
“I STEREOTYPE. IT’S FASTER.”
9 febbraio, 2010
LANSDALE COLPISCE ANCORA
22 gennaio, 2010
HAVE A SWINGIN’ 2010
1 gennaio, 2010
Il brano è Bye-Ya, scritto ed eseguito da Thelonious Monk, con Charlie Rouse al sax tenore, John Ore al contrabbasso e Frankie Dunlop alla batteria. E’ stato inciso il 31 ottobre 1962.

IN A TRUE LIGHT
30 dicembre, 2009L’attacco di In a True Light è, in apparenza, simile a quello di tante, forse troppe opere letterarie e cinematografiche, da Edgar Wallace a The Blues Brothers: un uomo che esce di galera. Eppure Sloane, il protagonista del romanzo, non è un criminale comune, bensì un artista del pennello: pittore di una certa notorietà ma di scarso successo che, al definitivo naufragio della sua carriera, si è ridotto a lavorare per conto di un losco mercante d’arte per il quale produceva falsi di opere ottocentesche di secondo piano.
Il quasi sessantenne Sloane ha le tasche vuote e, per non aver voluto rivelare alla polizia il nome del suo datore di lavoro, si è fatto due anni dietro le sbarre. Nel suo vecchio studio, razziato da chissà quale banda di vandali, scopre una lettera inviatagli in sua assenza da Jane Graham, celeberrima scultrice che nel Greenwich Village degli anni Cinquanta era stata la sua amante e che adesso, malata di leucemia, vive in Italia, in un paesino della Garfagnana.
In Toscana, accanto al letto di morte della sua vecchia fiamma, Sloane apprende un segreto destinato a cambiargli per sempre la vita: una rivelazione che lo spinge a tornare negli Stati Uniti a caccia di una misteriosa cantante di jazz che potrebbe essere sua figlia, sfuggendo alla sorveglianza dei poliziotti inglesi che ancora sperano di cavargli di bocca la verità su quel vecchio traffico di quadri falsi.
Discrezione vuole che da qui in avanti si taccia sul resto della trama. Al potenziale lettore di questo singolare e fascinoso romanzo basti per il momento sapere che John Harvey, veterano del poliziesco e di tante altre declinazioni della narrativa di genere – dal western alla fantascienza – raggiunge qui uno dei risultati più alti di una già solidissima carriera, abbandonando per lo spazio di un libro i personaggi seriali che gli hanno fruttato notorietà internazionale, dall’ispettore Charlie Resnick (protagonista di un ciclo, dapprima concluso e poi ripreso, di ben undici romanzi e svariati racconti) alla nuova creatura Frank Elder, fin qui apparso in tre romanzi (tutti usciti in Italia).
In realtà Sloane non è del tutto nuovo agli affezionati lettori di Harvey, e la sua vecchia attività di falsario ha una piccola parte nel penultimo romanzo del ciclo di Resnick, Still Water: è un personaggio sul quale lo stesso Harvey, con sottile effetto straniante, ha dichiarato «di voler sapere di più». E gli ingredienti di In a True Light sono quelli della classica ricetta del noir, che più giusti non si può: «strade pericolose e sogni infranti,» come fa notare Publishers Weekly, «jazz e locali saturi di fumo, gente che beve solitaria in bar d’infimo ordine: un mondo in cui la violenza è insensata, brutale e inevitabile».
Quello che Harvey sa offrire, da grande appassionato di jazz, è un romanzo che ha in apparenza la sonorità e il fascino dell’improvvisazione, ma che nasconde in realtà una struttura ben solida e una robusta, inconsueta visione morale: elementi che hanno spinto un suo cinico e disilluso collega come Elmore Leonard a paragonarne la capacità evocativa a quella – e non è paragone da poco – di un Graham Greene.

