelle prospettive erano numerose ma anche improbabili. Potevo darmi a tempo pieno al recupero delle macchine usate e dei mobili a buon mercato così soavemente promessi dalle finanziarie, inseguendo cattivi pagatori come un segugio spuntato fuori da un inferno economicamente solvibile. Potevo, come no; ma sapevo che non l’avrei fatto. Come non avrei certo potuto vivere con i quarantasette dollari e spiccioli avanzati dall’affitto mensile dell’ufficio, né risolvermi a tagliare il mio bosco per farne legna, né – ancora – convincere il fondo che gestiva i beni del mio defunto padre a mollarmi parte delle sue fortune prima del mio cinquantacinquesimo compleanno. L’unica consolazione era che dalla bottiglia dell’ufficio sarebbe scappato un altro drink, accompagnato dall’ennesima occhiata circolare alla ricerca di qualsivoglia cosa di valore in quella stanza.

La grande cassaforte nell’angolo, un vecchio modello che aveva visto le glorie di mio nonno banchiere, era vuota, fatta eccezione per duemila dollari di losca provenienza che ero riuscito a sottrarre alle grinfie delle tasse. I tre schedari da parete erano pieni di resoconti di matrimoni falliti, privi di ogni valore anche per quei poveri disgraziati che ne erano oggetto. Il ritratto del mio bisnonno era opera di un celebre (anche per la sua ubriachezza) pittore del West, e magari valeva anche qualcosa, ma l’idea di mettere in vendita il mio antenato mi sembrava ben poco opportuna. Prima, senza dubbio, sarebbe toccato agli alberi. O alla vecchia scrivania e al tappeto orientale, che avevano un’aria abbastanza malconcia da essere presi per pezzi d’antiquariato, solcati com’erano da bruciature di sigaretta e lordi dei detriti di dolore e indignazione che si erano staccati da tutti i mariti e le mogli che, in preda all’agitazione, erano transitati nel mio ufficio. L’età e il rimpianto, ecco gli unici attivi e passivi del mio conto economico.

Ma, come tutti gli uomini che bevono troppo, avevo trascorso gran parte della vita a rimuginare sul mio sciagurato futuro, e la faccenda aveva smesso di divertirmi. Così mi sparai un altro drink e mi accostai alle finestre a nord per scrutare gli allegri lavoratori di Meriwether. Un tempo i Milodragovitch erano stati dei veri pezzi grossi, in città, ma ormai l’unico modo che mi era rimasto per guardare qualcuno dall’alto in basso era quello di andare su in ufficio e affacciarmi alla finestra. La pausa pranzo era ormai terminata e la gente si affrettava a rientrare al lavoro, tornando in ufficio o in negozio a bordo di macchine con l’aria condizionata, anche se il clima era più primaverile che estivo. Io, che di macchine con l’aria condizionata non ne avevo mai avuta una, potevo quindi sentirmi un po’ superiore. Almeno fino ad agosto.

CHESTER HIMES: L’UOMO IN FUGA

Pubblicato su Chester Himes, James Sallis, books con i tag , , il 22 Ottobre, 2008 da lconti

Lascio la parola a James Sallis, che ne sa molto (e sempre) più di me:

Mi sono avvicinato a Chester Himes sulla scia del grande successo di Pinktoes. Poco dopo ebbi modo di vedere Pupe calde e mafia nera in un cinema periferico di New York. La lettura dei suoi libri, il ritrovarmi a scavalcare vecchie megere e ubriaconi che se la dormivano della grossa nell’atrio del mio palazzo o in svariati angoli della città, il vedere la sfilata di battone e truffatori, di gente malconcia e il grande scintillio dell’America, con la città che non si sa come riusciva sempre a cavarne le gambe, a raccapezzare un giorno dopo l’altro, come una balena arenata; ecco, tutte queste cose iniziarono solo allora ad avere un senso.

Di Himes ammiravo l’originalità della voce, la scrupolosa economia descrittiva, la folle esattezza della caratterizzazione e la velocità del racconto, ricolmo di bruta forza d’immaginazione. Ancor più, forse, ammiravo l’abilità di Himes nel creare un mondo del tutto autoreferenziale, che non è certo Harlem ma una risposta a Harlem.

Ed ecco cosa scriveva lo stesso Himes:

Non facevo in tempo a mettermi seduto che diventavo isterico per l’assurdità e la follia delle storie che andavo scrivendo. Ma era tutta roba per il mercato francese, mi dicevo, che avrebbe buttato giù qualunque fregnaccia sugli americani, bianchi e neri non importava, bastava che fosse incredibile. E mi illudevo di  fare lo scrittore realista. Mai una volta che mi sia venuto in mente che invece ero uno scrittore dell’assurdo. Realismo e assurdo sono aspetti così simili, nella vita dei neri americani, che non si riesce a capire la differenza.

Nel 2005 ho avuto il piacere e l’onore di tradurre Run Man Run, scritto da Himes nel 1966, per la vecchia Giano. Il romanzo è purtroppo fuori catalogo e non ne è prevista, a quanto so, una ristampa.

Pertanto, visto che i diritti della traduzione sono tornati al sottoscritto, metto in rete il primo capitolo. Se vi incuriosisce, forse potete ancora trovare il volume in qualche libreria.

LC

LEE CHILD, O COME TORNARE RAGAZZINI

Pubblicato su Lee Child, books con i tag , il 21 Ottobre, 2008 da lconti

Per leggere con profitto i romanzi di Lee Child (pseudonimo di James Grant, nato a Coventry nel 1954 e riuscito, in soli tredici anni di carriera letteraria, a diventare uno degli autori più letti e pagati al mondo) è necessario munirsi di uno strumento critico fondamentale, che gli anglosassoni amano chiamare suspension of disbelief.

Con tale sospensione d’incredulità sottobraccio siamo allora pronti per affrontare, senza fare la minima piega (e anzi, prendendole per buone), tutte le sconcertanti, incredibili coincidenze che l’autore britannico – ormai naturalizzato statunitense – ama far esplodere ogni cinque minuti tra i piedi del suo supereroe, quel marcantonio di Jack Reacher, ex maggiore della Military Police americana e protagonista di ben dodici romanzi, l’ultimo dei quali è Nothing to Lose, uscito da non molto negli USA.

Con tale sospensione d’incredulità sottobraccio, a leggere i romanzoni di Lee Child ci si diverte un sacco, garantito. Questo perché l’intuizione di Child, gran conoscitore delle pulsioni nascoste e non tanto nascoste del pubblico, stante la sua lunga precedente carriera come produttore televisivo (impiego da cui fu licenziato su due piedi nel 1995 per una di quelle “ristrutturazioni” che vanno così di moda nelle grandi aziende) è stata quella di ripescare il buon vecchio romanzo d’avventure, campo in cui i britannici, da John Buchan fino ad Alistair McLean, sono sempre stati molto abili; aggiornarlo con una bella spolverata di hard-boiled, condirlo con generose spruzzate di violenza (ma non troppa), azione (quella sì, a mani basse), un pizzico di sesso (assai casto, in realtà), e servire in tavola ancora caldo.

Ci si diverte un sacco, perché certe volte con Child sembra di essere tornati ragazzini: i buoni sono buonissimi (Jack Reacher è un marcantonio di due metri, la testa di Bruce Willis sul corpo di Arnold Schwarzenegger, a sentire ciò che racconta Child nelle interviste, ha lasciato l’esercito e vive da drifter, un senza fissa dimora per scelta, che non vuole legami di alcun genere e si muove per l’America quasi aspettando che i guai gli vengano a bussare sulla spalla), mentre i cattivi sono cattivissimi (per esempio, Hook Hobie, il bad guy di Tripwire, è un incrocio tra Capitan Uncino e uno dei ripugnanti, anche nell’aspetto, criminali che combattono contro Dick Tracy).

Naturalmente i cattivi perdono sempre; Jack Reacher – come insegna Bruce Willis in Die Hard – prende un sacco di botte (e un sacco, più una, ne dà), ma è così grosso, buono, altruista, intelligente e disinteressato che non può fare a meno di mettere le cose a posto, si tratti di una congiura per assassinare il Presidente o della misteriosa sorte di un gruppo di militari americani in Vietnam, o ancora di una serie di assurdi omicidi in un paesino sperduto nel nulla, che in trent’anni non aveva mai visto fatti di sangue (e, guarda caso, è sufficiente che Reacher scenda dal torpedone per dare il via alle danze…).

Tripwire, il romanzo che ha dato il via a queste riflessioni, ha la singolare caratteristica di svolgersi in gran parte all’interno delle Twin Towers, e riletto oggi, a quasi dieci di distanza dalla sua uscita – è del 1999 – fa proprio per questo uno strano effetto.

Insomma, nei paragrafi precedenti vi ho raccontato in estrema sintesi la trama di ben tre romanzi di Child (uno, ancora, Echo Burning, non è altro che una rivisitazione di Mezzogiorno di fuoco in chiave hard-boiled, e così via). Gli è che a volte, in un’epoca di eroi tormentati e problematici, c’è un gusto quasi perverso nel leggere di un personaggio le cui certezze e il cui istinto sono incrollabili, invincibile perché ha sempre ragione lui e, soprattutto, assolutamente incapace di stirarsi una camicia (una volta usate, infatti, le butta via direttamente).

LC

«M» NON DEVE MORIRE

Pubblicato su riviste con i tag , il 20 Ottobre, 2008 da lconti

Il destino di “M-Rivista del Mistero”

«Salve a tutti. Qui vi parla Andrea Carlo Cappi alias “doktor M”, il creatore e direttore editoriale di “M-Rivista del Mistero”. Per prima cosa devo ringraziare tutti coloro tra voi che sono lettori e abbonati del mystery magazine ora al suo nono anno di attività: le pubblicazioni – che proseguivano idealmente un lavoro cominciato su “Il Giallo Mondadori”, “Delitti & Misteri” e “G-La rivista del giallo” – ebbero inizio infatti nel gennaio 2000. Da allora la rivista, fondata da me e Andrea G. Pinketts e poi proseguita da me con Lia Volpatti,. già caporedattore de “Il Giallo Mondadori”, ha pubblicato racconti e romanzi inediti di autori passati e presenti, ha affrontato non solo il giallo in tutte le sue forme, ma anche la contaminazione tra generi letterari, con ampio spazio per horror, fantastico e persino western (uno dei numeri di maggior successo di critica e di pubblico, con un romanzo inedito di Joe R. Lansdale). Il nostro numero su Lovecraft viene presentato regolarmente nei convegni dedicati al celebre scrittore da ormai un anno e mezzo.

Perché ne parlo in questi toni nostalgici? Perché mentre mi preparavo a celebrare il decimo anno di lavoro, il 2009, con nuove scoppiettanti trovate… tutto il resto della casa editrice Alacran (che dall’ottobre 2004 ha proseguito le pubblicazioni iniziate presso Edizioni Addictions) mi ha detto… che la rivista non andava più fatta. A meno di aumentare spaventosamente il prezzo o diminuire considerevolmente le pagine, tradendo la natura della rivista – non è possibile continuare le pubblicazioni in libreria (in edicola eravamo andati solo su area-test, con costi molto elevati). E il numero di abbonati, pochi in rapporto alla quantità dei lettori, è insufficiente. Dunque il prossimo numero, in “uscita” entro fine ottobre, non andrà in libreria, sarà spedito solo agli abbonati e disponibile presso la manifestazione Grinzane-Piemonte Noir o alla redazione di Alacran. E dovrebbe essere, in teoria, l’ultimo.

Be’, se avessi l’abitudine di arrendermi non sarei qui adesso: probabilmente sarei un pessimo ingegnere o un mediocre architetto, non avrei pubblicato tanti libri da averne perso il conto e non avrei realizzato nove annate di una rivista unica nel suo genere… l’unica in Italia a fondere i modelli di “Black Mask”, “Il Cerchio Verde”, “Ellery Queen’s Mystery Magazine” e “Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine”. Quindi “M-Rivista del Mistero” non ha la minima intenzione di andarsene gentilmente nella notte. Per ora Alacran ha intenzione di chiudere gli abbonamenti dopo il numero 7 della nuova serie, offrendo in risarcimento a chi è ancora abbonato – o ha rinnovato da poco – libri disponibili del proprio catalogo (una comunicazione arriverà presto agli abbonati).

Non amo gli appelli per cose che non siano veramente serie, ma se vi è capitato di leggere qualcuno dei numeri di “M” e se pensate che un paese vagamente civile non debba essere privo di un mystery magazine e di una voce indipendente e – passatemi il termine – coraggiosa come questa rivista, provate a pensare di abbonarvi o riabbonarvi, non inviate denaro, ma comunicate semplicemente la vostra intenzione all’indirizzo cappi@alacranedizioni.it. Se sarete in tanti, nel 2009 “M-Rivista del Mistero” potrà ripartire come pubblicazione esclusivamente per abbonati, riprendere il discorso da dove lo lasciamo questo autunno di recessione mondiale… e celebrare degnamente il proprio decimo anno di vita. Per ora, chi può, si goda l’imminente numero con un inedito di Deaver, un’avventura di James Bond di Raymond Benson… e molto altro».

Grazie, il vostro K

Il sito web di “M-Rivista del Mistero”

La pagina ufficiale su MySpace con il punto sulla situazione

TIRO MANCINO

Pubblicato su Charles Willeford con i tag , il 15 Ottobre, 2008 da lconti

LAST OF THE INDEPENDENTS cambia grafica.

Il tema precedente non era male ma, per i miei gusti, poco modificabile (a meno di non intervenire sui fogli stile, cosa che al momento non ho né la voglia né, soprattutto, il tempo di fare). Comunque, visto che un’affezionata lettrice mi ha fatto notare che sì, insomma, va bene anche così, ma lei leggeva meglio  prima,  quando lo sfondo era bianco, ho messo in rete anche una versione light disponibile qui. Così chiunque potrà scegliere lo sfondo che più gli (le) aggrada. OK?

Grazie ancora a tutti coloro che mi seguono con interesse.

PS: La copertina qui accanto è quella del romanzo, pubblicato nel 1962, che Charles Willeford – uno che non buttava via niente – riciclò nel 1987 per scrivere il suo capolavoro, Sideswipe, che in italiano è uscito come Tiro Mancino ed è una delle traduzioni di cui vado più orgoglioso.

Ma ne parlerò più avanti. Tra qualche giorno, la seconda parte dell’intervista di Laura Lippman a James Crumley.

PETER LEONARD, L’ORA DEL BRIVIDO

Pubblicato su Peter Leonard, books con i tag , il 14 Ottobre, 2008 da lconti

Traduzione di Luca Conti
ISBN 978-88-625-1037-0
Pagine 256
Euro 18,50
Collana: Nerogiano

«Con la sua trama geniale e i protagonisti così sanguigni e carnali, Brivido è […] un romanzo che ha davvero qualcosa di speciale».
Michael Connelly

«Una trama superlativa, dialoghi serrati, personaggi impeccabili… ho trascorso la notte intera a leggerlo!».
George Pelecanos

«Attraverso gli occhi di una seducente eroina, Peter Leonard ci conduce nel mondo del crimine, là dove agisce l’autentica feccia della terra».
Jim Harrison

«Perfetto, grande attenzione ai dettagli e talento a dismisura con un finale esplosivo».
Thomas Perry

Peter Leonard, partner dell’agenzia di pubblicità Leonard, Mayer & Tocco, è arrivato tardi alla scrittura anche se l’ha sempre respirata, fin da giovane: suo padre è infatti Elmore Leonard, uno dei maggiori romanzieri contemporanei. Brivido è il suo primo romanzo, ma altri sono già in arrivo. Vive a Birmingham, nel Michigan, con la moglie e i quattro figli.

DIZIONARIO DELLE LETTERATURE POLIZIESCHE

Pubblicato su Dizionario delle letterature poliziesche, books con i tag , il 13 Ottobre, 2008 da lconti

In anteprima assoluta, la copertina del gigantesco (oltre 2000 pagine) Dizionario delle letterature poliziesche che uscirà il 18 novembre per Mondadori DOC e la cui edizione italiana è stata curata dal sottoscritto e dal suo complice Giovanni Zucca. Da fine novembre in poi, presentazioni in tutta Italia.

Il Dizionario ha anche un blog (cliccare qui) che includerà anticipazioni, notizie, aggiornamenti, il calendario delle presentazioni e quant’altro ci verrà in mente strada facendo.

JAMES CRUMLEY PARLA CON LAURA LIPPMAN (prima parte)

Pubblicato su James Crumley, Laura Lippman, books con i tag , , il 2 Ottobre, 2008 da lconti

Laura Lippman, eccellente scrittrice di crime novels che finalmente, da qualche anno, sta godendo anche di una meritata popolarità italiana, mi ha gentilmente concesso di tradurre e pubblicare una sua lunga conversazione del 2006 con James Crumley, al quale lo univa una lunga amicizia.

Le cospicue dimensioni di questa chiacchierata tra vecchi amici mi costringono, per comodità di lettura, a dividerla in puntate. Questa è la prima (anzi, a dir la verità questa è soltanto l’introduzione, in cui Laura racconta il suo rapporto umano e professionale con James). Il resto, nei prossimi giorni.

Ah, grazie – come sempre – a Luisa Piussi, la voce italiana di Laura Lippman.

LC

(nella foto, da sinistra, Harlan Coben, James Crumley e Laura Lippman)

UNA CONVERSAZIONE CON JAMES CRUMLEY

di Laura Lippman

Ho incontrato per la prima volta James Crumley nel 2000, alle Bahamas. Questo particolare sembra rendere la cosa ancora più interessante di quanto già non sia stata. Eravamo solo due dei tanti scrittori presenti a un incontro organizzato dal Club Med e battezzato, in maniera fuorviante, «Tenebre sotto il sole». Di sole ce n’era poco, in effetti, ma anche di tenebre. In base ai miei ricordi di quella piacevole settimana gran parte degli scrittori –  George Pelecanos, Dennis Lehane, Harlan Coben, Steve Hamilton, Peter Robinson e Paula Woods, tra gli altri – non faceva che passare le serate, visto che pioveva quasi sempre, riunita attorno a Crumley per ascoltare le sue storie, in prevalenza autobiografiche. Va anche detto che, da parte nostra, c’era un bell’incoraggiamento, e che lui non si faceva pregare. Era il Budda del bar, un maestro affettuoso e carismatico che non aveva tempo né voglia di farsi metter su un piedistallo.

Ho iniziato a leggere Crumley nei primi anni Ottanta, partendo da Dancing Bear (1983) e tornando indietro a recuperare The Wrong Case (1975) e The Last Good Kiss (1978). A dirla tutta, mi sono fatta una piccola teoria – della quale, con l’assoluto candore proprio della migliore tradizione crumleyana, confesserò che non frega niente a nessuno – secondo la quale Crumley è forse l’unico motivo che ha spinto un sacco di scrittori oggi sulla quarantina a dedicarsi direttamente alla crime fiction, anche se l’ambizione e l’abilità letteraria potevano condurli al mainstream. Di conseguenza, senza pretendere di parlare per conto terzi, dirò che ho iniziato a leggere Crumley perché i suoi libri uscivano nei tascabili della Vintage proprio nel momento di maggior fulgore di quella collana. Il sabato andavo sempre a fare colazione alla Twin Sisters Bakery di San Antonio, dopo di che attraversavo la strada per infilarmi nel Book Stop e lì compravo i Vintage a bracciate. Uno di quelli era Dancing Bear, forse il titolo che ricordo con maggiore precisione. Mi aveva fatto impazzire a tal punto che ancora oggi, a oltre vent’anni di distanza, non mi è passata l’arrabbiatura con un mio collega che aveva lasciato la mia copia sul bordo della piscina, finendo per infradiciarmela tutta. Adesso di Dancing Bear possiedo una prima edizione firmata dall’autore, ma mi girano ancora le scatole. Anzi, a essere sincera, ogni volta che ce l’ho con qualcuno è per una questione di libri.

La triste ironia di tutto questo sta nel fatto che la mia scoperta di Crumley ha coinciso con la sua lunga «terra di nessuno», almeno per quanto riguarda le uscite in libreria. Crumley non ha mai smesso di scrivere; è solo che pubblicare, per lui, è tutta un’altra faccenda, anche perché gran parte di ciò che produce e non ci fa leggere non è all’altezza dei suoi elevatissimi standard. Il romanzo successivo, The Mexican Tree Duck, è apparso dieci anni dopo Dancing Bear, anche se nel frattempo ci sono stati una raccolta di racconti (Whores, 1988) e un volume di saggi e altri racconti (Muddy Fork and Other Things, 1991). The Mexican Tree Duck ha vinto, nel 1994, il Dashiell Hammett Award conferito dalla  International Association of Crime Writers. Crumley, che compirà 67 anni il 12 ottobre, ha avuto negli ultimi tempi un relativo attacco di produttività: Bordersnakes (1996); The Final Country (2001, vincitore del Macallan Silver Dagger) e The Right Madness (2005).

Ci siamo parlati per telefono il 21 settembre e la conversazione ha toccato argomenti come la sua vita, la sua opera, il perché Crumley non scriva un’autobiografia e il fatto che sia stato Lyndon B. Johnson a portare la corrente elettrica nell’Hill Country (se avete abitato nel Texas meridionale, come ho fatto io per sei anni, saprete che LBJ e le sue biografie scritte da Robert A. Caro sono un argomento quasi obbligato, ma Crumley ha con Johnson un legame del tutto personale). L’intervista  ha subìto dei tagli – sono state ridotte alcune digressioni, accorciati dei pensieri rimasti a mezz’aria – perché il dialogo di uno di noi, ovvero la sottoscritta, richiedeva un certo aggiustamento. Crumley, invece, era sempre il solito: loquace, coerente e sboccato, anche se quel pomeriggio era appena stato dal dentista e sosteneva di non sentirsi più il naso. «’sto dentista che mi cura si è messo a usare della novocaina francese che è davvero una bomba, ti rimbecillisce tutto un lato della testa.» Beveva Ketel One e acqua tonica da una cannuccia, unica concessione al suo volto privo di sensibilità. Io, invece, bevevo vino bianco, una mossa infelice che Jim, nella sua magnanimità, decise di perdonarmi. «Ti ho visto giocare a basket. Sei abbastanza tosta da bere vino bianco, se proprio vuoi.»

