LAST OF THE INDEPENDENTS

LUCA CONTI'S ONE-MAN BAND

DOGTOWN

Traduzione di Luca Conti
Contributi di Michael Connelly

Una coppia di detective tutta al femminile.
Una trama appassionante.
Il romanzo di esordio, inedito in Italia, della scrittrice piú amata da Michael Connelly, nella Los Angeles di Raymond Chandler aggiornata al nostro presente multietnico.

Whitney Logan è una giovane avvocatessa che vive e lavora a Los Angeles. In una calda giornata di agosto riceve la visita di una donna, Monica Fullbright, che le chiede di aiutarla a ritrovare la sua colf, una clandestina guatemalteca di nome Carmen Luzano misteriosamente scomparsa da tre giorni. A Whitney bastano poche ricerche per rendersi conto che la sua cliente le ha mentito, e che dietro la scomparsa di Carmen c’è molto piú di quanto sembri. Accompagnata da Lupe Ramos, una prostituta chicana a cui ha chiesto di farle da interprete, Logan si immerge nel mondo dell’immigrazione clandestina di origine centroamericana, scoprendo un groviglio di interessi politici, economici e criminali dal quale rischia di essere travolta.

«Per quanto mi riguarda, il succo della narrativa sta tutto nei personaggi.
La vita e la morte dei personaggi di un romanzo vanno di pari passo con la vita e la morte del libro medesimo. Sono solo i personaggi quelli che possono aprire a uno scrittore le porte dell’immortalità.
E in questo caso ritengo che i personaggi di Mercedes Lambert costituiscano il suo miglior epitaffio.
L’autrice è scomparsa troppo presto, ma ha saputo creare dei protagonisti che non moriranno mai».
Michael Connelly


LA GIOVENTÙ ACCERCHIATA

Mi rifaccio vivo, dopo lunga assenza, con il pezzo che ho scritto nei giorni scorsi per il sito di Einaudi in occasione dell’uscita del nuovo Lansdale (che ho anche, come di consueto, tradotto).

Sono passati otto anni da quando ho iniziato a tradurre Joe R. Lansdale e, per certi versi, mi sembra ieri. Quel primo libro era La sottile linea scura, che ha contribuito non poco all’enorme popolarità italiana del vulcanico narratore di Gladewater, Texas. Da quel giorno ne ho tradotti altri dieci – due dei quali con Luisa Piussi -, tra romanzi cosiddetti di formazione, raccolte di racconti dei generi più disparati, improbabili novelle steampunk e un paio di avventure dello stravagante duo Hap & Leonard, in un fuoco di fila di invenzioni narrative e fantasmagoria di linguaggio che, in molti casi, mi hanno fatto credere di trovarmi ogni volta alle prese con un autore diverso. Già, perché nell’affrontare come traduttore un’opera di Lansdale è impossibile prevedere le difficoltà che ti arriveranno tra capo e collo: per dire, in Londra tra le fiamme la vicenda è in gran parte narrata da una foca che ha imparato a leggere (e a scrivere) sui sacri testi della letteratura avventurosa e popolare, da Verne a Wells passando per Mark Twain, con tutte le conseguenze e le improbabilità del caso. Cielo di sabbia, che segna il ritorno di Joe a Stile Libero dopo qualche anno di assenza, mi ha dato una particolare soddisfazione, anche e soprattutto perché questo breve e concentratissimo romanzo chiude, per quanto mi riguarda, un cerchio iniziato proprio con La sottile linea scura.

Anche Cielo di sabbia, come La sottile linea scura e In fondo alla palude, è un romanzo di formazione; allo stesso modo dei suoi predecessori è narrato da un ragazzino ben poco addentro alle cose della vita e che, proprio per questo motivo, finirà per vivere una serie di avventure traumatiche che scuoteranno le fondamenta della sua finora tranquilla esistenza (piccolo borghese o poveramente dignitosa che sia) trasformandolo in un adulto forse più consapevole ma al caro prezzo della perdita dell’innocenza, ovvero uno dei temi fondanti della letteratura americana di ogni tempo. Non tocca a me, per fortuna, dover spiegare in questa sede le caratteristiche essenziali del romanzo di formazione di matrice anglosassone: lo ha già fatto a meraviglia Franco Moretti in The Way of the World (1987; apparso in italiano per Einaudi, nel 1999, come Il romanzo di formazione), e a questa fondamentale opera si rimanda per ulteriori e definitivi chiarimenti, segnalando comunque al lettore che quanto spiegato nel capitolo IV, La congiura degli innocenti, si adatta alla perfezione alla poetica e alle tematiche di Lansdale pur focalizzandosi sulla narrativa ottocentesca di matrice europea. Scrive Moretti che «Un protagonista normale e innocente viene ingiustamente accusato e, per una ragione o per l’altra, non è in grado di difendersi e scagionarsi. Che succederà? Succede che è condannato all’esilio (Tom Jones, Waverley) o costretto alla fuga (Caleb Williams, Jane Eyre, David Copperfield). È la versione inglese della più diffusa metafora narrativa della gioventù – il viaggio. Ma a differenza di Wilhelm Meister, Lucien de Rubempré, o Frédèric Moreau, che sono ben lieti di lasciare i luoghi dell’infanzia, e anche di Julien Sorel e Fabrizio del Dongo, che sono costretti a partire per essersi posti deliberatamente in dissidio col loro mondo, gli eroi inglesi partono sempre contro la loro volontà, e senza avere in alcun modo meritato tale sorte».