HONEY DEAL
4 dicembre, 2009
La mole di lavoro delle ultime settimane mi ha impedito di aggiornare con regolarità questo spazio, e non è che anche adesso le cose stiano andando meglio, anzi.
Faccio comunque una rapida apparizione per segnalare l’uscita del nuovo romanzo di Elmore Leonard, da me tradotto e la cui copertina potete vedere più sopra. A breve seguirà un assaggio del primo capitolo.
Scheda, dal sito Einaudi:
Stile libero Noir
pp. 318
€ 18,00
Carl Webster, l’implacabile sceriffo dell’Oklahoma già incontrato in Hot Kid e l’affascinante e disinibita Honey Deal, uno dei piú riusciti ritratti femminili di Leonard, al centro di un’avventura spionistica in cui il noir si tinge di una irresistibile vena comica.
Detroit, ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. La bella Honey Deal ottiene il divorzio dal marito, Walter Schoen, un macellaio che si spaccia per il fratello gemello di Heinrich Himmler, quando si rende conto della sua clamorosa e irrecuperabile stupidità. Sulla scena piomba l’Hot Kid Carl Webster, adesso sulle tracce di due gerarchi nazisti fuggiti da un campo di prigionia dell’Oklahoma, e sicuro della complicità di Schoen nell’evasione.
Per scoprire il nascondiglio dei nazisti Carl riesce a tirare dalla sua parte la biondissima Honey e i due si ritrovano ben presto coinvolti nelle attività di una cellula spionistica tedesca… Dopo una serie di incontri e scontri, spesso di rara comicità, la movimentata resa dei conti avrà luogo nell’appartamento di Honey, tra il divano del soggiorno e la camera da letto.

CITY HALL
19 ottobre, 2009
Un genere che non avevo mai affrontato, come traduttore, era il cosiddetto legal thriller.
Con il romanzo d’esordio dell’avvocato canadese Robert Rotenberg – che vedete ritratto qua sopra – ho colmato anche questa lacuna. Il libro si intitola City Hall ed è uscito per Giano/Neri Pozza pochi giorni fa.
Diciamo che, per quanto l’aspetto processuale della vicenda sia al centro del romanzo, la trama è assai più sfaccettata e, per certi versi, può ricordare un police procedural di stampo classico. Rotenberg riesce con abilità ad alternare i punti di vista della polizia (che svolge le indagini sul misterioso omicidio della moglie di un celebre giornalista radiofonico di Toronto), della pubblica accusa e della difesa, per arrivare a una conclusione brillante e, per certi versi, sorprendente.
Il romanzo, che ha ottenuto un notevole successo in Canada e in Gran Bretagna, è il primo di una serie. Il secondo, che Rotenberg sta terminando proprio in questi giorni, si svolgerà in larga parte in Italia, a Gubbio. Rotenberg ha una buona conoscenza del nostro Paese per averlo visitato più volte qualche anno fa, ovvero quando il suo vecchio amico Douglas Preston (si conoscono dai tempi dell’università) abitava a Firenze. E proprio a casa di Preston ci eravamo conosciuti, senza sapere che, in seguito, le nostre strade si sarebbero incrociate di nuovo…
Un doveroso ringraziamento va all’efficace e decisiva collaborazione della mia socia Luisa Piussi.
Questo il sito dell’autore.
E qui, se ne avete voglia, potete leggere il primo capitolo.