JAMES CRUMLEY: UN RICORDO

Pubblicato su James Crumley, books con i tag , il 19 Settembre, 2008 da lconti


«Ormai è fatta. Non è detto che questa sia la mia ultima terra. In gola ho ancora il sapore dell’orso, amaro del sangue degli innocenti; e nei recessi del mio vecchio cuore riesco ancora a ricordarmi il gusto dell’amore. Forse mi trovo qui solo per riposare. Per farmi un po’ di birre ghiacciate, al calduccio. Ma non importa quale sarà la mia ultima terra, perché le mie ceneri sono destinate a tornare nel Montana. Forse ho solo smesso di cercare l’amore. O forse no. Forse me ne andrò a Parigi. E chi lo sa? Ma col cazzo che me ne tornerò in Texas».

Il ricordo dello scrittore nelle parole di Luca Conti sull’Unità.

L’ultimo bacio di James Crumley

A ripensarci, pur in un momento così triste, è quasi impossibile trattenere un sorriso. Tanto più dopo aver scambiato i comuni ricordi di James Crumley con un bel po’ di suoi colleghi scrittori: tutti quanti (compreso il sottoscritto, che lo traduceva ormai da anni e continuerà a farlo) l’abbiamo incontrato nello stesso modo. Ovvero entrando in un bar, in Italia o negli Stati Uniti, che fosse durante un festival letterario o a una convention di giallisti. Se Crumley era tra i presenti, garantito che potevate trovarlo appollaiato su uno sgabello, davanti al bancone, oppure seduto a un tavolo in fondo al locale, circondato da bottiglie quasi sempre vuote. Come a Courmayeur, in una vecchia edizione del Noir in Festival, quando la sua sagoma da orso in miniatura – piccoletto, ma con la pancia del grande bevitore e un torace da peso massimo – era la prima cosa che si scorgeva rientrando in albergo, a qualunque ora del giorno e della notte.

Il bello è che la gente si teneva a debita distanza, qui e in America, perché lo scambiava per un tipo inavvicinabile, pronto magari a far scoppiare una rissa per un nonnulla, proprio come capita nel primo capitolo dell’Ultimo vero bacio, il suo capolavoro e uno dei romanzi fondamentali della letteratura americana del Novecento (tutta la letteratura, intendo, non solo quella di genere). Invece James era una persona dolcissima e affettuosa con la quale, certo, forse non era così facile andare d’accordo – e le quattro mogli prima dell’ultima, Martha Elizabeth, sono pronte a testimoniarlo – e con la straordinaria capacità di non prendersi sul serio, pur conoscendo benissimo il proprio valore. E, soprattutto, era un grande raccontatore di storie, forse ancora meglio che su carta: una miniera inesauribile di aneddoti, di esperienze incredibili (di guerra, di droga, di alcol) che si stentava a credere potessero essere capitate a una persona sola. La cosa singolare è che Crumley parlava quasi sempre e solo di se stesso, non certo per vanità, ma perché anche questo faceva parte della sua attività letteraria. Mettere le parole su carta era, per lui, un passaggio secondario. «I miei libri li ho tutti qui in testa,» fu una delle prime cose che mi disse. «Scriverli è un’altra faccenda, e non è sempre detto che vada a buon fine. Ne ho uno, per esempio, che mi sto portando dietro dal 1969, un grande romanzo sul Texas che quasi sicuramente non finirò mai. L’ultima volta che ho dato un’occhiata al manoscritto ero arrivato a ottocento pagine… e a quel punto le ho gettate nel fuoco. È vero che mi ero appena fatto una canna, ma ci ho messo due ore, a bruciarlo tutto.»

Forse è stata proprio la sua perenne insoddisfazione a produrre almeno due tra le pietre miliari dell’hard boiled: il già citato L’ultimo vero bacio, uscito nel 1978, e il precedente Il caso sbagliato, del 1975, che riapparirà tra breve nelle librerie italiane dopo un’assenza di quasi vent’anni. E, se L’ultimo vero bacio ha rivoluzionato il genere proprio come si rivolta un calzino, a partire dal suo leggendario primo capoverso – che Crumley sosteneva di averci messo solo otto anni a scrivere – Il caso sbagliato rappresentò, per i pochi che lo lessero all’epoca e per i tanti che lo hanno amato nel corso del tempo, il primo colpo di piccone assestato alle convenzioni ormai stantie del poliziesco americano: un improbabile investigatore privato che campa malamente con le cause di divorzio, fotografando coppiette abusive nei motel, che vive in un perenne stato etilico rinforzato da larghe dosi di marijuana e, quando capita, di cocaina, che indaga non per ristabilire la legge ma per amore dei soldi e per placare la solitudine, che passa da un bar all’altro circondato da una galleria di personaggi sfigati e marginali, reietti come lui ma ancora pieni di dignità personale in una società sfasciata dalle tragedie della Corea e del Vietnam.

È stato James Crumley a cambiarmi la vita. Ho deciso di fare questo mestiere, anni fa, nella speranza di poter tradurre un giorno L’ultimo vero bacio. È davvero andata così: e, come dice la celebre canzone di Gershwin, Who could ask for anything more?

Luca Conti, da «L’Unità» del 19 settembre

( anche su www.einaudi.it)

SO LONG, JAMES

Pubblicato su James Crumley con i tag , il 18 Settembre, 2008 da lconti

Dice spesso la gente che la vita andrebbe presa come una scuola. Magari uno di quei college del Sud, lindi e pinti, dove ti basta passare l’ultimo esame per ritrovarti dritto, e senza traumi, a fluttuare in una piacevole eternità. Ma se la vita è come un college, allora io ho fatto cilecca di nuovo. Bocciato.

James Crumley, 2006

JAMES CRUMLEY DIES AT 68

Missoula author James Crumley, 68, died Wednesday afternoon at St. Patrick Hospital after many years of health complications.

When he died, Crumley was surrounded by family and friends, including his wife, Martha Elizabeth, and Missoula author and county emergency services director Bob Reid.

***

Segnalo, a chi fosse interessato, che domani, venerdì 19, uscirà un mio ricordo di Crumley sull’Unità.

E nei prossimi giorni, su questo blog, un sacco di altre cose. Una, comunque, voglio dirla subito.

È stato James Crumley a cambiarmi la vita. Ho deciso di fare questo mestiere, anni fa, nella speranza di poter tradurre un giorno The Last Good Kiss. È davvero andata così: e, come dice la celebre canzone di Gershwin, Who could ask for anything more?

JAMES SALLIS, LA STRADA PER MEMPHIS

Pubblicato su James Sallis, books con i tag il 12 Settembre, 2008 da lconti

Riporto in cima questo post per segnalare che la data definitiva di uscita del romanzo è il 25 settembre.

Ho già una copia del libro, che contiene anche una lunga e interessante postfazione di Tiziano Gianotti, e devo dire che sono molto soddisfatto del risultato.

Ah, si tratta di uno dei romanzi più belli di Sallis (l’ho già scritto, ma mi fa piacere ricordarlo) e forse il suo più malinconico.

Ricordo poi, visti gli equivoci insorti con Cypress Grove Blues/Il bosco morto, che La strada per Memphis è inedito in Italia e costituisce il secondo volume della trilogia aperta da Cypress Grove e chiusa da Salt River, la cui pubblicazione italiana è prevista per la seconda metà del 2009 (forse anche prima: dipende da quando uscirà sugli schermi Drive, il film di Neil Marshall interpretato da Hugh Jackman e tratto dall’omonimo romanzo di Sallis, del quale è appunto prevista la ristampa italiana assieme all’uscita del film).

Nerogiano

Traduzione dall’inglese di Luca Conti
Euro 17,00
224 pagine

Turner, ex poliziotto, ex detenuto ed ex terapeuta, ha deciso di accettare l’incarico di sceriffo a Cripple Creek, una piccola cittadina del Tennessee, a breve distanza da Memphis, in cui la criminalità, rispetto a quella della grande città in cui nel 1968 fu assassinato Martin Luther King, è decisamente minore e strettamente locale.
La vita per Turner sembra scorrere tranquilla in compagnia della sua compagna, Val Bjorn. Quando l’ascolta suonare il banjo, Turner ha davvero l’impressione che le ferite del suo passato siano definitivamente chiuse.
Una notte, però, lo sceriffo Don Lee arresta un ubriaco alla guida di un’auto.
Il tipo, che dice di chiamarsi Judd Kurtz, riserva non poche sorprese. In una borsa di nylon nascosta nel bagagliaio, Turner e Don Lee scoprono la bellezza di 200.000 dollari.
In capo a qualche giorno, poi, Kurtz riesce ad evadere dalla galera.
Gettando ogni cautela, Turner si lancia al suo inseguimento sulla strada per Memphis.
Ma, a Memphis, tutti i fantasmi che Turner pensava di essersi lasciato alle spalle tornano a farsi vivi. In una inarrestabile escalation di violenza , Turner si ritrova dolorosamente a dover fare i conti col suo passato e a mettere in pericolo tutto ciò che ora gli sta a cuore.

E il colpo di scena finale lascerà il lettore incredulo e stupefatto.

La scrittura di Sallis è dolorosa e necessaria, e in questo libro forse in più di ogni suo altro.

James Sallis, nato a Helena, Arkansas, nel 1944, è romanziere e musicista, saggista e poeta, biografo e traduttore dal francese e dal russo (Queneau, Cendrars, Lermontov, Pasternak). Autore di dieci romanzi, quattro raccolte di poesie e una biografia di Chester Himes, ha abitato a lungo a Londra e in varie parti d’America. Adesso vive a Phoenix, Arizona. Giano sta pubblicando tutti e tre i romanzi della serie che ha come protagonista Turner: Il bosco morto, La strada per Memphis, La valle del sole.

Memphis, la sua vita criminale, un passato che non vuole passare e i tormenti dell’amore nella nuova avventura di Turner, il protagonista del Bosco morto.

«La strada per Memphis è un romanzo poliziesco in cui vibrano le emozioni… un romanzo che assomiglia a una poesia, un’ode al perduto».
Paul Kane, The Compulsive Reader

«Non puoi fare a meno di staccare ogni tanto gli occhi dalla pagina in segno di ammirazione».
Stephen Miller, January Magazine

«Una storia poliziesca che nessuno scrittore potrebbe scrivere meglio».
Chicago Sun-Times

«Un thriller e un’ode all’America profonda che ricorda lo stile lirico di James Lee Burke».
San Diego Union-Tribune

«Sallis ha l’occhio e l’orecchio del poeta e la sua prosa compatta rimanda al ritmo della musica del Tennessee rurale».
Seattle Times

«La lingua di Sallis ha il suono di un violino country».
Rocky Mountain News

«Il magistrale poeta e narratore Sallis padroneggia perfettamente la lingua, e quest’abilità rende ogni suo libro un’esperienza unica da assaporare».
Library Review

«Sallis è uno dei ritrattisti più dotati della scena del giallo, e i suoi romanzi sono perfetti dall’inizio alla fine».
Alfred Hitchcock Mystery Magazine

“SONO ANCORA VIVO, BASTARDI!”

Pubblicato su Horace McCoy, James Crumley, Peter Leonard, books con i tag , , il 2 Settembre, 2008 da lconti

… gridava Steve McQueen, ma almeno riusciva, beato lui, a scappare dai lavori forzati (il film è Papillon, per chi non se lo ricorda). Io, invece, sono rimasto alla catena per tutto il mese d’agosto, e ancora non è finita.

Comunque sia, è l’ora di ripartire anche con Last of the Independents. Intanto vi anticipo cosa uscirà di mio, nelle prossime settimane (oltre, finalmente, alla Strada per Memphis di James Sallis, di cui avevo già scritto qualche mese fa):

Un sudario non ha tasche di Horace McCoy, per Terre di Mezzo; nuova traduzione del grande e censurato classico hard boiled del 1935, che in Italia era irreperibile ormai da parecchio tempo (lo scorso anno, sempre per Terre di Mezzo e sempre di McCoy, ho ritradotto Non si uccidono così anche i cavalli?).

Il caso sbagliato di James Crumley, per Einaudi; nuova traduzione, anche qui, del primo romanzo dell’autore dell’Ultimo vero bacio e secondo – come qualità – solo al suo leggendario capolavoro (il libro era fuori catalogo, in Italia, da oltre tredici anni).

Brivido, di Peter Leonard, per Giano. Peter Leonard è il figlio di Elmore, e questo è il suo primo romanzo: un bel thriller che cerca a tutti i costi di non assomigliare ai libri del padre, a volte riuscendoci, altre un po’ meno (ma capisco che la presenza di un genitore simile possa diventare ingombrante).

Il resto ve lo racconto nei prossimi post.

SOMETIMES I WALK AWAY…

Pubblicato su music, soul con i tag , , il 18 Luglio, 2008 da lconti

Mi ero ripromesso di non parlare di musica, da queste parti (già lo faccio a sufficienza, tutti i giorni, in altra sede).

Però ho trovato due bei video di due tra le mie cantanti preferite, che interpretano brani – per tutta una serie di motivi – dal significato molto personale.

Il primo è Wish I Didn’t Miss You di Angie Stone, che è costruito sul giro di uno dei brani grazie ai quali, da piccolo, ho scoperto quanto mi piacessero il soul e il r&b, ovvero Back Stabbers degli O’ Jays:

Il secondo è Sista di Rachelle Ferrell, in una bella versione dal vivo, al livello di quella che ho ascoltato a Milano la scorsa settimana (che però durava almeno il doppio):

Ah, per chiudere (sembra che non c’entri nulla, ma c’entra, c’entra) il vecchio video dei Blue Nile, The Downtown Lights:

LC

RECENSORE, SENZA SAPERLO

Pubblicato su Daniel Woodrell, William Faulkner, books con i tag , , il 18 Luglio, 2008 da lconti

Tra i tanti mestieri che ho fatto negli ultimi anni, questo ancora mi mancava: il recensore ignaro.

Mi spiego. Vi è mai capitato di leggere qualcosa e pensare “ma io questa l’ho già sentita”?

Oggi, sul Venerdì di Repubblica, a pagina 94, si parla di Uno strano destino, splendido romanzo del magico Daniel Woodrell di prossima uscita in Italia per Fanucci. L’autore dell’articolo esordisce così:

“C’è una linea retta che dal William Faulkner più noir conduce a James Lee Burke e da Flannery O’Connor porta a Joe Lansdale, e comprende autori di generazioni, formazione diverse come Cormac McCarthy e Jim Thompson: tutti, chi più chi meno, intenti a perfezionare la grande tradizione del Gotico americano”.

Bella, eh?

E questa è la conclusione del mio Faulkner e il giallo, una cosa che avevo scritto qualche anno fa e che i visitatori di questo sito hanno potuto leggere il 3 giugno scorso:

“Ecco quindi la linea retta che da William Faulkner conduce a James Lee Burke, e che da Flannery O’Connor porta a Joe Lansdale, e che comprende, tra gli altri, autori di generazioni, formazione ed esperienze diverse come Daniel Woodrell, Cormac McCarthy, Charles Willeford e Jim Thompson: tutti, chi più chi meno, intenti a perfezionare la grande tradizione del Gotico Americano.”

Che dire? Intanto, mi spiace che abbiano omesso il povero Willeford, il mio scrittore preferito.

Poi non resta che citare la battuta preferita di Sid Hudgins, il giornalista ficcanaso di Hush-Hush nei romanzi di Ellroy: “Ricordatelo, comunque: ve lo abbiamo detto noi per la prima volta: garantito, di prima mano, e in via molto, molto confidenziale” (James Ellroy, White Jazz, 1992; traduzione di Carlo Oliva).

Comunque sia, il Venerdì di Repubblica mi deve almeno una birra.

(già che ci siamo, non è vero, come scrive il suddetto recensore, che Cavalcando col Diavolo – il film di Ang Lee – è stato tratto dal romanzo di Woodrell Il bel cavaliere se n’è andato, in originale The Death of Sweet Mister. Proviene invece da Woe to Live On, uscito in Italia nel 2000 per Le Vespe, piccolo editore di Pescara).

LC

JAZZ & NOIR (remix)

Pubblicato su jazz & noir con i tag , il 16 Luglio, 2008 da lconti

Questa è, in anteprima assoluta, la copertina del prossimo numero di Musica Jazz, in uscita a fine luglio. Un numero speciale dedicato in larga parte agli incroci tra jazz e film noir (con un bel saggio di François Guérif, più articoli e interviste realizzati dal titolare di questo sito), che comprende anche un Cd stracolmo di brani tratti da celebri e meno celebri colonne sonore di film e telefilm polizieschi, alcune delle quali non sono reperibili altrove e che ho scovato in fondo alla mia collezione di stranezze.

Il saggio di Guérif – uno dei più noti critici europei di cinema e noir – serve anche da anticipazione del monumentale Dizionario delle letterature poliziesche, la cui edizione francese è stata curata da Claude Mesplède e quella italiana dal sottoscritto e dal suo partner in crime Giovanni Zucca, e che uscirà per Mondadori (nella collana DOC) il prossimo novembre.

Aggiungo, per chi lo volesse scaricare, l’MP3 di uno splendido brano che, per motivi di spazio, non è purtroppo entrato nella selezione finale del Cd: il tema principale di The Big Combo, un grande film noir del 1955 diretto da Joseph H. Lewis e interpretato da Cornel Wilde e Richard Conte. Il brano è stato scritto da David Raksin, uno dei più importanti autori di musica da film di tutti i tempi.

The Big Combo [Il download non è momentaneamente disponibile]

LC

IL GIALLO MONDADORI IN RETE

Pubblicato su books con i tag , il 15 Luglio, 2008 da lconti

Alla vigilia del suo ottantesimo compleanno, il Giallo Mondadori – da tempo nelle robuste mani di Sergio Altieri – approda finalmente su Internet con un blog:

http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/

Tanti auguri, e buona fortuna!

LC

THINGS AIN’T WHAT THEY USED TO BE

Pubblicato su books il 14 Luglio, 2008 da lconti

LAURA & LUISA, THE DYNAMIC DUO

Pubblicato su Laura Lippman, books con i tag il 12 Luglio, 2008 da lconti

Laura Lippman
Baltimora Blues

Nerogiano

Traduzione di Luisa Piussi

Pagine 312
Euro 17,50
Collana: Nerogiano

Il giornale presso cui lavorava, il secondo quotidiano di Baltimora, ha chiuso i battenti un paio di anni fa e da allora Tess Monaghan, ventinove anni, capelli lunghi castani raccolti in una treccia, la pelle chiara e gli occhi castani, non vive certo uno dei suoi momenti migliori. Senza lavoro e senza sussidio di disoccupazione, trascorre il tempo andandosene a vogare la mattina al Circolo di Canottaggio e a correre la sera per le strade di una Baltimora che non se la passa bene nemmeno lei, col suo triste record di un omicidio al giorno.

Prima opera della serie che ha rivelato il talento di Laura Lippman sulla scena letteraria internazionale, Baltimora blues è, come ha scritto George Pelecanos, uno di quei «romanzi intelligenti, innovativi e avvincenti» che hanno «hanno dato nuova linfa al genere poliziesco».

LIBRI AUTOTRADOTTI?

Pubblicato su books, traduzione con i tag , il 11 Luglio, 2008 da lconti

Immagino che qualcuno abbia letto su Repubblica dell’uscita di una nuova collana (www.espressonline.it/shortstories) che raccoglie famosi racconti della narrativa angloamericana con testo a fronte e «note linguistiche». lI primo, ovvero The Short Happy Life of Francis Macomber di Ernest Hemingway, è in edicola da oggi, e altri nove volumetti seguiranno a scadenza settimanale.

Da qualche giorno, com’è ovvio, il gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso pubblicizza questa iniziativa. Ieri, su Repubblica, è apparso un articolo molto generico di Stefano Giovanardi; oggi, invece, ben due pezzi: uno, l’ennesimo catalogo di banalità e luoghi comuni sulla traduzione, firmato da Irene Bignardi, l’altro – ben più serio e documentato – di Nadia Fusini.

Chi, come il sempre ottimista Luca Conti, all’annuncio (la scorsa settimana) di tale iniziativa, aveva pensato che, trattandosi di una serie che ha come oggetto proprio la traduzione e il suo confronto col testo originale, l’apporto dei traduttori medesimi sarebbe stato una buona volta messo in doveroso risalto, ha subito dovuto constatare che no, manco per il piffero.

Nell’articolessa di Giovanardi – in mezzo a una valanga di considerazioni più o meno condivisibili, ma tutte molto generiche – non si faceva il minimo accenno a chi avesse tradotto l’Hemingway. Va be’, mi sono detto, sarà per domani.

Stai fresco.

Il pezzullo di Irene Bignardi se ne guarda bene (però ci informa che Eco ha certe volte parlato della traduzione, che nel film Lost in Translation l’argomento è appunto quello, e che in italiano quando si parla di traduzione la prima frase che viene in mente è «traduttori traditori»), dicendo invece che tale iniziativa sarà soprattutto utile al lettore per «litigare direttamente con i traduttori» (a patto, immagino, di sapere chi siano).

Solo a tre quarti buoni del pezzo di Nadia Fusini – e comunque sepolto in un inciso – il lettore ignaro scopre, ammesso che a ‘sto punto gli interessi ancora, che per il Macomber è stata usata la versione italiana di Vincenzo Mantovani e non già quella di Guidobaldo Scaccabarozzi.

Farlo notare, magari, poteva pure essere interessante, visto che di traduzioni italiane del Macomber ne esistono due (l’altra è quella storica di Giuseppe Trevisani).

Non basta. Curioso come al solito, acquisto oggi il volumetto per scoprire che in copertina non è citato il nome del traduttore (ma che strano, per una serie col testo a fronte) così come non ne è fatta menzione nel frontespizio, in barba a ogni regola. Solo districandosi nel controfrontespizio, sotto il copyright della Mondadori, il lettore ficcanaso scoprirà il legittimo nome di colui che ha in effetti reso possibile l’intera operazione.