E, proseguendo nella lettura del saggio di Moretti (che potremmo citare ancora a lungo, tale è la sua sorprendente corrispondenza con le situazioni escogitate da Lansdale in Cielo di sabbia), si apprende che «Il viaggio (…) è un lungo e spaesante detour in cui i ruoli via via ricoperti sono solo maschere dettate dal bisogno (…). Più l’eroe si allontana dal punto di partenza, più è divorato dall’angoscia di non esser più se stesso (…). Questo viaggio irreale, frastornante, sterile, pericoloso resta pur sempre metafora della gioventù, e trasferisce su di essa tutti i propri attributi negativi (…). La gioventù è una rischiosa parentesi, ineliminabile, purtroppo: c’è solo da augurarsi che passi il più in fretta possibile, e senza troppi danni. Se qualcosa si apprende, in questo lasso di tempo, non è mai quel che si potrebbe essere, ma sempre e solo ciò che non si è, e non si vuole, e non si deve essere.»

Tutto questo discorso non serve, credetemi, a conferire «dignità letteraria» a quello che la critica italiana continua, cieca e imperterrita, a considerare uno scrittore di genere; l’abilità narrativa e linguistica di Lansdale è ormai, da lungo tempo, un dato di fatto, ed è solo la pigrizia mentale, associata a una robusta dose di snobismo, che contraddistingue i censori e i recensori ufficiali del nostro Paese a impedire che il Nostro ottenga una buona volta il riconoscimento che gli spetta. E non soltanto Lansdale; lo stesso discorso vale – o dovrebbe valere – per autori come Elmore Leonard, James Lee Burke, James Sallis, Charles Willeford, James Crumley, Ross Macdonald, solo per citarne alcuni, e che dalle nostre parti ancora stentano a uscire dal ghetto in cui sono stati rinchiusi. La grande letteratura americana contemporanea non è solo quella che flirta spesso e volentieri con l’Accademia, come ci è stato sempre fatto credere, non è solo la contemplazione ombelicale dei turbamenti di qualche giovanotto di buona famiglia appena uscito da qualche master di scrittura creativa, ma è anche il realismo implacabile e distaccato di Elmore Leonard e del suo maestro George V. Higgins, il sarcasmo e il disincanto di Charles Willeford, la compassione e il fatalismo di James Lee Burke, l’anarchia individualista di James Crumley. E, come testimonia Cielo di sabbia, la straordinaria sensibilità per il mondo dei giovani dimostrata da Joe R. Lansdale.


CIELO DI SABBIA

 

In uscita.

Traduzione di Luca Conti.

“Un ritratto caldo e affettuoso dell’adolescenza, con i suoi problemi e le sue infinite risorse. Uno stile diretto ed efficace. Un umorismo a tratti irresistibile. Una serie di omaggi divertiti e divertenti all’America degli anni Trenta, tra banditismo alla Dillinger e lotte sociali: molto più semplicemente, Joe Lansdale al meglio di sé. Oklahoma, anni Trenta. Jack ha appena finito di seppellire entrambi i genitori e si aggira tra le rovine della sua casa, distrutta da una delle tempeste di sabbia che sconvolgono lo Stato, quando vede arrivare Jane e suo fratello Tony. Anche loro hanno perso tutto quello che avevano, e vagano in un mondo senza vita, nel quale tutto, dalle piante al cibo, è sommerso sotto uno strato di polvere rossa. Ai tre ragazzi non rimane che rubare una macchina (il cui padrone è morto anche lui nella tempesta) e partire alla volta del Texas orientale, nella speranza di trovare pace e un’occasione per ricominciare a vivere. Ma la strada fino in Texas, tra rapinatori e vagabondi, cavallette e alligatori, deliziose vedove e spietati sfruttatori, si rivelerà lunga e tortuosa, e costringerà i tre ragazzi a crescere e a confrontarsi con quel misto inestricabile di malvagità e solidarietà che alberga in ogni essere umano.”

 

 

AVANTI IL PROSSIMO

Uscito Gischler, adesso tocca a lui.

IL NUOVO GISCHLER IN LIBRERIA

Oggi, 23 marzo, Meridiano Zero. Traduzione mia.

COYOTE CROSSING

UN LIBRO MISTERIOSO

Non vi dirò – proprio non posso – cosa sto finendo di tradurre, né per chi lo sto facendo, ma questo è l’inizio.

Già quel vento bastava a gettare a terra un uomo adulto, ma niente era peggio della polvere. Quando era rossa capivo che arrivava dall’Oklahoma, dove stavamo anche noi. Ma se era bianca significava che un pezzo di Texas ci stava cadendo sulla testa, e se le folate erano più scure giungevano con buona probabilità dal Kansas o dal Nebraska.

Secondo la mamma bastava guardarle bene, quelle tempeste di sabbia, per scorgerci il volto del diavolo. Io non ci giurerei, su questa faccenda del diavolo e compagnia bella, ma so per certo che la sabbia, a volte, sembrava assumere delle forme vere e proprie; tanto da farmi credere che un volto, là dentro, ci fosse davvero. Un volto malvagio e furibondo, che aveva tutte le intenzioni di spazzarci via.

E in effetti poteva anche trattarsi del diavolo. In un certo senso, mamma e papà li ha spazzati via sul serio, perché la scorsa notte tutta la polvere che le era entrata nei polmoni – la peste nera, l’aveva chiamata il dottore – ha formato una specie di tappo e le ha impedito di respirare e non abbiamo potuto farci più niente. È morta prima che facesse giorno. E io mi sono addormentato su una sedia accanto al letto, tenendole la mano ormai fredda e col rumore del vento negli orecchi.

Poi, quando sono andato a cercare papà, l’ho trovato nella stalla. Si era impiccato a una trave con una delle briglie della vecchia bardatura da muli. Attaccato alla camicia c’era un biglietto che diceva: NON CE LA FACCIO CON TUA MAMMA MORTA TI VOGLIO BENE E MI DISPIACE. Poche parole ma molto chiare; e potevano anche non esserci, che il messaggio l’avrei capito lo stesso.

IL NUOVO GISCHLER

In uscita a marzo per Meridiano Zero.

La traduzione è mia.

Il titolo italiano non è ancora stato deciso: credo Notte di Sangue a Coyote Crossing, ma non ci giurerei.

LO SCONOSCIUTO N.89

In libreria a fine gennaio, la mia nuova traduzione (finalmente integrale e priva delle censure della vecchia edizione) di un romanzo irreperibile da molto tempo, uno di quelli che più di tutti hanno contribuito a costruire la fama e la grandezza di Elmore Leonard.

Un assaggio del primo capitolo è scaricabile qui.

OUT OF SIGHT

Da oggi in libreria.

304 pagine, 15 euro, traduzione di Luca Conti.

Mai visto, un carcere dove si poteva arrivare fino alla recinzione senza farsi prendere a fucilate. Foley ne accennò – tanto per fare due chiacchiere – alla guardia che tutti chiamavano Pup: detenuto e secondino in piedi su una striscia d’ombra tra la cappella e una torretta, strutture in mattoni rossi all’interno di una prigione in mattoni rossi, entrambi gli uomini a fissare il campo sportivo. Addossati alla recinzione, galeotti a centinaia che guardavano l’incontro di football giocato senza imbottiture da due squadre con gli stessi colori, ovvero gli indumenti blu forniti dal carcere, e che a ogni azione tentavano di calpestarsi a vicenda.

«Lo sai cos’è che fanno, no?» disse Foley. «A parte sfogare l’aggressività.»

«’zzo dici?» rispose Foley.

Foley non aveva mai conosciuto un secondino più idiota, nei suoi tre soggiorni in galera (due penitenziari di Stato e uno federale) più una mezza dozzina di transiti in varie gattabuie di contea.

«Si sfidano per il Super Bowl,» disse, «fingendo di essere già domenica prossima al Sun Devil Stadium. Convinti, tutti quanti, di essere i Dallas Cowboys.»

«Ce ne fosse uno che non vale meno di un cazzo,» disse Pup.

PIOGGIA DI DOLLARI (O COLPA D’AMORE?)

Dopo lunghe ricerche (non sono titoli semplici da rintracciare, completi di sopraccoperta) ho finalmente trovato una copia in ottime condizioni di uno dei pochi romanzi di James Hadley Chase che non possedevo in originale, Strictly for Cash (pubblicato in Gran Bretagna nel 1951 da Hale). E’ un libro più che notevole, un noir tiratissimo che in Italia è stato tradotto e pubblicato da Casini – in una versione massacrata – per i Gialli del Secolo nel 1952. All’epoca si intitolava Pioggia di dollari. Chissà se lo vedremo mai ritradotto in versione integrale.

L’altro, invece, è l’unico romanzo di Chase pubblicato in Italia con lo pseudonimo di Raymond Marshall e che ho scovato qualche giorno fa su una bancarella. In originale si intitolava The Things Men Do ed è del 1953. Da noi è uscito l’anno seguente, per Garzanti, e non è più stato ristampato da allora. Peccato, perché è davvero bello.