In sintesi, perché l’ho fatta lunga, tutta questa faccenda mi sembra abbastanza imbarazzante (e non entro nel merito delle «note linguistiche»), soprattutto perché mi chiedo a chi e a cosa serva una tale collana, se fatta in questo modo.

E se davvero la finalità dell’operazione era quella di porre l’accento sulla comparazione dei testi, non ci voleva molto a chiedere ai traduttori dei singoli racconti un contributo che spiegasse il perché delle loro scelte, il modo di affrontare il testo e tante belle cose che la categoria cui appartengo continua a reclamare da tempo quasi immemorabile.

In questo modo, invece, si tratta dell’ennesima occasione perduta, che continua inoltre a perpetuare nella mente del lettore nostrano quel fenomeno ormai mitologico per il quale, è noto, i libri e i racconti scritti in una qualche lingua straniera riescono brillantemente ad autotradursi in italiano.

LC

KENNETH FEARING, THE BIG CLOCK

Pubblicato su Kenneth Fearing, books con i tag il 28 Giugno, 2008 da lconti

«Un delitto viene compiuto nelle prime pagine e i sospetti della polizia si concentrano su una certa persona (il personaggio principale). Per provare la sua innocenza, costui deve industriarsi a trovare il colpevole, anche se per fare ciò egli rischia la vita. Si può dire che, in questo caso, il personaggio principale è allo stesso tempo il detective, il colpevole (agli occhi della polizia) e la vittima (potenziale) dei veri assassini»

Per Tzvetan Todorov, l’autore di questa citazione, il romanzo poliziesco è per natura più portato a conformarsi ad una stretta griglia di regole già fissate piuttosto che a trasgredirle; un genere consolatorio la cui funzione è il ristabilimento dell’ordine costituito, interrotto dall’evento delittuoso. E, senza andare a scomodare il Collége de Pataphisique e l’Oulipo, che alla fine degli anni Sessanta si erano brevemente interessati a queste categorie, basta avere una benché minima frequentazione del genere per sapere benissimo che in larga parte le linee tracciate dalla classificazione di Todorov sono esatte. Più interessante, allora, è cercare di scoprire in quali casi, in quali autori, e soprattutto con quali risultati le regole scritte e non scritte del romanzo giallo, sia classico sia hard boiled, sono state allegramente e deliberatamente violate.

(l’articolo intero è qui)

PS numero uno: il post – che è molto lungo, ve lo dico subito – riproduce la mia postfazione all’edizione Einaudi Stile Libero (2001) di The Big Clock, ovvero Il grande orologio.

PS numero due: quello riprodotto a lato è il risvolto dell’edizione Garzanti (1953) di The Dagger of the Mind, che ovviamente non è l’unico poliziesco di Fearing.

LC

CHRISTOPHER COOK, ROBBERS

Pubblicato su Christopher Cook, books con i tag il 21 Giugno, 2008 da lconti

Tra tutti i libri che ho tradotto – e cominciano a essere tanti, ormai – Robbers, di Christopher Cook, è uno di quelli cui sono più affezionato. Da un lato per la straordinaria difficoltà del testo, che mi ha fatto sudare le proverbiali sette camicie, oltre che del virtuosistico linguaggio usato dall’autore, personaggio singolare quant’altri mai; dall’altro…

Il Texas è una gabbia di matti. E se lo dice un texano doc come James Crumley, che nello Stato della Stella Solitaria c’è nato, per poi passare la sua vita di scrittore nel tentativo di restarne lontano, c’è da credergli. In Texas tutto è sovradimensionato, larger than life: dalle bistecche alle distanze, dalle automobili all’ego degli abitanti. Ed è esagerato anche l’attaccamento dei texani alla loro musica, alle loro musiche: il country, in particolare, ma anche il blues, il gospel e il rock, che da quelle parti, forse più che altrove, sanno coesistere, mescolarsi e offrire frutti sostanziosi. Non c’è quindi da stupirsi che un romanzo come Robbers, spaccato iperrealista di una poco conosciuta America che vive all’interno dell’America ufficiale, sappia caratterizzare i suoi protagonisti anche con l’uso sapiente di una vera e propria colonna sonora, un turbine di citazioni musicali, di cantanti e canzoni del presente e del passato.

Un romanzo, Robbers, in cui i bambini vengono battezzati col nome dei cantanti country più in voga, da Randy Travis a Waylon Jennings; in cui croce e delizia del ranger Rule Hooks è la sua straordinaria somiglianza con Porter Wagoner, celeberrimo cantante country degli anni ’60 e ’70 e storico partner di Dolly Parton; in cui l’autoradio della Cadillac usata da Eddie e Ray Bob per le loro razzie nel Texas orientale scandisce tempi e ritmi dell’azione al suono di bluesmen storici come Lightnin’ Hopkins e Charley Patton e di popolari esponenti del country attuale come Alan Jackson e Mark Chesnutt, Dwight Yoakam e Garth Brooks; in cui anche i jukebox delle bettole sulla costa possono diventare motivo di contesa tra chi vuole ascoltare black music – che sia il blues elettrico di Johnny Copeland, Albert Collins, T-Bone Walker o il soul di Percy Sledge o il R&B di Percy Mayfield – e chi ritiene che l’unica buona e vera musica sia il country vecchio stile di George Jones e Tammy Wynette, Hank Snow e Loretta Lynn.

E così come l’intera vicenda del romanzo viene messa in moto da un banale diverbio per una moneta da un centesimo, è poi la musica a fornire al libro il suo scheletro, ad appiccicarsi alla pelle dei protagonisti come l’aria surriscaldata e irrespirabile di Houston e Texas City, a spingere gli attori di questa grottesca tragedia a identificarsi con i rispettivi eroi musicali: Rule Hooks con Porter Wagoner, Della con Mariah Carey, Bubba Bear con Muddy Waters e l’intero pantheon del blues (Robert Lockwood, Willie Dixon, Otis Rush, Little Walter), Eddie con bluesmen dal passato criminale quali Leadbelly e Son House. Il Texas raccontato da Christopher Cook – cresciuto, al pari di Elvis e Jerry Lee Lewis e Little Richard, al rombo dei cori della chiesa Pentecostale, là dove gospel e rock’n’roll spesso diventano una cosa sola – è un luogo quasi mitologico, dove chi rapina le stazioni di servizio tiene in sottofondo la musica di Lyle Lovett, per poi fuggire analizzando con cognizione di causa le differenze tra il rock sudista degli Allman Brothers e quello dei Lynyrd Skynyrd.

Un luogo dove i ricercati si travestono da Roy Orbison e si spacciano per compaesani di Robert Johnson, mentre i nostalgici dei tardi anni ’60 ancora ascoltano In-A-Gadda-Da-Vida degli Iron Butterfly e ancora si eccitano all’assolo di batteria, dove Janis Joplin, i Boogie Kings, i fratelli Edgar e Johnny Winter sono glorie locali che proprio per questo (“sono nati da queste parti, sai com’è”) sanno parlare al cuore della gente. Dove il bluesman, nero o bianco che sia, è “un artista della rapina che ruba un momento al tempo, il poeta eterno che paga per i crimini altrui, che guarda in faccia la realtà senza chiudere gli occhi, che canta la salvezza e il peccato”.

LC

MANI IN ALTO, ELMORE!

Pubblicato su Elmore Leonard, books con i tag il 20 Giugno, 2008 da lconti

Scontri tra popoli e civiltà, conflitti tra anarchia e ricerca dell’ordine, individuo e collettività, banditi e sceriffi, indiani e giacche blu. Mitologia e realismo, luoghi dell’anima e corpi impolverati: in una parola sola, il West secondo Elmore Leonard.

Traduzione di Luca Conti
Stile libero/Noir
pp. X-676 € 20,00

Piste polverose che solcano il deserto. Cappelli Stetson calcati sugli occhi.
E fucili a canne mozze, canyon, saloon, corral – e sceriffi, cowboy, cavalleggeri. Apache. È questo il mondo che Elmore Leonard esplorò negli anni Cinquanta, fin dal suo esordio con La pista apache: alcuni indiani ribelli e un bianco, Travisin, che per vincerli usa non tanto le armi, quanto l’intelligenza e una lealtà tale da guadagnargli il rispetto anche dei nemici. Sono così, gli eroi di Leonard. Uomini che vincono non solo perché sparano meglio, ma perché combattono con coraggio, pazienza e correttezza. Anche se non sono modelli di virtù – come Pete Given, che in Dietro le sbarre entra in prigione ubriaco e ne esce vicesceriffo dopo aver impedito un’evasione; o perfino se sono destinati a diventare dei farabutti – come Bobby Valdez, che in Buoni e cattivi non riesce a salvare un uomo da una falsa accusa e, da tutore della legge, si trasforma in bandito.
Trenta racconti scritti quasi tutti nel giro di un decennio, ambientati in Arizona e New Mexico tra il 1870 e il 1890, capaci di evocare il mito eterno della frontiera con un ritmo serratissimo e un linguaggio di forte impatto visivo. Trenta racconti che, sulla carta come al cinema, hanno plasmato il genere western.

www.einaudi.it

STUART TOWNE (Clayton Rawson, 1906-1971)

Pubblicato su Clayton Rawson, Stuart Towne con i tag il 16 Giugno, 2008 da lconti

Questo è uno dei libri più rari che possiedo. Ristampato in Canada tre anni fa da una microscopica casa editrice, in edizione costosissima e super limitata (l’originale, quello che ho io e che vedete qua sopra, è del 1941) e mai tradotto in italiano. Sotto lo pseudonimo di Towne si nascondeva Clayton Rawson, uno dei maestri della camera chiusa e del delitto impossibile, creatore del Grande Merlini e di Don Diavolo, amico fraterno di John Dickson Carr e grande appassionato di magia e prestidigitazione.

FRANK KANE (1912-1968)

Pubblicato su Frank Kane con i tag il 16 Giugno, 2008 da lconti

Uno degli autori che hanno segnato la mia adolescenza. Non era un grande scrittore, Frank Kane, ma un fantastico creatore di atmosfere. E il suo personaggio, Johnny Liddell, la quintessenza dell’investigatore privato.

Di lui non si è mai saputo molto. Qui sopra, l’unica sua foto che conosco (cliccare per ingrandirla), tratta dal retrocopertina di Bullet Proof, libro che ho acquistato non ricordo ormai più quanti anni fa.

Non si è mai saputo molto, dicevo, fino a quando sua nipote, Maura Fox, ne ha scritto un bel ricordo pubblicato sul sito Thrilling Detective, tappa d’obbligo per tutti gli amanti dell’hard boiled.

LC



JOHN WAINWRIGHT (1921-1995)

Pubblicato su John Wainwright, books con i tag , il 16 Giugno, 2008 da lconti

Nella Londra degli anni Sessanta, la Mecca degli aspiranti scrittori di romanzi polizieschi era un minuscolo ufficio in un antico palazzo di St. James’. Per arrivarvi bisogna salire una scala malandata e pericolosa, che aveva pezzi della ringhiera tenuti insieme con una corda, e aprire una porta con il pomo mezzo svitato che rischiava di restare in mano al visitatore. Ma in cima a quelle scale, e dietro quella porta, c’era una scrivania alla quale sedeva lord Hardinge, l’editor del Collins Crime Club, ossia l’uomo che ogni mese pubblicava due gialli di autori famosi come Agatha Christie, Julian Symons, Ngaio Marsh, Rex Stout, e che ogni tanto lanciava anche l’opera prima di qualche nuovo talento.

Vent’anni fa, sulla scrivania di lord Hardinge arrivò un giorno il dattiloscritto di uno sconosciuto, dal titolo Death in a Sleeping City. Hardinge iniziò a leggerlo perchè glielo aveva mandato un agente letterario di cui aveva piena fiducia, John McLaughlin, e arrivò all’ultima pagina senza mai alzare la testa, perchè ne era rimasto subito affascinato. La storia, firmata John Wainwright, era quella di alcuni killer della mafia che uccidono un traditore in una città della provincia inglese, e rivelava non solo la mano di un ottimo narratore, ma anche una perfetta conoscenza della polizia e dei suoi metodi.
Death in a Sleeping City fu un caso rarissimo di opera prima pubblicata dal primo editore che l’aveva letta. E, prima ancora che apparisse nelle librerie, Wainwright (che faceva il poliziotto in un villaggio presso Harrogate) aveva già quasi finito il suo secondo romanzo. Scriveva di notte, come fa anche oggi, spinto da una passione irresistibile. «A quel tempo, non dormivo quasi mai più di quattro ore» racconta. «Spesso, quando mi alzavo dalla macchina per scrivere, era l’alba e dovevo prepararmi a riprendere servizio».

Oggi, nonostante sia da tempo in pensione, Wainwright conserva ancora un certo physique du role del poliziotto: è un uomo di 62 anni, muscoloso, coriaceo, con una massa di ispidi capelli bianchi e una voce rauca, raschiante. Ha scritto ormai sessanta romanzi; il sessantesimo, Spiral Staircase, è stato recentemente pubblicato da Macmillan. «E tutti contengono una vigorosa componente etica, schietta, profondamente sentita e altrettanto coinvolgente» afferma lord Hardinge, che da Collins è passato alla Macmillan.
Coinvolgente è la parola esatta: il classico senso morale dell’uomo tutto d’un pezzo. E questo spiega, forse, perchè un uomo così, rigoroso e inflessibile con tutti, anche con chi stava molto sopra di lui, sia rimasto sempre al livello più basso durante la sua lunga carriera nella polizia. Negli anni Cinquanta gli accadde di arrestare un tale per guida pericolosa, e poi risultò che questo tale era un pezzo grosso del consiglio della contea. Il vice capo della polizia gli disse di strappare la denuncia, perchè il caso era molto imbarazzante, e lui rifiutò di obbedire. «Scoppiò un putiferio» ricorda Wainwright. «II vice capo mi urlò che, finchè fosse rimasto in carica lui, non avrei fatto neanche un passo avanti, sarei stato sempre un semplice poliziotto di zona. A suo credito, devo dire che era un uomo di parola».

Boicottato da un superiore, Wainwright pensò che sarebbero stati costretti comunque a promuoverlo, se avesse preso una laurea in legge all’Università di Londra, studiando nel tempo libero. «Non conoscevo il latino, e questo era un grosso handicap perchè dovevo sostenere un esame di diritto romano. Così, Avis, mia moglie, mi traduceva a voce alta il Codex Iustinianus e io lo imparavo a memoria mentre stavo in cima a una scaletta e dipingevo le pareti di casa. Ci vollero sette anni per finire gli studi, ma in Inghilterra non si trovano molti poliziotti laureati in legge che pattugliano le strade. Comunque, anche così, non riuscii ad avanzare nella carriera. Alcuni anni dopo cominciai a leggere qualche poliziesco. Era chiaro che gli autori non si erano documentati bene, che non avevano nemmeno la più pallida idea di cos’è una vera caccia all’uomo o un’indagine su un omicidio. Be’, saprei fare meglio di loro, mi dissi a un certo punto…»

Quando il primo romanzo apparve nelle librerie, Wainwright venne convocato di nuovo dal famoso vice capo della polizia. «Mi disse che dovevo smettere di scrivere. Io replicai che non poteva ordinarmelo, perchè nel regolamento della polizia non c’era niente che lo vietasse. L’avevo letto bene, e lui no. In ogni caso avevo già firmato un contratto per tre libri: dunque, come mi si poteva imporre di violare la legge mancando ai miei impegni? Così continuai a scrivere e a fare il poliziotto. Ero al quarto romanzo quando ebbi un esaurimento nervoso. Il medico mi disse: Lei si crede d’essere Dio, ma non lo è. Dunque, faccia una scelta tra i suoi due mestieri. Mi mancavano solo cinque anni per arrivare alla pensione, ma non ebbi esitazioni e mi tolsi l’uniforme. Allora, Avis e io comprammo un piccolo bungalow a Flamborough e l’enormità di quello che avevo fatto mi colpì come una mazzata in testa quando un mattino, svegliandomi, pensai: Mio Dio, adesso devo scrivere per guadagnarmi da vivere.».

Da quel momento, l’ansia per la propria sicurezza economica lo avrebbe indotto a scrivere regolarmente una media di duemila parole il giorno, sette giorni su sette, producendo per molto tempo sei libri l’anno.
«Ma non li ha mai prodotti, come si suol dire, con lo stampino» precisa il suo agente. «Wainwright si rinnova continuamente, scrive sempre romanzi differenti. Ogni volta che ne attacco uno nuovo, ho il sospetto di trovarmi davanti a una storia prevedibile, e immancabilmente mi sbaglio. Tutti i suoi libri mi sorprendono per la loro freschezza, per la potenza immaginifica».

Wainwright dà una spiegazione diversa del proprio successo. Sotto la sua scrivania c’è un enorme cestino per la carta straccia. «Ecco il segreto» dice. «Ho scritto sessanta romanzi, ma ho buttato via l’equivalente di altri sessanta. Il mio genere non è quello del mystery, del chi-l’ha-fatto. Non mi interessano le misteriose orme lasciate nelle aiuole, i lord trovati morti sul pavimento della biblioteca perchè qualcuno gli ha lanciato una freccetta avvelenata dal buco della serratura. Io scrivo suspense, mi occupo del perchè-l’ha-fatto. E’ questo che mi affascina, così come mi ha affascinato sempre quando facevo il poliziotto.
«Tutti sono istintivamente affascinati dall’omicidio. Tutti sanno che sono le cose piccole, irrilevanti, a provocarlo. Quasi ogni assassinio viene commesso sotto la spinta di un impulso improvviso: quindi la pena di morte non è un deterrente efficace.
«Uno degli assassini che ho conosciuto mentre facevo il poliziotto era venuto da noi a dirci che aveva ucciso la moglie. E la cosa tremenda è stata che non gli abbiamo creduto, che gli abbiamo detto di non raccontare fesserie. Ci ha messo venti minuti per convincerci che l’aveva ammazzata a fucilate.
«La migliore polizia che abbiamo mai avuto in Inghilterra è stata quella dell’immediato dopoguerra. Era una forza ben disciplinata, che attirava gli uomini appena congedati dall’esercito. Come molti altri, io vi sono entrato per avere un alloggio gratis». Durante la guerra, Wainwright aveva prestato servizio in aviazione, come mitragliere, e partecipato a 72 missioni di bombardamento in territorio nemico.

Adesso Wainwright scrive due o tre romanzi l’anno – una produzione ancora eccezionale – e spesso è talmente assorto nel lavoro da perdere la cognizione del tempo. Lui e sua moglie formano una coppia unita. Nel pomeriggio (il mattino è consacrato alla macchina per scrivere) si dedicano insieme al giardino oppure escono per fare qualche spesa. La sera, dopo il telegiornale, fanno il bagno e si mettono in vestaglia e pantofole come se stessero per coricarsi, ma in realtà si preparano a una lunga veglia.
«Guardiamo solo due programmi televisivi, in modo che io possa continuare a scrivere» racconta Wainwright. «Verso mezzanotte, prendiamo un libro e uno dei due lo legge ad alta voce per un’ora». Uno dei loro scrittori preferiti è Robert Graves. E poi si sono goduti molto A sangue freddo di Truman Capote, Viaggio con Charley di Steinbeck e L’ultima battaglia di Cornelius Ryan. Ci hanno messo tre anni per leggere la Bibbia al ritmo di un capitolo per sera. «E la Bibbia ci ha fatto molto riflettere, piena com’è di violenza, omicidi, incesti, omosessualità… per parlare solo dei peccati veniali. Chissà che cosa dovevano essere Sodoma e Gomorra».

C’è un pianoforte verticale Bechstein nel soggiorno di casa Wainwright, e lo scrittore suona altrettanto bene musica classica e jazz. La domenica, Avis esegue sempre le Laudi. Marito e moglie dicono le preghiere ogni sera. Le vacanze vanno spesso a trascorrerle a Lytham St. Anne, sulla costa del Lancashire: due settimane di riposo. Non si sognerebbero mai di avventurarsi all’estero, e Wainwright detesta Londra. L’anno scorso hanno tentato per qualche mese di vivere in Cornovaglia, ma il clima umido non si confaceva alla bronchite cronica dello scrittore, e così sono tornati al loro bungalow di Ripon, nello Yorkshire. II bungalow è piccolo, ha i muri bianchi e pesanti tende di pizzo alle finestre che proteggono la privacy. Marito e moglie sono praticamente astemi e hanno soltanto una macchina, una piccola Ford blu. Come lo spendono, allora, tutto il denaro che viene dai libri? Wainwright non è loquace in proposito. «Mettiamola così» dice, accendendosi una sigaretta che lo fa tossire. «Guadagno molto, ma molto di più di un vice capo della polizia». Lui e sua moglie, spiega, sono diventati quasi dei reclusi. «Posso contare i miei vari amici sulle dita di una mano, lasciando fuori il pollice». Non sembra considerare un’ironia il fatto che un uomo come lui, così acuto nell’indagare i motivi del comportamento umano, faccia del suo meglio per evitare la compagnia del prossimo.

Ogni casa in cui i Wainwright hanno abitato, da quando lui ha lasciato la polizia, è stata chiamata DIASC, ovvero l’acronimo di Death in a Sleeping City, il primo romanzo di John. Ma i loro vicini non hanno mai saputo il perchè di quel nome.

Il Giallo Mondadori n°1871, 9 dicembre 1984

LC

AGATHA CHRISTIE E L’ASSASSINIO DI ROGER ACKROYD

Pubblicato su Agatha Christie, books con i tag il 8 Giugno, 2008 da lconti

Anch’io, come tanti, sono cresciuto a pane e Agatha Christie. Ricordo come fosse oggi l’impressione che da piccolo (avrò avuto otto, nove anni) mi fece la lettura di Tre topolini ciechi in una versione condensata, come si diceva allora, scovata a casa di qualche parente in uno di quegli assurdi volumi di Selezione. Quello è stato il colpo decisivo. Da allora, non mi sono più ripreso. E cominciavo davvero bene: già nel primo giallo che leggevo in vita mia c’era una, diciamo così, scorrettezza memorabile (che taccio per decoro, anche se credo tutti sappiano chi è l’assassino).

Credo che la Christie sia, stilisticamente, una pessima scrittrice. Le «psicologie di certa nobiltà inglese» dell’epoca sono state tratteggiate assai meglio da autori come Evelyn Waugh, Ivy Compton-Burnett (scrittrice che ho sempre pensato abbia con la Christie sorprendenti affinità), Georgette Heyer (nei suoi pochi, ma eccellenti gialli), P.G. Wodehouse. Tutta gente che, rispetto alla Christie, aveva una ben altra padronanza della lingua, addirittura a livelli vertiginosi, come nel caso di Wodehouse o di Waugh.
L’inglese della Christie è greve, spento, a volte pesante come il piombo. Il livello della scrittura è spesso deprimente, con qualche occasionale sprazzo di brillantezza a ravvivare un panorama prevalentemente uniforme.

Non è un caso che la Christie non abbia mai avuto problemi a riadattare per il teatro i suoi romanzi e racconti: le commedie mostrano, secondo me, il lato più sentito della sua vocazione letteraria, fuori dalla fastidiosa necessità di dover rimpolpare il testo con noiose descrizioni di paesaggi, abitazioni, persone o stati d’animo.
E questo è già un primo indizio.

Il nocciolo della questione, in realtà, sta altrove. Sta nel profondo equivoco in cui, per decenni, si è dibattuta la valutazione critica della Christie. Sta nel fatto che, con ogni evidenza, Agatha Christie è uno degli autori più fraintesi e male interpretati di tutta la letteratura del Novecento.

Suggerisco, a chi è interessato all’argomento, la lettura di un aureo volumetto pubblicato in Francia nel 1998 dalle Editions de Minuit: Qui a tué Roger Ackroyd? scritto da Pierre Bayard, studioso di teoria della letteratura (edizione inglese, più facilmente reperibile, Who Killed Roger Ackroyd?, Fourth Estate, 2000).
In questo studio Bayard smonta un pezzo per volta quello che è forse il più famoso romanzo della Christie, e certamente quello che in massimo grado le ha procurato le più veementi accuse di «scorrettezza»; e poi utilizza gli elementi appena smontati per comporre un «nuovo» The Murder of Roger Ackroyd, che conduce a una soluzione completamente diversa e perfettamente plausibile (anzi, forse più plausibile dell’originale). Soluzione che sostiene, e dimostra, che il vero assassino non è quello dichiarato, e rivelato, al termine del romanzo.

Con questo tour de force Bayard intende farci capire che, sotto la superficie del romanzo originale, la Christie ha inteso seppellirne un altro, ben più profondo, il cui disvelamento è completamente lasciato al lettore (e il fatto che la Christie fosse moglie di un archeologo, e grande appassionata di scavi per proprio conto, non può che indurre alla riflessione).

Gèrard Genette, in Figures III, uno dei testi fondamentali di teoria della narrazione, cita proprio il Roger Ackroyd della Christie, assieme ad Armance di Stendhal, come esempio del cosiddetto racconto «a focalizzazione interna fissa» (ovvero, un testo nel quale tutto il racconto passa attraverso il punto di vista del narratore); racconto in cui, a un certo punto, ha luogo una «parallissi» (ovvero, l’omissione di un’azione o di un pensiero importante, che il narratore sceglie di dissimulare al lettore). In Armance si tratta dell’impotenza sessuale del narratore; nell’Ackroyd… beh, bisogna leggerselo.

La stessa intuizione, a proposito del Roger Ackroyd, l’ha avuta anche Roland Barthes, in S/Z, che definiva la «scorrettezza» della Christie con l’espressione ben più accademica di «mescolanza dei sistemi».
Si legge nel volume di Bayard, poi, che l’ultimo scritto lasciato da Georges Perec era, per l’appunto, un saggio sul Roger Ackroyd; saggio rimasto purtroppo incompiuto, ma del quale sono apparsi estratti sulla rivista Littérature.

Gran parte dei romanzi della Christie nasconde un doppio (a volte addirittura triplo) livello di lettura. La cosa più impressionante, per citarne una, e che a distanza di quarant’anni la Christie ripete pari pari, forse in maniera ancor più sottile, la scelta stilistica del Roger Ackroyd in quello che a mio avviso è il suo capolavoro assoluto, Endless Night (Nella mia fine è il mio principio, 1967).
E, ancora, la terza variazione sul medesimo tema (ma cronologicamente scritta per seconda, nel 1946: Curtain (Sipario, 1975).

Ma l’idea formante del Roger Ackroyd percorre come un fil rouge l’intera opera narrativa della Christie, il più delle volte mescolata ad altre fondamentali manipolazioni combinatorie della verità dei fatti.
Secondo Bayard (e si può essere d’accordo): «La varietà e la complessità delle situazioni proposte dalla Christie, se da un lato dovrebbero servire a rafforzare il modello di romanzo giallo proposto da Van Dine mediante la semplice proliferazione di opere basate sulle regole di Van Dine stesso, dall’altro lato servono invece ad esporre i punti deboli della teoria vandiniana. Alla fine, l’intera opera della Christie rivela una tale molteplicità di significati all’interno della quale ogni elemento, modificabile all’infinito, va preso con assoluta cautela».
Il che vuol dire, in estrema sintesi, che a forza di complicare le cose, e di suggerire sempre un secondo livello di lettura, la Christie finisce col dissolvere l’idea stessa di leggibilità del romanzo giallo così come appena teorizzata da Van Dine: ovvero, una e una sola soluzione (curioso, ancora, come già nel 1958 il titolo dato alla traduzione italiana di Ordeal by Innocence ponesse, forse inconsciamente, l’accento su questo aspetto cardine della poetica christiana: Le due verità).

Per concludere, vorrei ricordare quella che resta una delle più brillanti applicazioni post-christiane della teoria del punto di vista nel romanzo giallo: The Big Clock di Kenneth Fearing (Il grande orologio, 1946): un romanzo che, proprio come il Roger Ackroyd, esige l’intervento del lettore per poter funzionare.
Agatha Christie come precursore del nouveau roman? C’è da pensarci su.

Anzi, c’è quasi da vedere la dolce zia Agatha come la maestra di Patricia Highsmith.

LC


PROSSIME USCITE

Pubblicato su George Pelecanos, James Lee Burke, Robert Crais, books con i tag il 8 Giugno, 2008 da lconti

Tre uscite di grande rilievo, a luglio 2008. Tre dei più importanti autori di crime novels in attività pubblicano i loro nuovi romanzi. Si annuncia un’estate di fuoco (solo negli Stati Uniti; da noi, bisognerà aspettare).

COPERTINE STORICHE

Pubblicato su books con i tag il 7 Giugno, 2008 da lconti

IL WEST DI ELMORE LEONARD

Pubblicato su Elmore Leonard, books con i tag il 7 Giugno, 2008 da lconti

Tra poco in libreria (Einaudi Stile Libero) Tutti i racconti western di Elmore Leonard, che ho tradotto con sommo divertimento nei mesi scorsi. Trenta racconti, oltre seicento pagine, calorosamente consigliato anche a chi crede che il western sia noioso o poco interessante.

Ne riparliamo all’uscita del libro.

LC

GLI INVENTORI DEL NOIR: CHARLES DICKENS

Pubblicato su Charles Dickens, books con i tag il 6 Giugno, 2008 da lconti

Le 700 dense pagine dell’Oxford Reader’s Companion to Dickens, uscito nel 1999 e purtroppo fuori catalogo, costituiscono un autentico pozzo di informazioni e curiosità sulla incredibile carriera letteraria di uno dei massimi scrittori d’ogni tempo, Charles Dickens (1812-1870).

Il libro, scritto da un vero e proprio esercito di autorità in materia, e compilato da uno specialista come Paul Schlicke, era stato pubblicato dalla Oxford University Press in una prestigiosissima collana che comprendeva titoli analoghi dedicati per esempio a Thomas Hardy e a Joseph Conrad, ed è una mostruosa messe di notizie su vita, opere, amici, conoscenti, amanti, personaggi e quant’altro sia possibile desiderare, che hanno popolato l’immaginazione e la realtà dello scrittore inglese. L’opera di Dickens è talmente vasta, e i suoi romanzi così complessi e fluviali, che una simile guida, oltre a fornire allo studioso e al semplice lettore elementi difficilmente rintracciabili altrove, consente la costruzione di percorsi tematici di lettura, utili per poter iniziare a scalfire la superficie dell’estrema complessità di un autore troppe volte valutato soltanto per il grado più elementare di fruizione dei suoi libri.

Perché, a ogni modo, parlo di questo volume in un blog dedicato in prevalenza alla letteratura poliziesca? Perché una delle voci più curiose ed affascinanti di questo volume è un capitolo dal titolo «Detective Fiction», in cui David Paroissien esamina questo aspetto dell’opera dickensiana, che potrà semprare insolito ad alcuni, ma affatto marginale e anzi foriero di imprevedibili sviluppi.

L’uso e lo sviluppo di tematiche di mistero, spesso da vera e propria detective story, non sono un caso nell’opera di Dickens. Uno dei suoi grandi capolavori, Bleak House (Casa desolata, 1852), ha alla sua radice un autentico mistero poliziesco, per risolvere il quale, nel capitolo 22, entra in scena l’ispettore Bucket, «robusto, dallo sguardo intento e dalla vista acuta». L’apparizione di un tale personaggio segna un punto di rottura all’epoca inimmaginabile per la letteratura inglese: un funzionario di polizia chiamato a risolvere un autentico mistero, un caso di omicidio la cui soluzione è portata avanti da Bucket con brillantezza e logica degne di investigatori ben più famosi. L’ispettore Bucket precede di ben sedici anni il ben più celebre sergente Cuff, che è comunemente considerato il primo vero detective professionista della letteratura inglese, e che com’è noto appare in The Moonstone (La pietra di luna, 1868), di Wilkie Collins.

Dickens, in realtà, aveva già inserito in alcuni dei suoi romanzi dei funzionari di polizia, come i poliziotti Blathers e Duff, due autentici incapaci che compaiono in Oliver Twist e sono oggetto di pesante scherno da parte dello scrittore, o addirittura un investigatore privato, lo stravagante Nadgett, che in Martin Chuzzlewit (1844) viene assunto da un fraudolento assicuratore per scoprire informazioni riservate sui propri clienti. Anche negli ultimi romanzi dello scrittore compaiono spesso figure di poliziotti, giustificate dal sempre maggiore spazio lasciato a misteri da risolvere, come il funzionario che, in Our Mutual Friend, è a guardia della piccola stazioncina di polizia nella quale viene portato il cadavere di John Harmon, o Dick Datchery (un nome quasi da hard boiled…), il misterioso investigatore (se poi lo è veramente) che troviamo in The Mystery of Edwin Drood (1869-70), l’ancora più misterioso romanzo incompiuto di Dickens.

Apprendiamo anche che Dickens era particolarmente interessato alle figure dei veri poliziotti, ed era diventato molto amico di Charles Frederick Field, un ben noto detective dell’epoca, le cui imprese venivano regolarmente immortalate dallo scrittore in una lunga serie di articoli di true crime fiction scritti per il periodico Household Worlds (e se tutto questo vi può ricordare una sorta di Lucarelli dell’800, probabilmente avete ragione), con titoli come On Duty with Inspector Field o A Detective Police Party.

Giustamente il volume della Oxford ci ricorda che, in realtà, Dickens non ha mai scritto romanzi polizieschi nel senso più consueto del termine (ovvero gialli di stampo classico), né romanzi di carattere Police procedural (alla McBain, per intendersi). Dickens era, invece, decisamente interessato ai procedimenti mentali del criminale, prefigurando autori come Patricia Highsmith o Ruth Rendell.

Il capitolo si conclude infatti sostenendo che «una sempre maggior parte della critica contemporanea si interessa della detective fiction dal punto di vista narratologico e teoretico. Secondo questa scuola di pensiero, la detective fiction può essere meglio compresa in termini di strategie narrative; in particolare una detective story contiene due linee di narrazione, una di superficie, che tratta di investigazione, e una nascosta, sepolta, che l’investigazione cerca di portare alla luce.
Gli ultimi romanzi di Dickens traggono gran parte della loro forza dalla tensione che si crea tra la narrativa di superficie e quella nascosta, e dagli sforzi fatti dai personaggi per farle riemergere».

Peccato che questo volume non sia mai stato tradotto in italiano.

LC


EDDIE COYLE E I SUOI AMICI

Pubblicato su George V. Higgins, books con i tag il 5 Giugno, 2008 da lconti

A grandi linee, la narrativa poliziesca si può dividere in due filoni: classica e noir, finzione contro realismo, Agatha Christie contro Raymond Chandler. Ma anche il realismo ha la singolare tendenza a scivolare, con il passare del tempo, nella finzione. Quindi molte opere e personaggi che recano un imprinting realista, come i romanzi di Chandler con Philip Marlowe, finiscono alla lunga per trasformarsi in finzione, in esercizio di stile: ammantate di nostalgia e cariche, sotto la superficie, di un romanticismo del tutto improbabile. Di conseguenza, a intervalli regolari (dieci, vent’anni, diciamo) è necessaria – e si è sempre verificata – la comparsa di qualche nuovo autore che tenti di riportare le cose alla giusta proporzione.

Uno di questi tentativi, nei primi anni Settanta, ha visto come protagonista un fin lì anonimo sostituto procuratore distrettuale del Massachusetts, tale George V. Higgins. Della sua opera prima, The Friends of Eddie Coyle, uno stupefatto e un po’ irritato Norman Mailer si spinse, all’epoca, a dire: «Quanto mi secca che un esordio di tale livello l’abbia scritto uno sbirro..»

La nuova ricetta di realismo concepita da Higgins prevedeva, come ingrediente di base, una speciale attenzione concessa al dialogo, che finiva così per diventare la struttura portante della storia. In esso Higgins riusciva a riprodurre con assoluta verosimiglianza la fraseologia contorta e la sintassi zoppicante dei suoi poco istruiti criminali, così come della gente comune (ma nella sua opera i due ruoli, spesso, si confondono), in modo ben più efficace di quanto avesse fatto fino a quel momento ogni altro scrittore di genere. E, soprattutto, il linguaggio dei suoi personaggi era attuale, aggiornato fino a pochi mesi prima, crudo ed esplicito in maniera assolutamente sconvolgente per l’epoca.

Un esempio, più o meno a caso. «Non capisco dove cazzo è andato a finire. Quell’amico mio, quello che ti dicevo. Me li ha dati tutti e due lui, i suoi biglietti. Io ci ho invitato il nipote di mia moglie. Non capisco dove cazzo è finito. Gli piace l’hockey, a quel ragazzino. Come farà a scuola, è un mistero, visto che sta sempre qui a cercare di scroccare biglietti. Vent’anni, c’ha. Però sveglio.»

Pagine di conversazioni ininterrotte, che si accumulano l’una sull’altra e che di primo acchito sembrano non portare da nessuna parte, ma che si rivelano ben presto essenziali per la comprensione del romanzo. Il lettore si accorge, in maniera del tutto involontaria, che la trama è fatta scorrere, capitolo dopo capitolo, dagli infiniti dialoghi tra i personaggi, che si alternano con assoluta maestria e naturalezza a brevi ma robusti passaggi narrativi condotti con lo stile secco e asciutto del rapporto di polizia o del cronista di nera (Higgins, peraltro, ha sempre ostinatamente rifiutato l’etichetta di scrittore di genere, rivendicando con orgoglio un’esclusiva qualifica di «romanziere e basta»).

«Alle diciassette e cinquantacinque, Dave Foley uscì dal traffico della Route 128 e parcheggiò la sua Charger davanti al Red Coach Grille di Braintree. Entrò nel bar e si sedette a un tavolino d’angolo, in fondo al locale, una posizione che gli consentiva di tenere d’occhio sia la porta sia la tv che pendeva sopra il bancone. Ordinò un vodka martini on the rocks

È  attraverso un linguaggio in apparenza così neutro e uno stile così ridotto all’osso che al lettore viene offerto uno sguardo implacabile e disincantato dello squallore e della violenza del crimine: omicidi a sangue freddo, pestaggi distaccati e quasi burocratici.

Il quadro che ne emerge ha come risultato quello di far apparire clamorosamente sopra le righe ogni precedente tentativo di rappresentazione realistica nella narrativa gialla. La vita è spesso una noia mortale, sembra voler dire Higgins, e questo vale sia per gli onesti sia per i criminali. Eppure, anche in un quadro così concreto, così ordinario e quotidiano, non si può fare a meno di ammirare l’assoluta padronanza stilistica dell’autore, che sa giocare con infinite permutazioni del suo schema di partenza, conferendo al romanzo una potenza narrativa stupefacente all’interno di un’atmosfera volutamente dimessa e grigia.

Come Elmore Leonard non si è mai stancato di dire, «George V. Higgins è il mio maestro di stile. È grazie a lui che ho trovato la mia vera voce di scrittore. Tutto quel che so di crime novel l’ho imparato da lui.» E, alla richiesta di nominare i dieci migliori crime novels della storia, Leonard ha risposto citando dieci volte The Friends of Eddie Coyle.

Dal romanzo è stato tratto nel 1973 un celebre film, diretto da Peter Yates e interpretato da un gigantesco Robert Mitchum, qui in una delle migliori prestazioni della sua carriera.

Ah, qui si può leggere un notevole scritto di Davide Malesi.

LC

edizione italiana: Einaudi, 2006.
traduzione di Luca Conti e Luisa Piussi.

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JAMES CRUMLEY: UN MORALISTA SENZA MORALE

Pubblicato su James Crumley, books con i tag , il 4 Giugno, 2008 da lconti


I’ve been known
to drive alone
to Butte, Montana
to get a banana split…

Bobby Troup, Hungry Man

Se c’è una cosa che stupisce, nell’Ultimo vero bacio, è la quantità di chilometri percorsi da C.W. Sughrue prima di arrivare allo sconcertante scioglimento della sua indagine, quell’autentico colpo basso che negli anni ha fatto versare fiumi d’inchiostro a critici (ammirati) e lettori (inferociti). D’altra parte, quando nel tredicesimo capitolo del romanzo Sughrue salta su a lamentarsi di una certa noia che si è insediata nella sua routine quotidiana, scorrono davanti agli occhi dello stupefatto, incredulo lettore le immagini delle migliaia e migliaia di chilometri già percorsi tra Montana, California, Oregon e Colorado alla vana ricerca dell’elusiva Betty Sue Flowers. Ma l’unica soluzione a quel prurito, sbotta il nostro eroe, è «spararsi un migliaio di chilometri di autostrada,» e tempo neanche un’ora, eccolo pronto a farsi quattordici ore di macchina come nulla fosse. Per metterlo in moto, in questo caso, è sufficiente una cartolina: e la caccia riprende.

Certo, ha un bel dire James Crumley che i suoi libri e i suoi personaggi non sono ispirati né a se stesso né a gente di sua conoscenza («la gente ti fa sempre un sacco di domande, e qualcosa bisogna pur rispondere…» ha dichiarato nel 2002, confessando una buona volta la sua insopprimibile tendenza alla misdirection, sia del lettore sia del critico): proprio come C.W. Sughrue – e la sua immagine speculare Milo Milodragovitch – la vita dello scrittore si è sviluppata on the road, a partire da Three Rivers, Texas (è lì che è nato, nel 1939) per toccare, nell’ordine, Iowa, Arkansas, Oregon, Colorado, Pennsylvania, di nuovo Texas, e infine Montana. E da ognuno di questi luoghi Crumley – lo racconta lui stesso – era capace di partire senza preavviso, di saltare in macchina e farsi duemila chilometri, tutta una tirata «per una partita a poker, o per vedere una donna.» E facile gioco ha avuto la critica, davanti a simili indizi, nel leggere nei romanzi di Crumley il non casuale aggiornamento di una lunga tradizione di cinema e narrativa western, con l’automobile (o meglio il pickup) a sostituire la fedele cavalcatura del saddle tramp, il cowboy girovago alla ricerca di un branco di bestiame da radunare o, come nell’Ultimo vero bacio, di una ragazza scomparsa da rintracciare.

Gran parte del fascino immortale del libro, peraltro, sta in questa inaspettata e subliminale commistione di generi, mai esplicitamente sottolineata nel testo ma pronta a disvelarsi, capitolo dopo capitolo, agli occhi dello stupefatto, incredulo lettore di cui già si diceva in precedenza; e tale è ancora oggi la forza evocativa del romanzo, a oltre venticinque anni dalla sua uscita (1978), da far intuire l’effetto dirompente che fin da subito L’Ultimo vero bacio ha avuto sulla narrativa hard boiled (ma non solo; basti pensare alla fortissima influenza di Crumley su scrittori molto diversi tra loro come Jack O’Connell e Jonathan Lethem), ben superiore a quello di coevi romanzi di autori pur importanti come Robert B. Parker o Bill Pronzini, per citarne solo alcuni. Crumley, è vero, sceglie di agire come Parker, Pronzini e tanti altri all’interno di una tradizione codificata da Raymond Chandler, ma la sua è un’opera deliberatamente eversiva, volta a minare alla radice le strutture consolidate e un po’ malconce del poliziesco americano con investigatore privato narrante, un genere le cui contraddizioni già all’epoca – e da lungo tempo – erano state messe a nudo dall’opera di Ross Macdonald, in un ciclo narrativo che proprio alla fine degli anni Settanta trovava la sua conclusione.