LA TRILOGIA DI JAMES SALLIS

I tre romanzi che James Sallis ha dedicato a Turner (Cypress Grove, Cripple Creek e Salt River), e che ho avuto l’onore di tradurre in italiano, sono stati riuniti dall’editore americano in un solo volume. Splendida copertina, tra l’altro. L’uscita italiana di Salt River, purtroppo, si fa attendere oltre misura, malgrado io abbia consegnato la traduzione alla casa editrice da quasi due anni (nel gennaio 2009, per essere precisi). E non avete idea di quanto mi dispiaccia tenermela nel cassetto: è un libro che spezza il cuore. Se ne gradite un assaggio, ecco l’inizio del primo capitolo.

A volte tocca scoprire quanta musica si può fare con ciò che è rimasto. Me l’aveva detto Val, qualche attimo prima che il suo bicchiere andasse a infrangersi sul pavimento della veranda. Fu solo quando udii il rumore e alzai lo sguardo che mi resi conto dello sparo.

Sono passati due anni.

Alla città è rimasto ben poco. L’ho vista atrofizzarsi coi miei occhi, tanto che in certi giorni c’è da temere di vederla sparire sotto le raffiche di un vento più forte del solito. E anche a me non è rimasto poi molto, almeno così credo. Ma i problemi della città sono solo di carattere economico. I miei, invece, sono legati al fatto di aver visto fin troppa gente morire, di essere stato testimone di angosce infinite e incontrollabili. Che dovevano comunque saltar fuori. Una volta, a Memphis, Tracy Caulding mi parlò di un libro di fantascienza popolato da personaggi immortali che, ogni centinaio d’anni, dovevano farsi una nuotata nelle acque di una piscina che cancellava i ricordi, così da consentir loro di andare avanti. Sarebbe servita a me, quella piscina.

Eravamo seduti, io e Doc Oldham, sulla panchina all’esterno del Manny’s Dollar $tore. Doc si era fermato a mostrarmi il passo di danza che aveva appena imparato e, sfinito dai trenta secondi della sua esibizione, era barcollato fuori per riprendere fiato. Io gli facevo compagnia.

«Un tempo c’erano dei Democratici, da queste parti,» disse. «Strani esseri, ma si riproducevano bene. Anzi, all’epoca non si vedevano altro che loro.»

Doc era andato in pensione, sostituito da un nuovo medico, Bill Wilford, che dimostrava non più di diciannove anni. Doc passava le giornate seduto in veranda, a raccontare cose del genere.

«E dov’è che sono andati a finire, Turner?» Mi guardò spingendo la testa all’indietro, per mettermi a fuoco. Fui costretto a chiedermi quanto, del mondo esterno, riuscisse a filtrare da quelle cataratte, quanto invece ne restasse imprigionato per sempre. «La città si è inaridita come il letto di un fiume. Cazzo ci resti a fare, tu?»

Si afferrò un ginocchio per bloccare il tremito che gli aveva provocato il suo passo di danza, qualche minuto prima. Aveva delle mani che sembravano un paio di vecchi guanti di gomma, un tempo rosa ma ormai scoloriti. Tutto il pigmento, diceva, se l’era bruciato anni e anni addietro, quando faceva il chimico, prima di iscriversi a Medicina.

«Sì, lo so,» proseguì. «Che cazzo ci restiamo a fare, tutti quanti? Certo, non che ‘sto posto sia mai stato chissà cosa. Nessuno l’ha mai pensato, neanche all’inizio. È spuntato dal nulla, proprio come delle erbacce. All’epoca non c’erano altro che fattorie. Poi la gente ha iniziato a pensare che non sarebbe stato male recarsi in città, nei fine settimana, a fare scorta di farina e altre provviste. Solo che la città non c’era. Così l’hanno costruita. E poi, se me l’hanno raccontata giusta, hanno tirato a sorte per decidere chi dovesse andarci ad abitare.»

Una cavalletta, grande quanto un pollice, arrivò svolazzante dalla parte opposta della strada per atterrare sulla manica del Doc. Medico e insetto si fissarono con un certo interesse.

«Ed era anche pieno di giovani, oltre che di Democratici. Oggi, invece, quelli che non nascono già vecchi, e tali rimangono, se la filano alla prima occasione possibile.» Abbassò gli occhi, guardò la cavalletta. «Fallo anche tu,» le disse, «è meglio.»


MICHAEL CONNELLY: THE REVERSAL

Gli ultimi romanzi di Michael Connelly sono un po’ fiacchi, e The Reversal – appena uscito negli Stati Uniti – non fa eccezione. Peccato, perché in questo caso l’idea di partenza (far passare, per un singolo caso, il Lincoln Lawyer Mickey Haller dalla parte della pubblica accusa e affiancargli, come investigatore, il fratellastro Harry Bosch) poteva suggerire interessanti sviluppi della trama. Purtroppo il libro, che fin dall’inizio si presenta come un legal thriller fatto e finito, quasi alla maniera di specialisti del genere come John Lescroart, si incaglia già dopo qualche decina di pagine in una noia quasi mortale, e a riscattarlo non serve neanche la narrazione a capitoli alternati tra i due protagonisti, nella quale Connelly commette secondo noi un inutile passo falso facendo parlare Haller in prima persona e uno svagato e dispeptico Bosch in terza; espediente che finisce solo per appesantire la lettura dando per certi versi l’impressione che l’autore si sia un po’ stufato del suo personaggio più famoso, quello che gli ha concesso fama e quattrini (benefits, peraltro, più che meritati).

Un vero peccato, dicevamo, perché anche questa volta ci si aspetterebbe dal buon Michael un colpo di coda che ormai si fa attendere da qualche tempo (bisogna risalire, per quanto ci riguarda, proprio a The Lincoln Lawyer e, con qualche leggera riserva, a Echo Park: quindi, ben che vada, almeno a quattro anni e sei romanzi fa), e non ci si riesce a togliere dalla testa l’impressione che l’Uomo di Filadelfia si stia adagiando in una pur lussuosa routine. E ci tocca confessare, avendo letto tutti e ventidue i suoi romanzi, che The Reversal è il primo che abbiamo fatto fatica a terminare. Brutto segno.

Comunque il nuovo libro con Mickey Haller è già in dirittura d’arrivo per la primavera 2011, e si intitolerà The Fifth Witness.

THIN AIR

Visto che il Giallo Mondadori ha finalmente deciso di ristampare un romanzo importante come Thin Air, opera di uno dei più misconosciuti autori hard-boiled di tutti i tempi – Howard Browne – mi sembra giusto riportare in primo piano, con qualche necessaria modifica, uno dei primi pezzi usciti su questo blog e che a tutt’oggi rappresenta ancora, per quanto ne so, l’unico contributo in lingua italiana alla conoscenza di uno scrittore fin troppo trascurato. Anche, e soprattutto, per integrare le cinque misere righe sul retrocopertina della ristampa mondadoriana.

Howard Browne (Omaha, Nebraska, 15 aprile 1907 – San Diego, California, 28 ottobre 1999) è stato – malgrado sia completamente sconosciuto in Italia – uno dei personaggi chiave nella storia dell’hard boiled e della fantascienza, sotto il suo vero nome ma anche con lo pseudonimo di John Evans. Con tale firma, infatti, Browne ha scritto tra il 1946 e il 1949 quattro romanzi nei quali appare il detective privato Paul Pine, considerato dalla critica uno dei più brillanti emuli di Philip Marlowe. Browne e Chandler vantavano una solida amicizia, nata negli anni in cui Browne era direttore di Amazing Stories, una delle più popolari riviste pulp di fantascienza del’epoca, pubblicata da un autentico colosso del settore quale la Ziff-Davis; e il nome «John Evans» appartiene ad una delle primissime incarnazioni di Philip Marlowe, come si può verificare nel racconto di Chandler No Crime in the Mountains.

Browne, figlio illegittimo di una maestra di scuola diciassettenne e di un medico itinerante, era stato adottato dalla famiglia di un fornaio, scomparso quando Howard aveva poco più di dodici anni. Il giovane Browne finì quindi per qualche anno in una sorta di casa-famiglia, fin quando la madre adottiva non poté dimostrare di poterlo mantenere; all’interno dell’istituzione, comunque, aveva già scoperto il suo interesse per la scrittura, e a quindici anni decise infine di abbandonare gli studi per trovare lavoro a Chicago. Nella migliore tradizione degli scrittori americani, collezionò i più disparati impieghi in acciaierie, sanatori, magazzini di uova, come commesso viaggiatore, eccetera: tutto questo fino alla Grande Depressione del 1929, quando il gangsterismo iniziò ad espandere la sua influenza sulla città soprattutto grazie al bootlegging, la distillazione e vendita illegale di alcolici.

La crisi economica permise a Browne di trovare con relativa facilità numerosi lavori in un campo in evidente espansione come quello del recupero crediti, fin quando (era il 1937) la lettura di un racconto sul Chicago Daily News gli fece balenare l’idea che, certo, anche lui poteva diventare uno scrittore. E perché no? Detto, fatto. Un racconto di mille parole, scritto in men che non si dica e inviato al giornale, aprì a Browne le porte del mondo delle riviste pulp.

Quel che segue è il resoconto di una brillantissima carriera. Un primo romanzo, Warriors of the Dawn (1942), con Tarzan, il personaggio di Edgar Rice Burroughs, come protagonista; la già citata serie gialla di Paul Pine, che comprende Halo in Blood(1946), Halo for Satan (1948), Halo in Brass (1949), più The Taste of Ashes (1957) scritto come Howard Browne; If You Have Tears (1947), un thriller psicologico alla James M. Cain; ed infine Thin Air (1953), ovvero il Giallo Mondadori 913: Controfigura per un rapimento.