Curioso, ma assai indicativo delle sue reali intenzioni, che Crumley abbia scoperto – giovane ma non più giovanissimo, verso il 1972 – il detective novel attraverso i libri di Chandler; ma che abbia scelto di esordire nel genere, di lì a breve, con un romanzo, Il caso sbagliato (The Wrong Case, 1975), ispirato non poco a quelli di Macdonald, che proprio di Chandler era stato il primo consapevole e intenzionale eversore, tanto da suscitare nello stesso Chandler una reazione un po’ infastidita, quasi sdegnata. E in un ideale passaggio di testimone, Crumley è pronto a raccogliere da Macdonald i resti dell’eredità di Chandler per procedere, a sua volta, a una profonda rielaborazione del genere, come in una di quelle ristrutturazioni immobiliari in cui di un edificio si conservano solo le pareti e si modifica a fondo l’interno. Già nel Caso sbagliato sono evidenti, pur con tutti i comprensibili limiti della poca dimestichezza di Crumley col genere e della sua relativa inesperienza (o forse proprio per questo) le prime avvisaglie dei piani eversivi dello scrittore; ma è con L’Ultimo vero bacio, di lì a tre anni, che Crumley raggiunge in maniera del tutto inaspettata i vertici della sua carriera, e sforna – in un incredibile stato di grazia, che invano e con enorme fatica lui stesso tenterà di replicare – non soltanto quello che è il capolavoro assoluto della narrativa hard boiled, ma uno dei romanzi più importanti, e soprattutto più belli, della narrativa americana tout court della seconda metà del Novecento.

Non che sia stato facile, per lui. Il leggendario paragrafo d’apertura, forse l’incipit più celebre (e citato) nell’intera storia del giallo, è stato scritto almeno quattro anni prima del resto del libro, e ha subìto almeno una dozzina di revisioni, per poi restare chiuso in un cassetto nell’attesa di una trama e un titolo adeguati. Già, perché anche il titolo è arrivato prima del romanzo… Ma ne parleremo tra poco. Quello che conta segnalare è che le quattro, indimenticabili righe d’apertura dell’Ultimo vero bacio sono una grande prova di virtuosismo stilistico, traboccanti di tali e tanti richiami interni, di assonanze e doppi sensi da rendere ardua una traduzione in grado di riproporne per intero la fragranza e la musicalità (e speriamo di avercela fatta, così come ci auguriamo che i lettori della vecchia edizione Mondadori possano finalmente apprezzare la ricchezza del linguaggio di Crumley e il suo dialogo sferzante). Ma tutto lo strabiliante primo capitolo è un modello di costruzione letteraria: a piena ragione, autori di una generazione successiva come George Pelecanos o Dennis Lehane, per non parlare di quasi coetanei di Crumley come James Sallis, possono affermare di aver scoperto dalla lettura dell’Ultimo vero bacio i grandi margini di manovra che ancora si nascondevano all’interno dei pur traballanti confini del genere.

Ma la mina vagante del romanzo è Richard Hugo. Chi era costui? potreste dire. Completamente sconosciuto in Italia, paese che peraltro conosceva benissimo sia per averci combattuto nella seconda guerra mondiale sia per averci vissuto a più riprese negli anni Sessanta, Richard Hugo è stato poeta e romanziere di una certa rilevanza, nato a Seattle nel 1923 e scomparso nel 1982, allievo di Theodore Roethke e professore di scrittura creativa alla University of Montana negli stessi anni in cui vi bazzicava come visiting professor lo stesso Crumley. L’amicizia tra Hugo e Crumley è stata molto stretta, rinsaldata anche da una certa, comune predisposizione ad alzare un po’ il gomito. E’ stato Hugo, nel corso di lunghe conversazioni in uno dei tanti bar della zona, a far scoprire Chandler a Crumley, che non l’aveva mai letto; è stato Hugo, soprattutto, a fornire a Crumley il modello e l’ispirazione per il personaggio di Abraham Trahearne nell’Ultimo vero bacio.

Come suo costume Crumley nega, o meglio minimizza, ma larghi tratti di Trahearne sono modellati sul carattere e sull’aspetto fisico di Hugo, sebbene esasperati. Però la fotografia di Hugo riportata sul sito web del Missoulian Online fa spuntare un sorrisetto anche al più distratto lettore dell’Ultimo vero bacio, altroché. A guardarlo bene, Hugo, in quella intensa foto con tanto di macchina per scrivere, ci si convince subito che Trahearne non può essere altro che così (tra parentesi, già che ci siamo, ci si può anche chiedere se la faccia giusta per Sughrue fosse proprio quella di David Carradine, così come prevedeva la mai realizzata trasposizione cinematografica del libro, con la regia di Robert Altman e la sceneggiatura di Walter Hill: progetto del quale Crumley non ha, ancora oggi, un ricordo molto positivo). Il rapporto di odio e amore con la madre, le gesta eroiche in guerra, i molti aspetti caratteriali – buoni e meno buoni – sui quali non ci dilunghiamo per non guastare le tante sorprese del romanzo ai suoi nuovi lettori, sono stati presi di peso dalla biografia di Hugo e trasportati dritti nelle pagine dell’Ultimo vero bacio. E come excusatio non petita, soprattutto per tenerselo buono, Crumley ha non solo voluto dedicare il romanzo allo stesso Hugo, «vecchio indagatore dell’animo umano,» ma è arrivato al punto di estrapolarne il titolo da quella che è forse la sua poesia più bella e famosa, Degrees of Gray in Philipsburg, un singolare esempio di noir in versi la cui stanza iniziale è riportata per intero in epigrafe al romanzo.

Non ci è dato sapere le reazioni di Hugo a tutto questo. Ricorda Crumley, un po’ sornione e un po’ maligno, che Hugo era «un tipo un po’, diciamo così, litigioso. Mi sono detto che se gli avessi dedicato il libro, magari non avrebbe fatto tante storie.» Certo è che nel 1981 anche Hugo ha deciso di cimentarsi nel poliziesco, e il suo unico romanzo, Death and the Good Life, è un piccolo capolavoro del noir che lascia un enorme rimpianto su ciò che poteva essere lo Hugo narratore e che purtroppo non è stato.

Il guaio è che la particolare struttura dell’Ultimo vero bacio finisce per legare le mani all’estensore di queste poche note, costretto a camminare sul filo del rasoio per non svelare nulla più del lecito. Però, in questi pochi appunti sparsi, ci sembra giusto indicare all’attenzione del lettore alcuni tratti distintivi del Crumley narratore. Primo, la sua già citata volontà di mischiare le carte, di contaminare i generi (l’hard boiled con il noir, in questo caso, come è evidente nel pesante intervento del fato, alla Woolrich): già il Lew Archer di Ross Macdonald, un libro dopo l’altro, si era sempre più trovato coinvolto a livello personale nei casi di cui si occupava, ma con Crumley – in particolare nell’Ultimo vero bacio – l’indagine si trasforma ben presto in ossessione, non più in lavoro. Gli ottantasette dollari che Rosie offre a Sughrue per avere notizie della figlia scomparsa (e che, con buone probabilità, non bastano a C.W. neanche per un pieno di benzina) sono un semplice pretesto, una delle tante scuse che i personaggi del romanzo si fabbricano, per poi rinfacciarsi, pur di andare avanti a testa bassa in questa wild goose chase. «Non sapevo più perché la stessi cercando,» confessa Sughrue dopo qualche migliaio di chilometri. E non siamo neanche a metà libro.

Secondo, la caratterizzazione dei personaggi. Impresa difficile, com’è ovvio, in un romanzo scritto in prima persona, nel quale tutto ciò che accade è giocoforza filtrato dalla visuale e dalle opinioni del narratore. Eppure, ciò che Crumley riesce a ottenere nell’Ultimo vero bacio ha del miracoloso. Tutti i personaggi del libro saltano fuori dalla pagina con una plasticità inaudita, che non teme confronti nell’intera storia dell’hard boiled e del noir, paragonabile solo a capolavori assoluti quali, per esempio, Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Basta pensare, per rendersi conto dell’abilità e della genialità dello scrittore, che uno dei personaggi meglio delineati dell’intero libro è Fireball Roberts, il bulldog alcolizzato che, com’è ovvio, non dice una parola.

Terzo, i personaggi femminili. Il mondo di Crumley (così come quello di Trahearne, Sughrue, Milodragovitch) è dominato dalle donne. I personaggi femminili dei suoi libri, a partire dal Caso sbagliato per arrivare, in maniera traumatica e furibonda, alla Terra della menzogna e al recente Una vera follia, sono il motore e il detonatore di tutte le vicende, donne tutte quante fornite – nessuna esclusa – di poderosi e singolari tratti caratteriali, davanti ai quali tutti gli uomini – nessuno escluso, anche qui – fanno una figura ben poco brillante. E l’assortimento femminile dell’Ultimo vero bacio è davvero memorabile: Rosie, Betty Sue, Melinda, Catherine, Edna, Selma, Stacy formano un assortimento del quale si cercherebbero invano eguali tra le opere dei contemporanei di Crumley.

«Sono il figlio illegittimo di Raymond Chandler,» ha detto Crumley in una delle sue battute più a effetto e, per questo, più citate. «Se lui non fosse mai esistito, i miei libri sarebbero completamente diversi. Lui batteva le strade buie di Los Angeles, io l’intrico di autostrade e superstrade che tagliano le montagne del West. Ciò che ci distingue, tuttavia, è soprattutto il diverso atteggiamento nei confronti della morale. A differenza di Chandler, io ho vissuto la guerra del Vietnam e i profondi cambiamenti che essa ha operato nella coscienza sociale degli Stati Uniti. E’ per questo che i miei due investigatori non se la passano tanto bene, con la morale corrente, come invece succedeva a Philip Marlowe.» Milodragovitch e Sughrue sono quindi, come suggerisce Robert E. Burkholder, dei «moralisti privi di morale,» personaggi che vivono in un mondo corrotto e che sono costretti a sporcarsi le mani in prima persona per riuscire a distinguere il bene dal male, incapaci di svolgere le proprie indagini col distacco di chi sa di potersi ritirare in una torre d’avorio a contemplare le miserie umane.

A lettura ultimata, e per l’ennesima volta, scopriamo quindi che anche con L’Ultimo vero bacio il romanzo americano riflette su uno dei suoi temi più cari: la perdita dell’innocenza. In realtà la visione tragica di Crumley, e la sua ispirazione dichiaratamente anarchica (ma un’anarchia molto all’americana, con forti tratti di individualismo, che si preoccupa soprattutto di mettere in evidenza che la vera lotta sociale è quella del singolo contro la burocrazia) finiscono per metterci in testa un tarlo non di poco conto: che questa beata e tanto strombazzata innocenza, in fondo, non sia mai esistita.

LC

edizione italiana: Einaudi, 2004

traduzione di Luca Conti

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IL GRANDE ROMANZO AMERICANO

Pubblicato su Ellery Queen, books con i tag , il 3 Giugno, 2008 da lconti

Ho già espresso in altre occasioni la mia assoluta ammirazione per questo romanzo, che ancora considero uno dei due capolavori di Queen (l’altro è Cat of Many Tails, per certi versi una Calamity Town trasportata di peso nella giungla urbana della New York degli anni ‘50), ma capisco benissimo la difficoltà di afferrarne, magari a prima vista, i molteplici livelli di interpretazione che l’opera – molto complessa, malgrado il suo apparente aspetto spoglio, quasi disadorno – richiede. Ne suggerirei pertanto, a chi volesse provare a penetrarne i segreti, una rilettura: alla luce, è ovvio, del mistero già svelatosi nella prima lettura.

Calamity Town è infatti il lavoro centrale dell’opera queeniana, quello in cui Dannay e Lee abbandonano, congedandosene per un attimo, le strutture del romanzo-enigma da loro creato negli anni ‘30 per entrare in un mondo totalmente nuovo, nel quale sentimenti e simbologia hanno eguale o maggior valore degli indizi e delle false piste sulle quali i due cugini avevano costruito la loro popolarità. Non che questo romanzo manchi di indizi o false piste; è solo che essi assumono un valore e una funzionalità totalmente nuovi, anche e soprattutto alla luce delle interpretazioni «umane e sentimentali» date dal nuovo Ellery, che si stenta a riconoscere in questo romanzo come lo stesso Ellery che imperversava nei rompicapo queeniani degli anni ‘30.

Ma Calamity Town non ha avuto una vita facile, anzi. Racconta lo stesso Dannay che «Quando terminammo di scrivere quello che indiscutibilmente ci pareva il nostro libro migliore, Calamity Town, lo sottoponemmo per la pubblicazione a puntate, come d’abitudine, ad una rivista a diffusione nazionale. Fu rifiutato, e non riuscivamo a capire perché. Durante una telefonata a più voci – io e Manny [Manfred Lee] da una parte, il nostro agente dall’altra, il direttore della rivista dalla terza – posi al direttore le domande che mi frullavano per la testa.

-Ma non ti è piaciuto il libro?.
-Oh sì, moltissimo. Anzi, penso sia il vostro miglior libro in assoluto.
-E allora perché non l’avete pubblicato? Siamo noi che vogliamo troppi soldi per il vostro budget?
-No.
-Allora avete troppo materiale in attesa di pubblicazione e non volete aggiungerne altro?
-No.

E cosi via.

-Allora, perché mai non lo volete?
-Non lo so.

Dopo una simile risposta mi ricordo di aver detto a Manny: Caro mio, è meglio che ci troviamo qualcos’altro da fare, perché se il risultato deve essere questo, se il tuo miglior libro viene rifiutato senza una ragione apparente, allora c’è qualcosa che non funziona.»

Anche per questo, probabilmente, i due cugini si buttarono a corpo morto nella produzione di originali radiofonici, e che il loro successivo romanzo, There Was an Old Woman (1943) sarà ancora più sconcertante e radicale di Calamity Town, ma altrettanto significativo per le sue implicazioni e le promesse di futuri sviluppi.

Va detto, intanto, che con Calamity Town Ellery Queen si inserisce per la prima volta nella grande tradizione letteraria americana. In questa opera i referenti più immediati e visibili, a differenza dei suoi romanzi degli anni ‘30, che orgogliosamente si vantavano di discendere da quelli di S.S. Van Dine, sono esplicitamente non polizieschi: da Edgar Lee Masters a Thornton Wilder. Si tratta di un’intuizione di Francis Nevins che Dannay ha doverosamente confermato, ovvero che l’elemento base nella progettazione di Calamity Town sia stato, per un verso, Spoon River (1916), la raccolta poetica di Masters, e per l’altro Our Town (1938), la commedia di Wilder. Né l’una né l’altra sono romanzi, è evidente. Queen ha così deciso di cimentarsi in un’impresa assai impegnativa: trasferire in una struttura narrativa – e , ancor più difficile, conservando lo schema del giallo – l’impostazione elegiaca e, malgrado le apparenze, pesantemente critica e satirica, dei lavori di Masters e Wilder.

Quindi il libro, già in partenza, richiede di essere affrontato con spirito ben diverso da quello che avevano lasciato intendere i precedenti lavori queeniani, quelli per intenderci ambientati ad Hollywood, «The land of Oz» (come ci vien detto all’inizio di The Devil to Pay) e scritti per il mercato delle riviste patinate. In realtà, anche lì la satira queeniana era sferzante, ma la «umanizzazione in corso» della figura di Ellery stava attraversando una fase talmente grottesca (vedi i goffi tentativi amorosi di Ellery con Paula Paris in The Four of Hearts) da rasentare il ridicolo: in The Four of Hearts, appunto, Ellery ha, nettamente ed indiscutibilmente, il volto di Clark Kent.

In Calamity Town, finalmente, Ellery viene privato dei suoi superpoteri (dite quello che volete, ma questo particolare – che sarà poi un tratto caratteristico della narrativa a fumetti americana, da Batman all’Uomo Ragno – getta un’altra piccola luce sull’importanza a posteriori del romanzo) e, come avviene in tali circostanze, diventa estremamente vulnerabile sul piano emotivo ed intellettuale. è questa una delle caratteristiche del libro: tanto significativa che, infatti, è stata immediatamente colta da molti lettori, che nei decenni, hanno pensato: «Ma io ho risolto l’enigma prima di Ellery»…

Il ruolo di Ellery in Calamity Town è, a mio avviso, quello del «suscitatore di eventi», del catalizzatore, di colui che mette in moto gli avvenimenti. è, ancora una volta, il manifestarsi di uno dei più vecchi miti letterari americani: quello dello straniero misterioso.

Dalla leggenda folk di Stagger Lee al racconto di Mark Twain (The Mysterious Stranger, appunto), passando per centinaia di romanzi e racconti e film (Dashiell Hammett in primis, poi Kurosawa, Sergio Leone), da Pale Rider di Clint Eastwood al più recente Last Man Standing di Walter Hill, Calamity Town presenta l’ennesima variazione sul tema del personaggio sconosciuto che arriva in città, fa precipitare gli eventi solo con la sua presenza, ne è attonito testimone dapprima, poi invece contribuisce a sistemare le cose (sia con la forza del ragionamento e dell’intuizione, come Ellery; sia a revolverate, come Eastwood o Bruce Willis) e, alla fine, riprende la sua strada.

Questo topos è da Queen innestato su di una struttura narrativa molto articolata, che utilizza largamente una serie di elementi sociologici e simbolici destinati a ricoprire un ruolo fondamentale anche nella produzione queeniana successiva. La visione del «piccolo angolo di mondo» apparentemente incontaminato ma, in realtà, percorso da fremiti e vene di insospettata malvagità verrà ripresa, di lì a non molto, in The Glass Village (1954), una tragica allegoria del maccartismo nella quale Ellery non appare perché non può apparire. Lo svolgersi dell’azione in nove mesi, il periodo della gestazione, richiama l’ossessione per il numero nove e per la maternità che caratterizza l’ultimo romanzo di Queen, A Fine and Private Place (1971), così come una procedura quasi analoga (la suddivisione per dodici) era alla base di The Finishing Stroke (1958).

E il tema centrale del romanzo è, infine, il ciclo biologico: dalla vita alla morte, alla vita ancora. Si tratta, per il momento, di una visione che lascia ancora tracce di speranza; ma, col trascorrere del tempo, i romanzi successivi di Queen verranno sempre più calati in un clima di tetra disperazione e di angosciosa ricerca del perché dell’esistenza, tali da rendere frequente il ricorso al tema della manipolazione dell’individuo da parte di un’entità superiore (ovvero l’identificazione dell’assassino con la divinità, vera o presunta: vedi Ten Days’ Wonder e The Player on the Other Side, quest’ultimo non a caso scritto insieme a Theodore Sturgeon, che nelle sue opere fantascientifiche ha spesso trattato argomenti metafisici).

Un’ultima annotazione, infine, vorrei riservarla alla maestria stilistica che i Queen esibiscono in questo romanzo. Non è comune, e non lo era nel 1942, incontrare un romanzo giallo scritto «così bene». L’americano di Queen, sia nelle parti colloquiali che in quelle più letterarie, è una lingua ricchissima di sfumature, estremamente sonora nella sua riproduzione del parlato e particolarmente evocativa nelle frequenti, ma non retoriche o cartolinesche, descrizioni della natura.

Il primo capitolo in particolare, Mr Queen Discovers America, è una delle cose più affascinanti mai scritte da Dannay e Lee, così perfetto nella sua descrizione minimale di una città apparentemente idilliaca, da poter essere paragonato ad analoghe pagine dei più grandi scrittori statunitensi di racconti, come John Cheever, Eudora Welty e Willa Cather. E proprio come l’ultima opera di Cheever, così Queen avrebbe potuto intitolare il suo romanzo Oh, What a Paradise It Seems

Ma si tratta sempre, in fondo, della perdita dell’innocenza: il tema ultimo di quell’autentica chimera che è il Grande Romanzo Americano.

LC

IL LUNGO ADDIO DI ROSS MACDONALD

Pubblicato su Ross Macdonald, books con i tag , il 3 Giugno, 2008 da lconti

The Blue Hammer, 1976, è l’ultimo lavoro di uno dei maggiori autori dell’hard boiled, Ross Macdonald (pseudonimo, come ognun sa, di Kenneth Millar): suo ventiquattresimo romanzo, e diciottesimo con Lew Archer.

Nel corso del 1975 Millar aveva lavorato con fatica a quello che doveva essere il suo romanzo più lungo e, già nelle sue intenzioni di partenza, rappresentare il congedo dalla narrativa, da lui deciso per dedicarsi alla stesura dell’autobiografia. Ma arrivare in fondo al libro fu una fatica smisurata, per Millar, che già iniziava ad avvertire i segni dell’Alzheimer che lo avrebbe distrutto nel corpo e nella mente.

The Blue Hammer, secondo le intenzioni dell’autore, doveva segnare un profondo cambiamento nel suo registro espressivo: «più morbido, più gentile, più tollerante», per usare le sue stesse parole. Ma per Bob Easton, amico di lunga data di Millar e di solito «lettore cavia» dei suoi manoscritti, nel libro si avvertiva «Un calo di tensione, un allentamento della consueta stretta… Ci sono rimasto anche un po’ male, perché mi pareva di vederci una serie di errori e inesattezze veramente inconsueti».

Easton, quindi, suggerì all’amico una lista di possibili cambiamenti e correzioni: e Millar, mai così disponibile, li accolse tutti. Ma il suo stato emozionale non era quello giusto: all’ultimo momento, il giorno prima della partenza, annullò un soggiorno inglese di tre settimane per un convegno di scrittori di gialli. Infine, tra molte altre indecisioni, consegnò il manoscritto all’editore Knopf nel novembre 1975.

Già il primo annuncio pubblicitario dell’editore suscitò l’ira dell’altro celebre MacDonald, ovvero John D. (autore della serie di Travis McGee), che anche negli anni ‘50 aveva avuto una lunga diatriba con Millar a proposito dell’adozione, da parte di quest’ultimo, dello pseudonimo «John Ross Macdonald». Questa volta John D. ebbe a lamentarsi per l’uso di un colore nel titolo, che a suo avviso, si ispirava troppo alla serie di McGee, caratterizzata anch’essa dalla presenza ricorrente di un titolo «colorato».

In seguito, Millar si scoprì incapace di dedicarsi alla lettura delle bozze, spossato dalla fatica; fu così che fece ricorso all’aiuto dell’amico scrittore William Campbell Gault, autore ben noto anche da noi, che si assunse l’arduo compito e – pare – apportò notevoli modifiche al testo originale, con l’assenso di Millar. The Blue Hammer è dedicato proprio a Gault, che forse avrebbe dovuto figurare come co-autore: ed è un peccato che la dedica sia stata eliminata dalle edizioni italiane (che ormai, comunque, risalgono alla notte dei tempi).