Dal 1957 tutto cambia. La grande industria televisiva offre a Browne un ricchissimo contratto e il nostro si trasferisce a Hollywood, dove sforna oltre 120 sceneggiature di serie come 77 Sunset StripMaverickMannixCheyenneMissione ImpossibileIl FuggitivoColomboSimon e Simon. I ricordi della sua gioventù chicagoana gli consentono, inoltre, di lavorare alle sceneggiature di molti film di argomento gangsteristico, tra cui Il massacro del giorno di San Valentino [Roger Corman, 1966; con Jason Robards, George Segal, Jack Nicholson, Bruce Dern].

Browne è stato anche, grazie al suo fiuto editoriale, un ottimo scopritore di talenti. A lui si devono l’esordio e l’affermazione, ad esempio, di Paul W. Fairman, autore che in seguito collaborò con Frederic Dannay e Manfred B. Lee al celebre romanzo di Ellery Queen A Study in Terror [Uno studio in nero, 1967]. Fairman, scomparso nel 1983, fu individuato da Browne mentre lavorava come portiere in un teatro di Chicago e scriveva racconti a notte fonda.

Dal 1973 al 1986 Browne ha insegnato «mystery writing» all’Università della California in San Diego, e nel 1986 ha ripreso a scrivere romanzi: nel 1988 è apparso Pork City, mentre nel 1991 Scotch on the Rocks. Nel 1997, per il novantesimo compleanno dell’autore, l’editore Dennis MacMillan ha pubblicato Incredible Ink, una raccolta (in edizione limitata) dei migliori racconti di Browne pubblicati sulle riviste pulp. Browne è scomparso, novantaduenne, a fine 1999.

E veniamo a Thin Air, il romanzo che Browne considerava la sua opera migliore e che, a cinquantacinque anni dalla sua pubblicazione, resta un piccolo capolavoro di quella strana e poco frequentata terra di nessuno nella quale lo hard boiled si mescola, senza tanti problemi, al giallo classico. Era un terreno che negli anni Quaranta e Cinquanta aveva i suoi praticanti e i suoi estimatori: basti ricordare, tra gli altri, due validissimi ma quasi dimenticati romanzi come Terror in the Town [La città non dorme, 1947] di Edward Ronns/Edward Aarons e The Guilty Are Afraid [I colpevoli hanno paura, 1957] di James Hadley Chase. In realtà l’assunto iniziale è lo stesso con il quale si sono intrattenuti per anni alcuni dei maggiori giallisti della storia, da John Dickson Carr a Ellery Queen (vedi il celeberrimo radiodramma La scomparsa di James Phillimore), da Sir Arthur Conan Doyle ad August Derleth: una persona entra in una casa, sotto gli occhi di testimoni, e svanisce into thin air…L’originalità della versione di Browne è l’aver applicato uno dei topics più rinomati del poliziesco classico a quella che si rivela ben presto essere una situazione essenzialmente hard boiled, e la sua abilità risiede nel riuscire a dare al lettore un’immagine abbastanza precisa, e non troppo consueta, del mondo della pubblicità degli anni Cinquanta.

Di passaggio, mi piace segnalare come gli anni Cinquanta siano stati, nel giallo americano, il momento della scoperta dei mass media: numerosi e significativi romanzi vantano ambientazioni che, per l’epoca, potevano essere considerate estremamente originali: valgano per tutte le locations televisive di Spin the Glass Web [La mosca e il ragno, 1952] di Max Ehrlich e Now, Will You Try for Murder? [Si muore alla TV, 1954] di Harry Olesker.

Nelle parole dello stesso Browne: «Ho dapprima pensato ad un buon inizio per Thin Air – una donna che sparisce – e poi mi sono detto, beh, il marito dovrà pur guadagnarsi da vivere… e ne ho fatto un funzionario di un’agenzia pubblicitaria, il che si è rivelato essere la chiave dell’intera storia, perché lui trasforma l’agenzia pubblicitaria in una agenzia d’investigazioni per poter rintracciare la moglie. Mi pare il miglior libro che ho scritto. Lo ha pubblicato Simon & Schuster nel 1953. Credo sia riuscito bene proprio perché si tratta di una storia umanamente realistica: niente detective privati o altri personaggi improbabili. Solo un uomo costretto ad affrontare una terribile situazione con tutte le risorse disponibili. Ritengo anche che sia l’unico mio libro ad avere uno stile veramente personale».

Tra parentesi, copie originali di Thin Air passano di mano, negli USA, per una cifra che supera i 500 dollari; pare che il libro sia di difficilissima reperibilità, e trovarne una copia in buone condizioni può rivelarsi un affare d’oro. Un romanzo di classe, un autore da riscoprire, anzi da scoprire ex novo.