Il romanzo risultò essere il più recensito nell’ormai lunga carriera di Millar, e questo grazie all’attenzione suscitata negli anni passati dall’intervento di autentiche autorità della letteratura americana come Eudora Welty. Le recensioni furono quasi tutte assai favorevoli, e alcune – come quella di Frank McShane, biografo ufficiale di Raymond Chandler – paragonarono il libro a capolavori riconosciuti come The Good Soldier di Ford Madox Ford. Addirittura Julian Symons, uno dei maggiori studiosi del poliziesco ed eccellente romanziere in proprio, si spinse a dichiarare che «Il romanzo è il migliore tra gli ultimi di Macdonald, e va considerato tra i suoi migliori in assoluto», mentre H.R.F.Keating, lo scrittore inglese autore del celebre volume Crime & Mystery: the 100 Best Books, decise di includere The Blue Hammer all’interno della sua lista.

La rivista Rolling Stone, una delle più lette negli USA, e indirizzata essenzialmente al vasto pubblico del rock, pubblicò una lunga intervista con Millar nella quale lo scrittore, estremamente teso, si lanciò in una violenta invettiva contro Raymond Chandler, che negli anni ‘50 aveva lanciato una astiosa campagna di stampa contro Macdonald, scrivendo contro di lui una serie di lettere estremamente negative.

L’intervista con Rolling Stone servì comunque a Millar per instaurare una strettissima amicizia con il celebre cantante e compositore Warren Zevon, che da anni era un grande appassionato del lavoro di Macdonald (e Zevon, notevole esempio di intellettuale prestato al rock e scomparso fin troppo giovane nel 2003, ha negli ultimi anni lavorato spesso con un altro noto scrittore come il feroce Carl Hiaasen, col quale ha anche scritto diverse canzoni oltre a fungere da consulente per il romanzo Basket Case). Zevon ha sempre dichiarato di identificarsi totalmente con il ragazzo che appare in uno dei più bei romanzi a firma Macdonald, The Zebra-Striped Hearse (1962), e di aver vissuto un’infanzia e un’adolescenza completamente sovrapponibili a quelle di Millar.

Il libro, comunque, andò bene: pare che Millar abbia poi ricevuto dall’editore una percentuale sulle vendite di circa centomila dollari, e che questa sicurezza finanziaria, oltre all’avanzare della malattia, lo abbia definitivamente dissuaso dallo scrivere ancora. Un nuovo romanzo era stato iniziato nel 1977, ma fu rapidamente abbandonato. Nell’ottobre 1977 Millar iniziò una terapia psichiatrica, che nelle sue speranze avrebbe dovuto consentirgli di riacquistare un certo equilibrio, così da fargli completare la sceneggiatura per la riduzione cinematografica del suo romanzo The Instant Enemy (1968), che gli era stata commissionata l’anno prima.

Nel 1980 Warren Zevon dedicò il suo nuovo disco, Bad Luck Streak in Dancing School, «For Ken Millar, il migliore fabbro», ispirandosi direttamente a T.S. Eliot (e, va da sé, a Dante). Il successo di The Blue Hammer (ottocentomila copie in edizione economica, oltre a quelle dell’edizione rilegata) spinse infine Knopf a firmare con Millar un contratto per un nuovo romanzo che doveva essere consegnato entro il primo dicembre 1981. Millar sapeva già, comunque, che non ne sarebbe stato capace.

LC

FAULKNER E IL GIALLO

Pubblicato su William Faulkner, books con i tag il 3 Giugno, 2008 da lconti

Tempo fa avevo trovato in rete una foto – che non riesco più a rintracciare – della biblioteca privata di William Faulkner, in cui spiccava una consistente collezione di romanzi gialli. Che Faulkner fosse un accanito lettore di polizieschi era cosa nota; buffo, comunque, vederne una bella fila proprio in casa sua, e tutti evidentemente letti e riletti.

Molti non sanno, peraltro, che diverse volte Faulkner si è cimentato nel giallo, anche con risultati non malvagi. Prendiamo, per esempio, Gambetto di cavallo (Knight’s Gambit, 1949) che Theoria aveva pubblicato nel 1988 ed Einaudi ha ristampato qualche anno fa. Si tratta di una raccolta di racconti che la critica ufficiale ha sempre voluto considerare un’opera minore del romanziere del Mississippi, ma che in realtà presenta un Faulkner che non ha nulla da invidiare ai più celebrati autori hard boiled anni Quaranta.

In effetti, il versante poliziesco-hard boiled dell’opera di Faulkner è copioso, e presenta aspetti particolarmente significativi. Oltre a Knight’s Gambit, vanno segnalati il racconto The Hound (1931), uscito anche sulla Rivista di Ellery Queen, l’altro racconto Go Down, Moses (1941), pubblicato poi nel volume omonimo (in italiano Scendi, Mosé), il racconto lungo Notes on a Horse Thief (1951) e infine Intruder in the Dust (1948, in italiano Non si fruga nella polvere, che è un giallo vero e proprio, anche se Fernanda Pivano nel 1950 bollò come «critica secondaria» quelli che si azzardarono a definirlo come romanzo poliziesco.

Nel 1984 la Pivano aveva ormai cambiato idea; tanto da citare, nella prefazione alla ristampa del romanzo negli Oscar, le parole dello stesso Faulkner, che dapprima definisce il suo libro come «un mystery originale», e poi racconta che «c’era un enorme flusso di racconti polizieschi in quel periodo [...] e me li trovavo tra i piedi dovunque andassi. [...] Era l’idea di un uomo in prigione che non poteva pagarsi un detective [...], uno di questi uomini tough che vanno in giro schiaffeggiando le donne e bevendo quando non riescono ad escogitare cosa fare».

In più, secondo Phil Stone, amico dello scrittore fin dai tempi dell’adolescenza, Faulkner era stato molto influenzato dal creatore di Philo Vance, ovvero Willard Huntington Wright (S.S. Van Dine) e dal suo libro The Creative Will: «Le teorie estetiche esposte in quel volume costituiscono una delle influenze più significative nell’intera carriera letteraria di Faulkner. Se la gente che apprezza Faulkner leggesse anche il libro di Wright capirebbe che cosa Faulkner cerca di raggiungere da un punto di vista letterario».

Anche il soggiorno di Faulkner a Hollywood come sceneggiatore si era rivelato importante nell’esporre lo scrittore all’influenza del noir e dell’hard boiled. Racconta Tom Nolan, nella sua biografia Ross Macdonald (Scribner, 1999) che nel 1945 Margaret Millar, scrittrice e moglie di Macdonald, fu assunta dalla Warner come soggettista cinematografica. Sotto contratto con la Warner, all’epoca, vi erano, oltre a Faulkner, autori provenienti dal poliziesco e dall’hard boiled come William R. Burnett ed Elliott Paul, oltre a singolari autori/registi di thriller come Curt Siodmak.

Faulkner aveva appena terminato, assieme a Leigh Brackett, la sceneggiatura di The Big Sleep, il film di Howard Hawks tratto dal romanzo di Chandler, e sviluppò ben presto una pronta simpatia per la Millar, che scrisse al marito: «Tutti gli scrittori pranzano assieme eccetto Faulkner, che è un timido patologico, a tal punto che l’unica volta che ha provato a venire a pranzo è scappato via perché c’era troppa gente. L’ho intravisto oggi. Un bell’uomo, capelli grigi, baffi neri. Non si fa mai vedere da nessuno, a meno di non andare direttamente nel suo ufficio. Allora ho provato ad attaccare discorso, dicendogli cosa pensavo di Light in August; ma mi si è intrecciata la lingua e l’ho piantato lì. Senza dubbio Faulkner penserà che sono pazza come lui». E in seguito, dopo che Faulkner aveva invitato la Millar nel suo ufficio per un caffè: «Abbiamo parlato di libri e di storie. Sono rimasta lì per un’ora e mezza. E’ la prima volta che Faulkner ha avvicinato un altro essere umano in tutti gli Studios, e ne sono molto orgogliosa».

Si ha una strana sensazione di «già letto» all’apertura di Cadillac Jukebox di James Lee Burke (1996, Le radici dell’odio), il cui inizio rassomiglia in modo sorprendente, per dirne una, all’attacco di Smoke (1932), il racconto iniziale di Knight’s Gambit. Chiaro perché Burke consideri Faulkner, insieme a Flannery O’Connor, la sua principale influenza letteraria.

Burke: «Aaron Crown should not have come back into our lives. After all, he had never really been one of us, anyway, had he?»

Faulkner: «Anselm Holland came to Jefferson many years ago. Where from, no one knew».

Nello specifico, comunque, va detto che il personaggio dell’uomo venuto da chissà dove è un topos caratteristico della narrativa e della mitologia americana. Ne troviamo addirittura un breve excursus storico in testi di non specifica teoria della letteratura come Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0 di Luther Blissett, in cui si ripercorre il mito del nowhere man a partire dal trickster afroamericano, attraverso Red Harvest (Piombo e sangue) di Dashiell Hammett fino al film Last Man Standing (Ancora vivo) di Walter Hill, passando ovviamente per Yojimbo (La sfida del samurai) di Akira Kurosawa e il suo rifacimento, Per un pugno di dollari di Sergio Leone.

E pure Flannery O’Connor, altra grande scrittrice del Sud e tra i massimi autori di racconti della letteratura americana, è apertamente citata e omaggiata da Joe Lansdale nell’apertura del suo romanzo Freezer Burn (1999), il cui inizio ricorda in modo evidente l’attacco di The Violent Bear It Away (Il cielo è dei violenti, 1955):

Lansdale: «Bill Roberts decided to rob the firecracker stand on account he didn’t have a job and not a nickel’s worth of money and his mother was dead and kind of freeze-dried in her bedroom».

O’Connor: «Francis Marion Tarwater’s uncle had been dead for only half a day when the boy got too drunk to finish digging his grave».

Ecco quindi la linea retta che da William Faulkner conduce a James Lee Burke, e che da Flannery O’Connor porta a Joe Lansdale, e che comprende, tra gli altri, autori di generazioni, formazione ed esperienze diverse come Daniel Woodrell, Cormac McCarthy, Charles Willeford e Jim Thompson: tutti, chi più chi meno, intenti a perfezionare la grande tradizione del Gotico Americano.

LC

HOWARD BROWNE

Pubblicato su Dominic Devine, Howard Browne, books con i tag il 2 Giugno, 2008 da lconti

Certi libri, è noto, stanno lì ad aspettare proprio te. È successo molte volte, e succederà ancora, che senza ragione apparente ti cada l’occhio, in libreria o in edicola, su di un volume invece che su di un altro; e che poi questo libro si riveli proprio quello che avresti voluto leggere da molto tempo o che, per sua causa, si inneschino una serie di coincidenze tali da farti domandare: «Era lì per me?»

Qualche estate fa, in una di quelle malinconiche «mostre del libro» che sembrano spuntare come dal nulla nelle località di villeggiatura e che sono rimaste, ormai, l’ultimo baluardo dei remainders, mi era capitato di acquistare, più per abitudine che per reale necessità, una di quelle confezioni incellofanate che offrivano due Gialli Mondadori al prezzo di uno. Possedevo già entrambi i volumi, ma erano a Firenze, mentre lì, al mare, ero rimasto senza niente da leggere. Quindi..

Nella confezione c’erano Alma nel labirinto, notevole giallo scozzese di uno dei miei scrittori preferiti, Dominic Devine, e Controfigura per un rapimento di un semi-dimenticato Howard Browne. Vi potete immaginare com’è andata a finire. Il romanzo di Devine, libro che peraltro conoscevo bene, rimase sullo scaffale ad attendere la rilettura – sarà per una delle prossime estati, magari. Il libro di Browne lo divorai invece in un pomeriggio (piovoso, per la verità), con tanto gusto da domandarmi, poi, quanti altri bei romanzi siano ancora sepolti, nella difficile se non vana attesa di una ristampa, nelle vecchie annate del Giallo Mondadori; e, soprattutto, da spingermi a cercare qualche notizia sull’autore, del quale non sapevo assolutamente nulla.

Un’ora scarsa di navigazione in rete mi dette tutte le risposte che cercavo, e anche molto di più. E un primo indizio della qualità dell’autore me lo fornì la scoperta che la sua ultima casa editrice – la Dennis MacMillan – è la stessa che ha pubblicato molte cose di James Crumley e di Charles Willeford.

Howard Browne (Omaha, Nebraska, 15 aprile 1907 – San Diego, California, 28 ottobre 1999) è stato – malgrado sia completamente sconosciuto in Italia – uno dei personaggi chiave nella storia dell’hard boiled e della fantascienza, sotto il suo vero nome ma anche con lo pseudonimo di John Evans. Con tale firma, infatti, Browne ha scritto tra il 1946 e il 1949 quattro romanzi nei quali appare il detective privato Paul Pine, considerato dalla critica uno dei più brillanti emuli di Philip Marlowe. Browne e Chandler vantavano una solida amicizia, nata negli anni in cui Browne era direttore di Amazing Stories, una delle più popolari riviste pulp di fantascienza del’epoca, pubblicata da un autentico colosso del settore quale la Ziff-Davis; e il nome «John Evans» appartiene ad una delle primissime incarnazioni di Philip Marlowe, come si può verificare nel racconto di Chandler No Crime in the Mountains.

Browne, figlio illegittimo di una maestra di scuola diciassettenne e di un medico itinerante, era stato adottato dalla famiglia di un fornaio, scomparso quando Howard aveva poco più di dodici anni. Il giovane Browne trascorse qualche anno in riformatorio, fin quando sua madre adottiva potè dimostrare di poterlo mantenere; all’interno dell’istituzione, comunque, aveva già scoperto il suo interesse per la scrittura, e a quindici anni decise infine di abbandonare gli studi per trovare lavoro a Chicago. Nella migliore tradizione degli scrittori americani, collezionò i più disparati impieghi in acciaierie, sanatori, magazzini di uova, come commesso viaggiatore, eccetera: tutto questo fino alla Grande Depressione del 1929, quando il gangsterismo iniziò ad espandere la sua influenza sulla città, soprattutto grazie al bootlegging, la fabbricazione e vendita illegale di liquori.

La crisi economica permise a Browne di trovare con relativa facilità numerosi lavori in un campo in evidente espansione come quello del recupero crediti, fin quando (era il 1937) la lettura di un racconto sul Chicago Daily News gli fece balenare l’idea che, certo, anche lui poteva diventare uno scrittore. E perché no? Detto, fatto. Un racconto di mille parole, scritto in men che non si dica e inviato al giornale, aprì a Browne le porte del mondo delle riviste pulp.

Quel che segue è il resoconto di una brillantissima carriera. Un primo romanzo, Warriors of the Dawn (1942), con Tarzan, il personaggio di Edgar Rice Burroughs, come protagonista; la già citata serie gialla di Paul Pine, che comprende Halo in Blood (1946), Halo for Satan (1948), Halo in Brass (1949), più The Taste of Ashes (1957) scritto come Howard Browne; If You Have Tears (1947), un thriller psicologico alla James M. Cain; ed infine Thin Air (1953), ovvero il Giallo Mondadori 913: Controfigura per un rapimento.

Dal 1957 tutto cambia. La grande industria televisiva offre a Browne un ricchissimo contratto come sceneggiatore, e il nostro si trasferisce a Hollywood, dove sforna oltre 120 sceneggiature di serie come 77 Sunset Strip, Maverick, Mannix, Cheyenne, Missione Impossibile, Il Fuggitivo, Colombo, Simon e Simon. I ricordi della sua gioventù chicagoana gli consentono, inoltre, di lavorare alle sceneggiature di molti film di argomento gangsteristico, tra cui Il massacro del giorno di San Valentino [Roger Corman, 1966; con Jason Robards, George Segal, Jack Nicholson, Bruce Dern].

Browne è stato anche, grazie al suo fiuto editoriale, un ottimo scopritore di talenti. A lui si devono l’esordio e l’affermazione, ad esempio, di Paul W. Fairman, autore che in seguito collaborò con Frederic Dannay e Manfred B. Lee al celebre romanzo di Ellery Queen A Study in Terror [Uno studio in nero, 1967]. Fairman, scomparso nel 1983, fu individuato da Browne mentre lavorava come portiere in un teatro di Chicago e scriveva racconti a notte fonda.

Dal 1973 al 1986 Browne ha insegnato «mystery writing» all’Università della California in San Diego, e nel 1986 ha ripreso a scrivere romanzi: nel 1988 è apparso Pork City, mentre nel 1991 Scotch on the Rocks. Nel 1997, per il novantesimo compleanno dell’autore, l’editore Dennis MacMillan ha pubblicato Incredible Ink, una raccolta (in edizione limitata) dei migliori racconti di Browne pubblicati sulle riviste pulp. Browne è scomparso, novantaduenne, a fine 1999.

E veniamo a Thin Air, il romanzo che Browne considerava la sua opera migliore e che, a cinquantacinque anni dalla sua pubblicazione, resta un piccolo capolavoro di quella strana e poco frequentata terra di nessuno nella quale lo hard boiled si mescola, senza tanti problemi, al giallo classico. Era un terreno che negli anni Quaranta e Cinquanta aveva i suoi praticanti e i suoi estimatori: basti ricordare, tra gli altri, due validissimi ma quasi dimenticati romanzi come Terror in the Town [La città non dorme, 1947] di Edward Ronns/Edward Aarons e The Guilty Are Afraid [I colpevoli hanno paura, 1957] di James Hadley Chase. In realtà l’assunto iniziale è lo stesso con il quale si sono intrattenuti per anni alcuni dei maggiori giallisti della storia, da John Dickson Carr a Ellery Queen (vedi il celeberrimo radiodramma La scomparsa di James Phillimore), da Sir Arthur Conan Doyle ad August Derleth: una persona entra in una casa, sotto gli occhi di testimoni, e svanisce into thin air…L’originalità della versione di Browne è l’aver applicato uno dei topics più rinomati del poliziesco classico a quella che si rivela ben presto essere una situazione essenzialmente hard boiled, e la sua abilità risiede nel riuscire a dare al lettore un’immagine abbastanza precisa, e non troppo consueta, del mondo della pubblicità degli anni Cinquanta.

Di passaggio, mi piace segnalare come gli anni Cinquanta siano stati, nel giallo americano, il momento della scoperta dei mass media: numerosi e significativi romanzi vantano ambientazioni che, per l’epoca, potevano essere considerate estremamente originali: valgano per tutte le locations televisive di Spin the Glass Web [La mosca e il ragno, 1952] di Max Ehrlich e Now, Will You Try for Murder? [Si muore alla TV, 1954] di Harry Olesker.

Nelle parole dello stesso Browne: «Ho dapprima pensato ad un buon inizio per Thin Air – una donna che sparisce – e poi mi sono detto, beh, il marito dovrà pur guadagnarsi da vivere… e ne ho fatto un funzionario di un’agenzia pubblicitaria, il che si è rivelato essere la chiave dell’intera storia, perché lui trasforma l’agenzia pubblicitaria in una agenzia d’investigazioni per poter rintracciare la moglie. Mi pare il miglior libro che ho scritto. Lo ha pubblicato Simon & Schuster nel 1953. Credo sia riuscito bene proprio perché si tratta di una storia umanamente realistica: niente detective privati o altri personaggi improbabili. Solo un uomo costretto ad affrontare una terribile situazione con tutte le risorse disponibili. Ritengo anche che sia l’unico mio libro ad avere uno stile veramente personale».

Tra parentesi, copie originali di Thin Air passano di mano, negli USA, per una cifra che supera i 500 dollari; pare che il libro sia di difficilissima reperibilità, e trovarne una copia in buone condizioni può rivelarsi un affare d’oro. Un romanzo di classe, un autore da riscoprire, anzi da scoprire ex novo; ci sono elementi a sufficienza per iniziare la ricerca negli scaffali dell’usato e anche per auspicarne una doverosa ristampa.

LC

CORNELL WOOLRICH E IL CINEMA: 1929-1949

Pubblicato su Cornell Woolrich, books con i tag , il 2 Giugno, 2008 da lconti

Gran parte del poco che sappiamo di una vita così scarsa di avvenimenti come quella di Cornell Woolrich viene dalle scarne testimonianze di prima mano di coloro che hanno intrattenuto con lui rapporti di lavoro, come Lee Wright, consulente della casa editrice Simon & Schuster; come Barry N. Malzberg, editor della Scott Meredith Literary Agency e poi scrittore in proprio; e come i suoi colleghi scrittori di pulps, tra i quali Michael Avallone – al quale dobbiamo l’ultima fotografia conosciuta di Woolrich – Frank Gruber e Steve Fisher. Quest’ultimo, nato nel 1912 come Stephen Gould Fisher e scomparso nel 1980, è noto in Italia esclusivamente per Quando sarò impiccato [I Wake Up Screaming, 1941], uno dei grandi capolavori del romanzo noir americano e suo unico lavoro pubblicato nel nostro paese.

Fisher era giunto a New York nel 1934 dalla California e, dopo una faticosa gavetta nel mercato delle riviste popolari, condivisa con decine di altri colleghi, era riuscito a sfondare anche sui periodici più sofisticati come il Saturday Evening Post, grazie a una serie di racconti d’atmosfera che si rifacevano in pieno al modello noir che proprio Woolrich aveva contribuito a creare. Gruber e Fisher, abituali compagni di bevute, tentarono per lungo tempo, inutilmente, di convincere Woolrich ad uscire dal suo isolamento. Ecco come la racconta Gruber: «Io e Steve eravamo a Yorkville con le rispettive mogli a farci qualche birra, e così ci venne in mente di telefonare a Woolrich per invitarlo ad unirsi a noi. Fu sua madre Claire che rispose al telefono, e ci trattò da cani… non ci lasciò nemmeno parlare con lui». Ma, seppur di rado, Woolrich riusciva a volte a sfuggire alla sorveglianza materna e scappava a farsi un goccetto con gli amici; «Era alto – ricorda Fisher – tutto pelle ed ossa, rosso di capelli, molto pallido; l’unico uomo di mia conoscenza che, in quegli anni, portasse una bombetta».