 

STEPHEN J. CANNELL (1941-2010)

Scomparso il 30 settembre, proprio negli stessi giorni in cui se ne andavano celebri personaggi del cinema come Arthur Penn e Tony Curtis, Stephen J. Cannell non era, almeno in apparenza, un nome noto al grande pubblico televisivo e letterario. In realtà, senza di lui, la storia dell’intrattenimento di genere sarebbe stata molto diversa.

Produttore, sceneggiatore, romanziere e, quando capitava, persino attore, Cannell ha creato, dai primi anni Settanta a oggi, una valanga di serie televisive che hanno lasciato un segno nell’immaginario di almeno una generazione (la mia di sicuro). Un breve elenco? Agenzia Rockford, A-Team, Baretta, Hunter, Hardcastle & McCormick, Ralph supermaxieroe, Riptide, Toma e decine di altre. Pare che di tutte queste serie abbia sceneggiato la bellezza di oltre 450 episodi (svariati anche per Ironside e Colombo), producendone almeno 1500. In molti casi, poi, Cannell è stato anche attore, per esempio in Magnum P.I. e, soprattutto, nella temibile Renegade, dove interpretava il corrotto tenente Dutch Dixon, nemico mortale (e come dargli torto…) di uno dei più sciagurati attori mai apparsi sullo schermo, ovvero Lorenzo Lamas.

In parallelo – e chissà dove trovava il tempo – Cannell è stato anche un notevole romanziere hard-boiled, autore di ben dieci romanzi dedicati al detective Shane Scully del LAPD più altri sette senza personaggio fisso, uno dei quali (King Con) è stato pubblicato anche in Italia da Sperling & Kupfer.

Cannell soffriva fin da bambino da una grave forma di dislessia e, spesso e volentieri, era costretto a dettare a un assistente romanzi e sceneggiature. Nella foto in alto lo vediamo interpretare se stesso (è quello col maglioncino viola), assieme ai colleghi Michael Connelly (il primo a sinistra) e James Patterson (di spalle) e all’attore Nathan Fillion in un recentissimo episodio della serie tv Castle – Detective tra le righe.

 

UNA DONNA DI TROPPO

A parte che non finiva mai (strano, eh? Quando l’ho letto in originale, sei anni fa, quasi mi dispiaceva andare avanti perché non volevo terminarlo troppo presto), a parte che non finiva mai, dicevo, e che per portare in italiano questo malloppo – più il Devil Red di Lansdale – ci ho rimesso le vacanze estive, che comunque non avevo soldi per fare, insomma, a parte che non finiva mai, nel tradurre Skinny Dip io e La Piussi ci siamo divertiti un bel po’. Lei forse un po’ meno, ma è una faccenda lunga e complicata eccetera.

Hiaasen, come tutti sanno, è popolarissimo negli Stati Uniti. Ogni suo nuovo romanzo schizza dritto ai piani alti della classifica del New York Times, è un giornalista famoso e soprattutto temuto, implacabile fustigatore delle malefatte dei politicanti della Florida e non solo, e negli ultimi anni ha trovato anche il modo di raggranellare un bel po’ di quattrini imbarcandosi in una lautamente pagata carriera di conferenziere che è però andata un po’ a discapito della sua attività letteraria: dopo il qui presente Una donna di troppo, che è del 2004, ha pubblicato un discreto libro per ragazzi, Flush, poi il mediocre (dispiace dirlo, ma è vero) Nature Girl nel 2006 e, proprio nei giorni in cui finivamo la nostra traduzione, Star Island, che per fortuna segna un bel ritorno sulla scena.

Da noi, invece, Hiaasen non è mai riuscito a sfondare del tutto, malgrado sia sempre stato tradotto e pubblicato con una certa tempestività (ma altrettanto velocemente mollato) da Mondadori, Baldini e Castoldi, Rizzoli e fors’anche qualche altra casa editrice. Magari non ha aiutato la sua sostanziale indisponibilità ad apparire: non viaggia volentieri, quindi di farlo venire in Europa neanche a parlarne, tutela in maniera feroce la sua privacy, il che significa poche o punte interviste se non dopo una serie infinita di forche caudine e comunque sempre per interposta persona, non è insomma un autore che, al di fuori degli USA, si sbatte più di tanto per promuovere le uscite dei propri romanzi. E ho il vago sospetto che tutto questo accada perché è lui il primo a considerare la sua satira difficilmente esportabile in altre lingue e altre nazioni; eppure credo che gli basterebbe soggiornare qualche settimana in Italia per riconsiderare in maniera drastica questa posizione, visti i passi da gigante che il nostro sciagurato paese ha compiuto negli ultimi anni per mettersi alla pari – e addirittura superare – il livello di corruzione e imbecillità della vita pubblica della Florida.

Anzi, il mio non è soltanto un sospetto. Ecco cosa diceva lo stesso Hiaasen in una vecchia intervista (gennaio 2002): Ancora non me ne faccio una ragione. Quando ho iniziato a scrivere romanzi mi ripetevo che per capirli, o semplicemente per apprezzarli, era necessario vivere nella Florida meridionale. Comunque non avevo niente da perdere, così ho tirato dritto e me la sono spassata alla grande. Poi è finita che i miei libri sono stati tradotti in 22 lingue, ma la cosa mi lascia ancora di sasso perché proprio non riesco a capire come il mio senso dell’umorismo sia riproducibile altrove. I miei romanzi hanno un carattere molto americano. Tutto questo mi dà grande soddisfazione, ovvio, ma continua a sorprendermi non poco. Insomma, chi se lo sarebbe mai immaginato?

Quando ho iniziato a divorare i suoi romanzi alla fine degli anni Ottanta, proseguendo poi per tutti gli anni Novanta, ricordo ancora bene che l’impressione predominante – oltre all’enorme divertimento e alle risate spesso irrefrenabili – era di trovarmi davanti alla tipica esasperazione della realtà allo scopo di ottenere il massimo effetto comico. It could not happen here, mi dicevo; certe cose succedono, se mai succedono, soltanto in America. Ma il passaggio del tempo ha provveduto a smentirmi con ferocia. La sensazione che ho adesso, nel leggere Hiaasen, è che tra tutte le assurdità descritte nei suoi libri non ce n’è una che non sia capitata, in maniera assai più grave e soprattutto grottesca, nell’Italia del Ventunesimo secolo. Alla fine, la Florida e la sua accozzaglia di politicanti corrotti e trafficoni senza scrupoli, di governatori incompetenti e giornalisti a libro paga sono state superate in tromba dagli eventi cui ci tocca assistere ogni giorno dalle nostre parti. Le sciagure ecologiche che i loschi personaggi di Hiaasen minacciano di scatenare sulla Florida, e che sono combattute all’ultimo sangue da una sparuta pattuglia di onesti sognatori, ormai accadono con implacabile frequenza anche da noi e reclamano ogni anno la loro robusta quota di vittime.

Il che, per paradosso, finisce per rendere i romanzi di Hiaasen ben più necessari oggigiorno, al lettore italiano, di quanto lo potessero sembrare una quindicina di anni fa. E Una donna di troppo (il titolo originale, Skinny Dip, era stato concepito da Warren Zevon, alla cui memoria il libro è dedicato) non fa eccezione.

Traduzione di Luca Conti e Luisa Piussi. Meridiano Zero, 2010. 448 pagine, 18 euro.


 

UNKNOWN MAN No. 89

Per una curiosa coincidenza, proprio il giorno del compleanno di Elmore Leonard ho consegnato all’editore la nuova traduzione di Unknown Man No. 89, romanzo del 1977 che era già stato pubblicato in Italia due anni dopo dal Giallo Mondadori (ne vedete la copertina originale, opera di Carlo Jacono) e poi ristampato da Interno Giallo nel 1992. A destra, invece, la copertina della prima edizione inglese (Secker & Warburg, agosto 1977). Per vederle ingrandite è sufficiente un clic.

Sono molto soddisfatto del risultato anche perché si tratta di un libro particolarmente difficile da rendere in italiano, ambientato com’è in una Detroit popolata da personaggi quanto mai stravaganti: street hustlers che sembrano usciti dritti da un film come Super Fly, truffatori e killer professionisti originari di New Iberia, Louisiana (la terra natale di Leonard), ufficiali giudiziari e repo men che parlano in burocratese stretto, frequentatori dei meeting degli Alcolisti Anonimi e così via.

Ma ci sarà occasione per riparlarne.

BUON COMPLEANNO, ELMORE!

Oggi Elmore Leonard compie ben 85 anni, e contemporaneamente viene pubblicato negli Stati Uniti il suo nuovo (e 44°!) libro, Djibouti. Auguri!

Qui il video realizzato per l’occasione dalla sua casa editrice americana.

ELMORE LEONARD A FUMETTI

Ecco la versione a fumetti di The Hot Kid di Elmore Leonard, realizzata in Francia da Oliver Berlion per Rivages/Casterman e uscita a fine agosto col titolo di Le Kid de l’Oklahoma. Dev’essere la prima volta, se non sbaglio, che un romanzo di Leonard ottiene una trasposizione su bande dessinée.

ELLERY (E NERO) IN DVD

Resisto a tutto fuorché alle tentazioni, diceva quel tale, e infatti io non ho resistito.

Per la prima volta esce in Dvd l’intera serie (23 episodi) dedicata a Ellery Queen e trasmessa negli USA tra il 1975 e il 1976. Per gli strani casi della vita, acquistata pochi giorni dopo essermi procurato l’integrale del più bel Nero Wolfe mai trasmesso in televisione, quello in cui era proprio il figlio di Jim Hutton, Timothy, a interpretare Archie Goodwin, mentre il bravissimo e appena scomparso Maury Chaykin vestiva i panni già indossati da Tino Buazzelli.