Con I Wake Up Screaming Steve Fisher riuscì, nel 1941, a compiere il gran salto dalle pubblicazioni periodiche al mondo dei libri in edizioni rilegate. Il romanzo, in seguito apparentemente riscritto da Fisher nel 1960 per una nuova edizione (nota 1), ebbe un tale successo da aprire all’autore, in brevissimo tempo, le porte di Hollywood come sceneggiatore (fu sua la singolare idea, in The Lady in the Lake [1946], diretto e interpretato da Robert Montgomery, di adottare la soggettiva totale, tanto che il protagonista Philip Marlowe è visibile solo quando è riflesso negli specchi), ed ebbe ben due versioni cinematografiche: una diretta nello stesso 1941 da H. Bruce Humberstone (e nota in italiano come Situazione Pericolosa, con Victor Mature e Betty Grable), l’altra diretta nel 1953 da Harry Horner e intitolata Vicki. Quel che più conta per il nostro discorso, comunque, è che nel libro, concepito con tutta evidenza come un tipico romanzo a chiave, e nel quale sono riconoscibili, oltre quelli che vengono largamente citati con il loro vero nome, celebri personaggi cinematografici e letterari dell’epoca, il narratore/sceneggiatore viene portato sulla soglia della pazzia da un satanico e psicopatico poliziotto di nome, guarda un po’, Ed Cornell, descritto come un uomo «rosso di capelli, bianchissimo di pelle, dall’aspetto malaticcio e quasi di cadavere, con i vestiti sbagliati e una bombetta in testa». Questo poliziotto, sessualmente impotente, vive in un vecchio hotel, nella cui stanza ha eretto un piccolo altare a memoria della donna da lui amata, la stessa per la cui morte sta cercando di incastrare il protagonista del libro.

In Situazione pericolosa, uno degli archetipi assoluti del film noir, la parte del poliziotto corrotto, ispirata nel nome e nell’aspetto a Cornell Woolrich, è affidata a Laird Cregar, attore di imponente stazza, e quindi nel fisico totalmente dissimile da Woolrich, ma capace di escogitare, per questo ruolo, una delle più grandi prestazioni nell’intera storia del cinema (e non stiamo scherzando). Francis M. Nevins, nella sua biografia di Woolrich del 1998 (First You Dream, Then You Die), considera questo scambio di battute tra Betty Grable e Cregar come il perfetto momento woolrichiano in un film che ufficialmente con lo scrittore non ha niente a che vedere (nota 2):

Grable: A che serve una vita senza speranza?

Cregar: Si può fare…

Poco tempo dopo, a ventott’anni, Laird Cregar moriva di anoressia, causata dalla rigidissima dieta cui si era sottoposto.

Woolrich, pur conducendo una vita da semirecluso, aveva capito perfettamente che in «Ed Cornell» Steve Fisher aveva ritratto proprio lui; ma non se l’era presa più di tanto. Anzi, è probabile che, in un certo senso, fosse lusingato da questa identificazione. Sicuramente si riconosceva nella venerazione che Ed Cornell era in grado di portare alla donna amata, che nel caso di Woolrich era, come si è visto, la madre Claire. Basta leggere la dedica riportata all’inizio di Phantom Lady [La donna fantasma, 1942].

All’appartamento 605, Hotel M…

In totale gratitudine

(per non doverci vivere più)

Questa apparentemente criptica epigrafe verrà spiegata da Woolrich soltanto nel 1968: «Nel 1942 ho vissuto in una stanza d’albergo, da solo, per tre settimane; e poi una notte lei mi ha chiamato dicendomi “non posso vivere senza di te, devo vivere con te, ho bisogno di te”, e io ho messo giù il ricevitore e ho fatto i bagagli e sono tornato da lei, e per il resto della mia vita non ho trascorso una notte lontano da lei, neanche una. So bene cosa ha pensato la gente di me, ma non me n’è importato niente, non me ne importa adesso e non me ne importerà finché avrò vita».

E non portò mai rancore a Fisher, anzi. Nel 1947, sull’onda del successo di Dead Reckoning [Solo chi cade può risorgere], un tesissimo noir con Humphrey Bogart e Lizabeth Scott, che Fisher aveva brillantemente sceneggiato, a quest’ultimo fu affidato l’adattamento cinematografico del racconto I Wouldn’t Be in Your Shoes [L’impronta dell’assassino], una delle storie più intricate e, diciamolo pure, pasticciate di Woolrich. Fisher si trovò ben presto in difficoltà.

«Se Woolrich aveva un limite come scrittore, era quello di non rileggere ciò che scriveva. Avrebbe potuto farlo con facilità, ma in realtà credo non gli interessasse più di tanto. Era colpa delle sue abitudini lavorative, del vivere in quella stanza d’albergo scrivendo tutta la notte, fino al mattino. Non correggeva, limava, e neanche rileggeva il racconto una volta che era stato messo su carta. Per questo motivo, mi disse una volta, quando era alla fine di un racconto era talmente esausto che non vedeva l’ora di lasciare i personaggi al proprio destino… Ma uno sceneggiatore deve puntare ad una fine comprensibile e significativa per il suo film, e I Wouldn’t Be in Your Shoes non ce l’aveva. Finiva con il protagonista nella cella della morte, senza una spiegazione del perché gli fossero capitate tutte quelle sventure. Così andai a New York per cercare di convincere Woolrich a darmi una fine ragionevole per il film. Beh, avevo fatto tutta quella strada per lui, ma riuscii a parlarci solo per telefono… Sua madre non gli dette il permesso di uscire dalla stanza d’albergo per incontrarmi. Quel che mi disse Woolrich, comunque, fu: “Usa lo stesso finale di I Wake Up Screaming”. Mi prese un colpo. Il cattivo di quel film era alto, rosso di capelli, pelle e ossa, con la bombetta, e parlava con voce nasale. Pure il nome era sinistramente simile: Ed Cornell… Comunque Woolrich non me lo diceva con malizia, e ben presto capii che aveva ragione. Mi inventai un finale in cui il mio protagonista veniva finalmente salvato grazie alla rivelazione che il poliziotto che indagava sul caso lo aveva volontariamente incastrato per levarselo dai piedi, così da potergli liberamente insidiare la moglie… Funzionò».

I rapporti di Woolrich con il cinema sono sempre stati vissuti dallo scrittore in maniera estremamente conflittuale; un fenomeno assai singolare per un autore che è stato tra i più saccheggiati e sfruttati dal mondo delle immagini in movimento. Già dai suoi esordi letterari, grazie al successo del suo primo romanzo Cover Charge (1926) e, ancor più, del secondo libro, Children of the Ritz (1927) Hollywood aveva convocato il giovane autore, offrendogli un contratto da sceneggiatore presso la First National Pictures. Nei tre anni di permanenza in California (1928-1931), però, Woolrich non sembra aver mai partecipato alla realizzazione di alcun film – nemmeno a quello che il regista John Franklin Dillon trasse da Children of the Ritz, e che risulta sceneggiato da Adelaide Heilbron. Non è ancora chiaro, quindi, di cosa si sia occupato Woolrich a Hollywood: è probabile, comunque, che abbia dedicato gran parte del suo tempo alla stesura dei tre romanzi Times Square (1929), A Young Man’s Heart (1930) e The Time of Her Life (1931), oltre ad imbarcarsi, nel dicembre 1930, in un frettoloso matrimonio con Gloria Blackton, ventenne figlia di J. Stuart Blackton, uno dei pionieri della tecnica cinematografica. Il matrimonio, che non fu mai consumato, durò circa tre mesi, e l’evidente incapacità di Woolrich ad avere rapporti eterosessuali fu sicuramente uno dei motivi che spinsero lo scrittore a tornare a New York per vivere con la madre. L’unica traccia woolrichiana nella Hollywood dell’epoca – e tuttora da accertare con sicurezza – è la presenza, nei titoli di testa di tre film giallo-horror del danese Benjamin Christensen , di un certo «William Irish», ovvero lo pseudonimo che Woolrich, nel 1942, decise di adottare per Phantom Lady. Coincidenza?

Street of Chance (1942), diretto da Jack Hively e tratto dal romanzo Black Curtain [Sipario nero, 1941], è il primo film di un certo rilievo ad ispirarsi ad uno dei suspense di Woolrich e in assoluto il primo film americano a trattare il tema dell’amnesia, destinato a rivelarsi per tutti gli anni ’40 uno dei cavalli di battaglia della cinematografia hollywoodiana. Si tratta di un film girato con un budget modesto, ma che grazie anche alla buona prova dei protagonisti Burgess Meredith e Claire Trevor riesce, nelle parole del critico Robert Porfirio, «a catturare con autenticità l’essenza del’universo woolrichiano».

Non c’è confronto, ad ogni modo, con il successivo film ispirato a Woolrich, The Leopard Man (1943), tratto da Black Alibi (1942) e diretto da Jacques Tourneur. Grazie alla ispirata produzione del leggendario Val Lewton, che per molti critici è l’autentico deus ex machina del film, Tourneur riesce a realizzare un film di eccezionale valore, anche e soprattutto per la capacità di saper impiegare al meglio un budget ancora limitato, e per certi versi addirittura superiore al suo più celebrato Cat People [Il bacio della pantera , 1942].

Il successo di The Leopard Man servì, con tutta evidenza, a convincere gli Studios delle molteplici potenzialità nascoste nei lavori di Woolrich, e spinse compagnie di prim’ordine come la Universal a investire in grosse produzioni come quella, ad esempio, messa in piedi nel 1944 per Phantom Lady [La donna fantasma], uno dei capolavori di Robert Siodmak, e assegnata a Joan Harrison, che era stata per lunghi anni la produttrice dei film di Alfred Hitchcock. Su questo film, che resta uno dei più celebri della storia del cinema, specialmente per la straordinaria sequenza della jam session e dell’assolo di batteria di Elisha Cook, jr, è significativa l’opinione di Renato Venturelli, per il quale «la principale originalità del film sta nel fatto che […] la regia di Siodmak spinge ogni scena fino al limite dell’allucinazione, evitando qualsiasi risvolto sociale e spostando definitivamente l’angoscia su un piano esistenziale e metafisico» (nota 3).

L’importanza di Phantom Lady, quindi, risiede soprattutto nella dimostrazione di come nell’opera di Woolrich l’elemento sociale, sempre ben presente e caratterizzato, non sia il perno della vicenda ma lasci ben presto il passo all’esplorazione del mondo dell’orrore, delle coincidenze, della casualità. Il film di Siodmak, la cui trama secondo Nevins «va ben presto per i fatti propri e diventa sciocca» rispetto al testo di Woolrich, ha a nostro avviso il suo punto di forza nella scelta di offrire, del romanzo, una lettura esclusivamente visuale (come ad esempio la scelta di escludere, per lunghi tratti, la musica di sottofondo per affidare la sonorizzazione al ticchettio dei passi di Ella Raines). In questo, Siodmak si dimostra uno dei pochi registi ad aver compreso in pieno la sorgente dell’angoscia dello scrittore, utilizzando situazioni e soluzioni analoghe anche nei grandi film non direttamente ispirati a Woolrich, come The Spiral Staircase [La scala a chiocciola, 1946], The Dark Mirror [Lo specchio scuro, 1946] e The Killers [I gangsters, 1946].

Grazie all’apertura di credito procurata da Phantom Lady, nel 1946 tre film di ottimo livello confermarono la straordinaria adattabilità cinematografica del materiale woolrichiano. La RKO mise in cantiere una eccellente rivisitazione di Deadline at Dawn [Si parte alle sei], il romanzo del 1945 a nome William Irish, assegnandone la sceneggiatura al drammaturgo Clifford Odets (1906-1963), uno dei più attivi esponenti della sinistra americana dell’epoca, noto all’epoca per il dramma Waiting for Lefty (1935), la cui azione ha luogo durante uno sciopero di tassisti, e commissionando la colonna sonora al compositore marxista Hanns Eisler. Anche il produttore Adrian Scott e il regista Harold Clurman, del quale Deadline at Dawn è l’ultimo film, erano simpatizzanti della sinistra, e verranno coinvolti negli anni Cinquanta nella caccia alle streghe di McCarthy. La sceneggiatura di Odets è abbastanza anonima, tipica dell’insistita didascalicità del commediografo, ma per Nevins è ogni tanto riscattata da folgoranti intuizioni come il momento in cui il protagonista racconta che la moglie lo ha lasciato anni prima, dicendo: «Per i primi sei anni mi sono fatto la barba tutte le sere, prima di andare a letto. Pensavo che lei potesse tornare». Il film è uscito in Italia come Nel nome dell’amore.

A ruota la Universal produce Black Angel [L’angelo nero, 1946], un piccolo capolavoro tratto dal romanzo omonimo del 1943 e diretto da Roy William Neill, il regista britannico autore della maggior parte dei film della serie Sherlock Holmes con Basil Rathbone. Rispetto al romanzo da cui è tratto, il film guadagna in chiarezza e concisione, non esitando a compiere tagli anche significativi al soggetto di Woolrich, ma sempre mantenendo – nella grande lezione di Siodmak – una totale aderenza allo spirito visuale dell’autore. Black Angel, film assai misconosciuto, è un serio candidato ad una necessaria rivalutazione.

Il terzo film del 1946 di ispirazione woolrichiana è The Chase, molto liberamente tratto da The Black Path of Fear [L’incubo nero, 1944] e diretto dallo stravagante Arthur Ripley. Dei film sin qui citati, The Chase è quello che più decisamente accentua le componenti visive della poetica di Woolrich. La trama – profondamente modificata rispetto al libro – è poco più di un pretesto per allineare sequenze di pura atmosfera, sia nella lunga parte onirica che nell’avverarsi del sogno, e le evidenti lacune nella consequenzialità degli avvenimenti contribuiscono ad aumentare il fascino e la sottile inquietudine che il film comunica.

Anche nel 1947 Woolrich continua ad essere un autore di riferimento per le case di produzione. La Monogram, regina del low budget, produce Fall Guy, tratto dal racconto C-Jag (1940) e lo affida al regista di origine austriaca Reginald LeBorg; contemporaneamente alla lavorazione di questo film, ne avvia un secondo, girato nel medesimo studio dal tedesco John Reinhardt, The Guilty (tratto dal racconto del 1941 Two Fellows in a Furnished Room). Chi li ha potuti vedere ne parla come di una pura e semplice perdita di tempo. Non è così, invece, per Fear in the Night [Angoscia nella notte], che Maxwell Shane dirige e sceneggia sulla base del racconto Nightmare [Incubo, 1941]. Si tratta di un ottimo esempio di B-movie, nel quale si fa largo uso di elementi onirici e simbolici, di flashback e allucinazioni, rifatto dallo stesso Shane nel 1956 come Nightmare [Giorni di dubbio].

I Wouldn’t Be in Your Shoes [L’impronta dell’assassino, 1948], diretto da William Nigh e sceneggiato da Steve Fisher, lo abbiamo già incontrato più sopra. E’ un medio prodotto d’intrattenimento, i cui retroscena di sceneggiatura, come abbiamo visto, sono ben più interessanti del prodotto finito. E’ invece Night Has a Thousand Eyes [La notte ha mille occhi], diretto da John Farrow, a dare l’impronta al 1948 woolrichiano. Tratto dal romanzo omonimo del 1945, uno dei libri più disperati e fatalisticamente rassegnati di tutta la produzione dello scrittore, e sceneggiato da Jonathan Latimer (1906-1983), uno dei maestri della scuola hard boiled, è caratterizzato da un’intensa interpretazione di Edward G. Robinson, uno dei grandi della Hollywood dell’epoca. Ma il risultato, sebbene decoroso, non è pari ai mezzi investiti. John Farrow era un eccellente regista che, sempre in tandem con Latimer, avrebbe di lì a poco realizzato il ben più significativo The Big Clock [Il tempo si è fermato, 1948, dal grande romanzo di Kenneth Fearing], ma la trattazione dell’ambiguo materiale woolrichiano non è evidentemente nelle corde della sua morale cattolica, e la misteriosa figura semiprofetica interpretata da Robinson (che in Woolrich rimane volutamente incerta tra ciarlataneria e fatalismo) prende infine una piega religiosamente sacrificale che stona pesantemente con il resto della storia.

Nel 1949 assistiamo ad un altro cambio di prospettiva. Fino ad allora, ci ricorda Nevins, erano i romanzi di Woolrich a dare ispirazione a produzioni di serie A, mentre le case minori opzionavano e acquistavano i racconti. Con The Window [La finestra socchiusa], diretto da Ted Tetzlaff, operatore hitchcokiano per eccellenza (Notorious), sceneggiato da Mel Dinelli (The Spiral Staircase di Siodmak) e interpretato da una futura stella televisiva come Barbara Hale (Della Street nei telefilm della serie Perry Mason), una major come la RKO dimostrava di poter produrre film di qualità anche partendo da materiale woolrichiano di ampiezza ridotta, come The Boy Cried Murder [Scala antincendio], il racconto del 1947 che ne è all’origine. Concentratissimo ed esclusivamente focalizzato al mantenimento della suspense, The Window è il precursore, in tutto e per tutto, di Rear Window [La finestra sul cortile, 1954]. Ma la lettura hitchcockiana di Woolrich è destinata ad allargarsi anche in forme totalmente inaspettate, sul modello di quanto l’ignaro Steve Fisher aveva fatto con I Wake Up Screaming. È probabilmente Psycho, non Rear Window, il punto di massimo avvicinamento di Hitchcock a Woolrich, anche se lo scrittore non è direttamente coinvolto con la vicenda di Norman Bates e sua madre. Ma ne siamo veramente sicuri?

LC

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1 Non è altrimenti spiegabile perché le due edizioni Mondadori del romanzo siano così profondamente diverse. Per esempio, nella prima (Giallo Mondadori 415, 1957) si citano, nel paragrafo iniziale, «vecchi film di Charlie Chaplin, Jackie Coogan, Milton Sills, Harold Lloyd e Wallace Beery»; lo stesso paragrafo, nella seconda edizione italiana (Classici del Giallo 615, 1990) parla di «Zsa Zsa Gabor e Gary Cooper, Bing Crosby e Billy Holden». Nella seconda edizione italiana, inoltre, si citano film ampiamente successivi al 1941 come Improvvisamente l’estate scorsa e Beatnik in a Hot Road. Ci sembra evidente una rielaborazione, o meglio un riaggiornamento del romanzo da parte di Fisher, magari nel 1960 come riporta la data del nuovo copyright.

2 Francis M. Nevins, jr, Cornell Woolrich: First You Dream, Then You Die, The Mysterious Press, New York 1988

3 Renato Venturelli, Storia del cinema poliziesco americano in cento film, Le Mani, Recco 1995

LA STRANA FINE DI EUGENE IZZI

Pubblicato su Eugene Izzi, books con i tag , , il 2 Giugno, 2008 da lconti

Eugene J. Izzi, meglio noto ai suoi conoscenti come Guy Izzi, è morto nel 1996, a soli 43 anni, in circostanze quantomeno incredibili, e dopo una vita assai movimentata. Izzi, nato a Chicago nel 1953, è quasi sempre vissuto nel quartiere di Hegewisch, area tra le più malfamate della città. Suo padre era un alcolizzato cronico e vantava una fedina penale di considerevole lunghezza. Mollata la scuola da giovane, Izzi si arruola nell’esercito, riprendendo gli studi grazie alle facilitazioni educative concesse ai militari. In seguito, lasciato l’esercito, inizia a lavorare come operaio nelle acciaierie, oltre che a entrare e uscire di galera con una certa regolarità (nel 1976 fu arrestato e condannato per spaccio di eroina e cocaina). La crisi del settore dell’acciaio e la conseguente minaccia di licenziamento lo spingono a cimentarsi nella scrittura, vista anche come un mezzo per rimettere in piedi la sua esistenza. In sei anni riesce a scrivere sei romanzi senza però pubblicarne neanche uno.

Nel 1987, infine, The Take fu accettato e pubblicato. Il libro ha come protagonista l’ex-poliziotto Fabe Falletti, sospeso e condannato per corruzione. In prigione ha conosciuto Washington, un nero con il quale formerà il miglior duo di scassinatori di Chicago. Scarcerato, Fabe decide di tentare ancora un colpo: aprire la cassaforte di un medico-staffetta del traffico di droga. Bottino: un miliardo di dollari. Una bella storia di amicizia in un universo in cui i due campi opposti non hanno alcuno scrupolo morale. Un finale strabiliante.
Sulla scorta di questo primo successo Izzi intensifica il suo già pressante ritmo lavorativo, producendo un gran numero di romanzi che furono accolti con favore dalla critica e dai lettori.

Bad Guys, 1988, presenta Jimbo Marino, poliziotto infiltrato nella mafia e che si trova faccia a faccia con GiGi Parnell. Costui ha appena scontato dieci anni di prigione e pensa solo a vendicarsi di Jimbo, che l’ha fatto condannare. L’autore usa ancora il tema della vendetta in The Eight Victim, 1988, in cui il poliziotto Victor Perry cerca di neutralizzare uno psicopatico che ha violentato e ucciso una suora in chiesa. Il quarto romanzo, The Booster, 1989, è incentrato su una guerra fra gang. Vincent Martin, ex-pugile specializzato in furti d’auto, viene assoldato da un clan criminale per rapinare delle cassette di sicurezza. Come in The Take, il finale è piuttosto stravagante.

Tutti gli altri titoli descrivono il mondo della malavita con lo stesso realismo: King of the Hustlers, 1989, mette in scena «Tone» Nello, un truffatore di mezza tacca che tenta un colpo grosso; The Prime Roll, 1989, si svolge nell’universo delle sale da gioco di Chicago e nei casino di Atlantic City, dove un giocatore fortunato, Lano Branka, fa un’ottima pesca ma si trova sulla strada un allibratore affiliato alla mafia; in Invasions, 1990, Frank Vale, un asso del furto, decide di andare in pensione dopo la scarcerazione di suo fratello Jimmy, condanato a nove anni di prigione: ma ritirarsi dagli affari non è mai cosa semplice. Questo racconto mischia temi classici (amicizia, fatalità, corruzione) e temi più contemporanei (bande di neonazisti, tumulti razziali), che saranno sviluppati in alcune delle opere successive come Prowlers, 1991, e Tribal Secrets, 1992.

Ma proprio con quest’ultimo romanzo, che avrebbe dovuto rappresentare la sua definitiva consacrazione ad autore di successo, Izzi sperimenta un brusco e inaspettato calo nella considerazione dei critici. Il libro, che fu pesantemente stroncato, spinse la casa editrice a ritirare il sostegno promozionale dato all’autore. Izzi si imbarcò di conseguenza in una lunga querelle legale, che si concluse con un singolare accordo: per tenersi il congruo anticipo che gli era stato versato, l’autore accettò di non pubblicare più libri a suo nome per tre anni (nel frattempo, comunque, era già uscito Tony’s Justice, 1993).

Ma Izzi aveva già rispolverato un suo vecchio pseudonimo, «Nick Gaitano», col quale per i tre anni successivi pubblicò tre romanzi, per poi tornare al suo vero nome con Safe Harbour, 1995, Bulletin from the Street, 1995, Players, 1996 (gli ultimi due usciti solo in Gran Bretagna). I libri firmati Gaitano sono invece Special Victims, 1994, in cui Jake Phillips, giovane recluta, lascia il proscenio al poliziotto Tony Tulio alla caccia di un serial killer; Mr. X, 1995, in cui Jake scopre che il suo nuovo compagno di pattuglia, il veterano Alex «Mondo» Mondello, ha rapporti amichevoli con un perverso assassino; e Jaded, 1996, in cui la trilogia di Jake Phillips arriva alla sua conclusione.

Il terzultimo romanzo di Izzi, A Matter of Honor, 1997, è un affresco epico di oltre 500 pagine. Dopo l’assassinio di un barbone nero da parte di un poliziotto, poi di quello di una giovane di origine italiana, alcuni leader opportunisti, politici e religiosi, lanciano i loro attivisti all’assalto dei quartieri bianchi. Da parte loro, gli aderenti alla «Fraternità dei Cristiani Ariani» rispondono mettendo la città in stato d’assedio. Questa esplosione di collera, abilmente manipolata, segna l’epicentro del libro, che è tuttavia dedicato essenzialmente all’inchiesta condotta da due poliziotti, l’italiano Marshall Del Greco e il nero Ellis Turner, che cercano di mettere a nudo e sventare gli intrallazzi criminali e politici. Quest’opera dallo sbalorditivo finale è uno dei capolavori del romanzo noir contemporaneo.

Il penultimo romanzo di Izzi, The Criminalist, narra un’altra torbida inchiesta condotta da due esperti poliziotti, Dominick DiGrazia e Janice Constantine, dopo la scoperta in un vicolo di Chicago del cadavere mutilato di una giovane prostituta. Quest’opera, che fustiga i media e il loro gusto per il sensazionale, riprende il tema familiare dello scontro, nella polizia, tra «politici» e uomini d’azione. The Criminalist, che contiene eccellenti studi di carattere, illustra tutto il talento di uno scrittore scomparso troppo presto. L’ultimo romanzo, anch’esso uscito postumo, è Safe Harbor (1999).

Il 7 dicembre 1996 il corpo di Izzi venne visto penzolare, corda al collo e giubbotto antiproiettile addosso, dalla finestra dell’ufficio dello scrittore, al 14° piano di un palazzo di Chicago. La porta dell’ufficio era chiusa dall’interno. Nelle tasche di Izzi vennero rinvenuti un bel po’ di quattrini in contanti, un tirapugni d’ottone, una lattina di spray antiaggressioni, e tre floppy disk col testo di un romanzo parzialmente completato. Nell’ufficio Izzi teneva una pistola calibro .38, e la corda dalla quale penzolava il cadavere era stata legata a una gamba della scrivania. L’ufficio portava evidenti segni di colluttazione. Il romanzo contenuto nei dischetti descriveva in dettaglio una scena assolutamente identica a quella della morte di Izzi. Cosa era accaduto, in realtà? Una serie di note e documenti lasciati da Izzi nel suo ufficio ricostruiva una situazione analoga a quella raccontata nel romanzo. Izzi sosteneva di essersi infiltrato in un gruppo neonazista per raccogliere materiale, ma di essere stato scoperto e minacciato di morte. Per questo motivo aveva trasferito la famiglia, moglie e due figli, in un posto sicuro, a tutti sconosciuto, e si era asserragliato in ufficio, dal quale non si azzardava più ad uscire.

Omicidio, suicidio, incidente? Le indagini, alla fine, si chiusero su un verdetto di suicidio, accettato dalla famiglia di Izzi e dal suo avvocato, il collega scrittore Andrew Vachss, anche grazie alla testimonianza dello psicanalista che aveva in cura Izzi e che gli aveva prescritto una robusta terapia antidepressiva. In realtà il mistero della morte dello scrittore non è mai stato del tutto chiarito. Resta il fatto che la sua voce è stata, negli anni ‘80, una delle più significative della narrativa gialla statunitense, quasi alla pari di quella di un Elmore Leonard, autore col quale Izzi presenta molti e significativi punti di contatto e col quale avrebbe voluto competere agli occhi di critica e pubblico.

Oggi il nome di Izzi è quasi completamente dimenticato, anche negli Stati Uniti, dove nessuno dei suoi diciotto romanzi è attualmente in catalogo. In Italia, poi, ne è stato pubbicato uno solo: «I predatori» (Prowlers, 1991)

LC

CHARLEY VARRICK

Pubblicato su Charley Varrick, Don Siegel, Walter Matthau, books con i tag il 1 Giugno, 2008 da lconti

Il titolo di questo blog è anche (ma non solo) un omaggio a uno dei miei film preferiti, Chi ucciderà Charley Varrick di Don Siegel (1973), che è finalmente riapparso in Dvd, in un’ottima edizione curata e commentata da Vieri Razzini, preciso e puntuale come suo solito.

Difficile che qualcuno non l’abbia mai visto, anche perché anni fa passava spesso in Tv (specialmente la domenica pomeriggio, chissà perché), ma questa nuova edizione merita davvero l’acquisto – su IBS gira a 10 e 90 – anche perché il trasferimento in Dvd è stavolta fatto come dio comanda.

Il film è strepitoso, e per certi versi sembra quasi una storia di Elmore Leonard, soprattutto per l’essenzialità dei dialoghi: non una battuta fuori posto; e ho il vago sospetto che, in questo senso, abbia influenzato non poco il Tarantino di certi passaggi di Pulp Fiction, al di là del fatto che si tratta di due lavori diversissimi.

Walter Matthau offre una delle migliori performance della sua carriera, e fa piacere sentire Razzini che racconta di come gli studios avrebbero voluto, al suo posto, Donald Sutherland, attore – sempre nelle parole di Razzini, e io sono d’accordo – ben inferiore al geniale Matthau. Altrettanto formidabile la prestazione di Joe Don Baker, di rado così convincente come nei panni di Molly, un killer della mala ferocemente razzista e misogino e dalle battute fulminanti: “Non vado a letto con le puttane, io. E se qualche volta mi è successo, me ne sono accorto dopo”.

Uno dei complici di Matthau nella rapina è Andy Robinson, ovvero colui che in Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo di un paio d’anni prima e sempre diretto da Siegel, interpretava giustappunto Scorpio, il serial killer.

Grande film.

LC

ELMORE LEONARD: IL GRANDE SALTO

Pubblicato su Elmore Leonard, books con i tag il 31 Maggio, 2008 da lconti

Nel 1969, quando decide di cimentarsi per la prima volta con il crime novel, Elmore Leonard non è più un ragazzino (ha quarantaquattro anni, nato com’è a New Orleans nel 1925) ma, soprattutto, non è ancora uno scrittore professionista, anche se ha dalla sua una ormai lunga esperienza nel campo della narrativa western, genere che lo aveva fatto diventare (dal suo esordio sulla rivista Argosy,nel 1951) un autore di una certa popolarità, i cui testi avevano già suscitato qualche interesse nella gente del cinema. Ma i giorni del western erano ormai contati, e Leonard – da buon pubblicitario; il suo lavoro “ufficiale” era all’epoca, e lo sarebbe rimasto per parecchi anni ancora, quello di copywriter – aveva già fiutato i mutamenti del gusto dei lettori di narrativa di genere. D’altra parte, è proprio il cinema che permetterà a Leonard di saltare il fosso: più precisamente, i diecimila dollari ricavati dalla vendita del suo romanzo western Hombre alla casa di produzione 20th Century Fox (che ne trarrà un film con Paul Newman), e che gli consentono di dedicarsi con meno preoccupazioni economiche alla stesura di quello che diventerà il suo primo crime novel, The Big Bounce.

Il romanzo vanta alcuni singolari primati, dei quali proprio Leonard parla oggi con un certo umorismo, ma che devono averlo quanto meno sorpreso. È stato rifiutato ben ottantaquattro volte, tra case editrici e case di produzione cinematografica, e – una volta pubblicato – ha dato origine a due di quelli che lo stesso Leonard definisce tra i più brutti film della storia del cinema. «Mi trovavo a New York il giorno dell’uscita del film,» racconta lo scrittore a proposito della versione cinematografica del 1969, con Ryan O’Neal e Leigh Taylor-Young, «e mi sono infilato in un cinema sulla Terza Avenue un quarto d’ora dopo l’inizio della proiezione. Venti minuti più tardi, la donna che era seduta davanti a me ha detto all’uomo che era con lei: “Questo è il più brutto film che ho visto in vita mia.” Ci siamo alzati tutti e tre e ce ne siamo andati».

Questo aneddoto, peraltro, non fa che confermare la sostanziale difficoltà di tradurre in immagini quelle che il critico Barry Taylor chiama, in un suo saggio, le “strategie e le tattiche” di Leonard, qui per certi versi ancora in fase embrionale, ma per altri già poste in opera; gli stessi problemi che per anni hanno afflitto, e in molti casi continuano ad affliggere, i poveri traduttori che si cimentano nell’ardua impresa di rendere in italiano le acrobazie stilistiche e linguistiche del Nostro, cercando di non banalizzarlo e di normalizzarlo il meno possibile. Leonard, difatti, ha ormai una lunga diatriba con l’editoria italiana, che lo ha pubblicato con una certa regolarità (anche se diversi romanzi restano tuttora inediti nel nostro paese) senza però prestare soverchia attenzione alla qualità delle traduzioni (si veda, per fare un solo esempio, l’inadeguata versione italiana di quel piccolo capolavoro che è Unknown Man n° 89, del quale si spera di poter presto fornire un’edizione più soddisfacente). Solo negli ultimi anni, e precisamente col passaggio di Leonard alla Einaudi, si è cominciato a capire che era necessario rimettere le cose a posto, e le uscite di Tishomingo Blues, Mr. Paradise, Cat Chaser e Freaky Deaky (tradotti da Wu Ming 1) e del Grande salto, The Hot Kid e dell’imminente Tutti i racconti Western segnano, nelle intenzioni della casa editrice e, in particolare, dei traduttori stessi, l’inizio e il consolidamento di un nuovo approccio con l’insidiosa e sfuggevole materia leonardiana. Ci stiamo riuscendo? A giudicare dall’entusiasmo che il buon vecchio Elmore ha ripreso a suscitare tra i suoi vecchi appassionati, e dal gran numero di nuovi lettori che ha iniziato a conquistare, la tentazione di dare una risposta affermativa è davvero forte. Certo, leggere Elmore Leonard in lingua originale è ancora uno dei piccoli (grandi?) piaceri della vita, ma il divario si sta restringendo ad ampi passi, e ormai comincia a esserci una piccola (grande?) soddisfazione a gustarselo anche in italiano.

LC

Edizione italiana: Einaudi, 2005
Traduzione di Luca Conti

IN GIRO CON JOE LANSDALE

Pubblicato su Joe R. Lansdale, books con i tag il 30 Maggio, 2008 da lconti

Eravamo in un bar di Bologna, una mattinata piovosa della primavera 2003, quando Luigi Bernardi –curatore, all’epoca, di Stile Libero Noir – mi propose di tradurre A Fine Dark Line di Joe R. Lansdale. Non immaginavo certo che un semplice lavoro di traduzione, uno dei tanti che accettavo e accetto tuttora, avrebbe dato un’impronta così forte alla mia vita professionale. Da quel giorno le mie strade di traduttore si sono incrociate spesso e volentieri con quelle di Champion Joe, com’è affettuosamente chiamato Lansdale dal suo robustissimo zoccolo duro di appassionati, a causa della sua più che quarantennale pratica delle arti marziali (lo Shen Chuan, una disciplina da lui stesso fondata che incorpora elementi di kenpo, hapkido, ju jitsu, aikido e così via; tutto questo lo so perché ha tentato lui stesso di spiegarmelo, con ben scarsi risultati). E ho finito per avere spesso a che fare con Lansdale non solo come traduttore – dopo La sottile linea scura ho lavorato su un altro romanzo, Tramonto e polvere, nonché sulla raccolta di racconti In un tempo freddo e oscuro, da poche settimane in libreria per Einaudi Stile Libero – ma anche per tutto quel che fa da contorno alla pubblicazione di un libro: presentazioni, dibattiti, festival letterari e così via, a volte dividendo lo stesso palco, com’è capitato lo scorso anno in Sardegna al festival «L’isola delle storie» di Gavoi.

D’altra parte, è diventato quasi impossibile andare a giro per festival letterari, in Italia, e non trovarsi davanti l’inconfondibile sagoma massiccia e un po’ trasandata di Joe, quasi sempre accompagnato da uno o più membri della sua famiglia: la moglie Karen, anch’essa scrittrice e la figlia Kasey, cantante country (esiste anche un figlio, Keith, ma si vede di rado). Il che ci porta alla domanda che sta alla base di questo articolo: perché uno scrittore di genere (anzi, di generi), nato nel Texas orientale e che scrive storie ambientate quasi esclusivamente nel suo luogo natio, regione quanto mai distante dall’Italia non solo per una mera questione di chilometraggio, è riuscito a costruirsi dalle nostre parti ,in poco più di dieci anni, una popolarità straordinaria e che non accenna a diminuire? «Dopo gli Stati Uniti, l’Italia è il posto in cui sono più famoso e in cui vendo più libri. Per questo ci vengo spesso.»

È pur vero che la scoperta di Lansdale, in Italia, è stata abbastanza tardiva (Act of Love, il suo primo romanzo, è del 1980, ma la prima cosa del Nostro a essere tradotta in italiano è un racconto, Dog Cat and Baby, uscito nel 1988 in un’antologia horror della Garden Editoriale) oltre che sparsa, all’inizio, tra Mondadori, Bompiani, Phoenix, Fanucci, e altri ancora; ma è altrettanto vero che negli ultimi anni Einaudi e Fanucci hanno cercato di recuperare il tempo perduto, traducendo e pubblicando il più possibile, anche a costo di inflazionare il mercato. Eppure con Lansdale il rischio della saturazione sembra ancora molto lontano. Da un lato c’è un’enorme produzione cui attingere (una ventina di romanzi, e chissà quanti altri sotto pseudonimo, e un paio di centinaia tra romanzi brevi, novelle, racconti, storie anche di una sola pagina o meno), dall’altro la sconcertante varietà di generi, temi e atmosfere che per qualunque scrittore avrebbe potuto trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Non per lui. Lansdale è un genio del marketing, e sembra aver fatto proprio il titolo del vecchio libro di Norman Mailer, Pubblicità per me stesso. Champion Joe ha capito fin da subito che per sfondare avrebbe dovuto giocarsi al meglio le carte di cui disponeva, ovvero la sua inconsueta poliedricità, nutrita anche da una non comune ampiezza di vedute e di interessi, e da una curiosità intellettuale che non accenna a diminuire. È uno scrittore di horror, dite? Certo, e come tale veniva presentato agli esordi della sua carriera italiana. Ma ha scritto fantascienza, noir, giallo, fumetti, suspense, western e così via, spesso mischiando allegramente, nello stesso libro, due o più dei succitati generi. Il western-horror di Dead in the West, per esempio, o il western-fantasy di The Magic Wagon, per citarne due non ancora tradotti in italiano, anche se un estratto del secondo è presente in Un tempo freddo e oscuro. Infilandosi dovunque, Lansdale è riuscito a far circolare il proprio nome tra gli appassionati dei generi più disparati, lavorando sodo e con caparbietà fino a giungere alla svolta stilistica degli ultimi anni, inaugurata con The Bottoms (In fondo alla palude) e perfezionata – autentica variazione sul tema – con La sottile linea scura: una svolta che lo ha portato in pieno romanzo mainstream (seppure contaminato; e, conoscendo il tipo, non poteva essere altrimenti).

Ma questa strategia non è stata applicata solo ai generi: fin dall’inizio Lansdale ha deciso di non legarsi in esclusiva a un solo editore, differenziando le sue uscite tra Case grandi e piccole, tra grossi calibri e piccoli indipendenti, concedendosi un po’ a tutti senza mai offrirsi in toto a nessuno. Questo gli è tornato utile soprattutto per riuscire a far pubblicare la quasi totalità della sua debordante produzione, in particolare nel mondo del collezionismo di tirature limitate che negli Stati Uniti può rivelarsi molto importante per costruirsi lo status di autore di culto. Prova ne è che molte delle sue prime edizioni per la piccola e battagliera Subterranean Press hanno oggi raggiunto cifre da capogiro, alimentando un mercato parallelo che lo stesso Lansdale sorveglia con ironica ma astuta benevolenza.

Eppure in Italia, almeno all’inizio, un piano così diabolico non voleva saperne di funzionare. Se l’è sudata, Lansdale, almeno dalle nostre parti (oddio, non che negli Stati Uniti sia sempre stato tutto rose e fiori, per lui). Quando Urania, nel 1993, ha pubblicato La notte del drive-in, Champion Joe era ancora un emerito sconosciuto, anche se il libro ha avuto subito una certa risonanza, tanto che il periodico mondadoriano, dieci numeri dopo, ne ha pubblicato anche la seconda parte (come Il giorno dei Dinosauri). Per dirla tutta, a quei tempi Lansdale sembrava poco più di un epigono del suo amico Neal Barrett jr, un notevole scrittore (leggetevi, se lo trovate, il vecchio Urania C’era una volta l’America) che ha trascorso un’intera carriera sulla soglia della celebrità, senza mai varcarla. Barrett, più anziano di Lansdale, chiama Joe “il mio gemello cattivo”, e le affinità tra i due sono visibili anche a una lettura distratta. Ma è abbastanza chiaro che Mondadori non sapesse cosa farsene, di un autore del genere. Già i due romanzi del drive-in stavano stretti in una collana di fantascienza come Urania, né la produzione thriller-noir di Lansdale aveva qualche speranza di essere pubblicata, che so, nel Giallo Mondadori, tali erano la violenza e la ferocia di libri come Act of Love, The Nightrunners, Cold in July.

Per sdoganare Champion Joe in Italia è stato fondamentale l’intevento di Daniele Brolli, che nel 1996 ha fatto pubblicare Mucho Mojo all’interno della collana «Gli Squali», da lui curata per Bompiani. L’importanza di una collana come «Gli Squali», che ben presto passerà a caratterizzare la serie «Vertigo» dei Tascabili Einaudi, anch’essa affidata alle cure di Brolli, è forse stata troppo presto dimenticata dall’editoria italiana. Esperienza breve – dal 1995 al 1996 – ma una ventina di titoli pubblicati, e tutti di alta qualità: da Horace McCoy a Marc Behm, da Charles Willeford a Bruce Sterling, da James Ballard a Barry Gifford, per citarne solo alcuni. Oltre a Joe Lansdale, con quello che in Italia è ormai considerato il suo libro più leggendario (anche perché è rarissimo, per non dire introvabile, e mai più ristampato da allora): il secondo volume della serie di Hap e Leonard, due personaggi a dir poco singolari, bianco, progressista ed eterosessuale il primo, nero, repubblicano e gay il secondo. I primi cinque romanzi della serie (in Captains Outrageous, invece, il calo di qualità è netto, come se Lansdale si fosse stufato dei suoi personaggi. Anzi, è proprio così, ma lui non lo ammetterà mai) sono il paradigma più calzante della poetica del Nostro: un ribollente, piccantissimo minestrone in cui si trova di tutto, dal giallo all’horror, dal romanzo realista al western, dal fumetto al cinema più trucido. Verrebbe quasi da dire che sia questo il Lansdale più autentico, salvo poi essere smentiti – a precisa domanda – dallo stesso autore.

«Come fai a dirlo? Tutte queste cose fanno parte della mia esperienza di scrittore ma, ancor prima, di lettore. È a nove anni che ho deciso che scrivere sarebbe stato il mio lavoro, ma non riesco a ricordarmi un solo momento della mia vita in cui non abbia voluto far altro che scrivere. Anche quando ero costretto a sbarcare il lunario con tutta una serie di lavori, alcuni davvero strani, come raccogliere rose o asfaltare strade, non riuscivo a pensare che al momento in cui sarei tornato a casa per poter proseguire la storia che avevo iniziato, oppure buttarne giù una nuova. D’altro canto, ho sempre pensato che la disciplina sia un elemento essenziale per un vero scrittore. E dover impiegare ogni momento libero per poter finalmente dare sfogo alla mia necessità di scrittura mi ha insegnato molto, così come la pratica delle arti marziali. Scrivere tutti i giorni, anche se poco, è fondamentale. Chi aspetta l’ispirazione per prendere la penna in mano, non sa che l’abitudine quotidiana e la disciplina possono fare molto per procurarti l’ispirazione. Essere un autore di una certa notorietà – non voglio dire famoso, non credo di essere famoso nel senso che oggi si dà a questa parola – comporta anche che molti aspiranti scrittori vengano a chiederti consigli. E io non ho molti consigli da dare sull’argomento. Due soli, a dir la verità. Primo, leggete il più possibile. Secondo, piantate il culo sulla sedia e scrivete.»

«Hai un’ultima cosa da dire ai tuoi lettori?

«Sì, una, ma è sempre la stessa. Dubya Bush e la sua amministrazione devono togliersi dai piedi.»

LC

(pubblicato in origine su Diario, 2006)