ELMORE E GLI ANNI ‘40
6 ottobre, 2009
Questa è la copertina originale del romanzo di Elmore Leonard che ho tradotto da non molto e che uscirà in Italia a novembre, non so ancora con quale titolo. E’ il seguito di Hot Kid, ambientato però diversi anni dopo, ovvero negli anni Quaranta, in piena guerra, ed è una sorta di commedia nera dal tratto ferocemente grottesco e dalla chiara impostazione teatrale. Anzi, in certi tratti si getta nella farsa bella e buona, con porte che si aprono e si chiudono, mariti in soggiorno e amanti nascosti in camera da letto, truffatori che fanno ubriacare Bertolt Brecht per rubargli il manoscritto del Cerchio di gesso del Caucaso, killer ucraini travestiti da donna, ufficiali nazisti appassionati di rodeo, false contesse polacche, insomma tutto il campionario della pochade.
C’è anche un bel po’ di musica, e a un certo punto appare anche Count Basie col suo berrettino da skipper. D’altra parte Leonard è un grande appassionato di jazz e rock, e proprio per questo riporto di seguito un estratto da una vecchia intervista rilasciata da Elmore ai tempi di Be Cool.
LEONARD: Quando scrivevo Be Cool mi ero messo a guardare un bel po’ di MTV e VH1. Mi incuriosivano soprattutto Alanis Morissette, Gwen Stefani dei No Doubt e Shirley Manson dei Garbage, così mi sono procurato riviste come Interview, Vibe e Rolling Stone e ho letto un sacco di articoli su di loro. Mi è sempre interessata la musica pop, fin dagli anni Trenta, quand’ero bambino e la mia passione era Mildred Bailey.
Quindi è sempre stato un appassionato di musica?
LEONARD: Ai tempi del liceo, negli anni Quaranta, me ne andavo al Paradise Theater di Detroit a sentire Count Basie, Earl “Fatha” Hines, Jimmy Lunceford e l’orchestra di Andy Kirk con Mary Lou Williams al pianoforte.
Ho combattuto in Marina nella seconda guerra mondiale. Nel gennaio del 1946, di rientro dal Pacifico, siamo sbarcati a Treasure Island, nella baia di San Francisco, e io sono filato dritto a Oakland, dove quella sera si esibiva l’orchestra di Stan Kenton. Ricordo ancora di essermi piazzato sotto il palco a guardare June Christy che cantava Buzz Me Baby. Un’altra delle mie cantanti preferite era Anita O’Day, soprattutto in Let Me Off Uptown con Roy Eldridge. Ma in assoluto la mia passione è Count Basie.
Come vede la musica pop di oggi, rispetto a quella della sua giovinezza?
LEONARD: Me ne piace parecchia, ma non mi ispira allo stesso livello del jazz. Ricordo ancora che vedere Dizzy Gillespie dal vivo mi faceva venire la voglia di tornare a casa e mettermi a scrivere. Molti lettori hanno fatto notare l’influenza del jazz nel mio stile. Quando scrivo non ascolto musica, ma credo che in sottofondo potrei mettere il Modern Jazz Quartet o Ahmad Jamal. Di sicuro il Take Five di Dave Brubeck.
Le è rimasto difficile apprezzare il rock?
LEONARD: No, perché non ho mai avuto bisogno dell’ispirazione per apprezzarne l’energia, la potenza che ti viene dritta addosso. Però il mio feeling è assai più legato al jazz: un sound ben strutturato sul quale produrre variazioni improvvisate, capace di mettere in luce la personalità dell’artista.

PISA BOOK FESTIVAL
1 ottobre, 2009
Sabato 10 ottobre alle 12, nell’ambito del Pisa Book Festival, il sottoscritto sarà impegnato in una tavola rotonda sulla traduzione della narrativa di genere, dal titolo Tutte le lingue del giallo, in compagnia di editori ed editor come Ena Marchi (Adelphi), Claudia Tarolo (Marcos y Marcos) e Marco Vicentini (Meridiano Zero).

IL NUOVO BURKE
30 settembre, 2009
Be’, eccolo. Uscito oggi, ben 500 pagine per 18 euro e 50. Secondo me li vale tutti. Il vecchio James torna a picchiare duro.
Qui un’intervista a Burke (fatta da Rock Reynolds e Beppe Sebaste) appena pubblicata sull’Unità.

IL PREZZO DELLA MENZOGNA (ANZI, VERGOGNA…)
22 settembre, 2009
Mi comunica l’editore (ovvero Fanucci) che martedì o mercoledì prossimo sarà in libreria la mia traduzione di Swan Peak di James Lee Burke, che nell’edizione italiana è diventato Il prezzo della menzogna vergogna.
Il romanzo è, secondo me, uno dei migliori dell’ultimo Burke, anche grazie al fatto che non si svolge, come invece la maggior parte delle avventure di Dave Robicheaux) in Louisiana, tra New Iberia e New Orleans, bensì nel Montana, tra Missoula e i paesi circostanti. Direi che spedire in trasferta Robicheaux e il pittoresco Clete Purcel (che in questo libro è ancora più rompicoglioni del solito) è stata un’ottima mossa, utile a dare una bella scarica di adrenalina a una serie che ha ormai più di vent’anni e conta ben 17 romanzi.
Ho anche il vago sospetto (anche se potrei sbagliarmi, perché il buon James Lee è uomo dalle mille sorprese) che la serie si stia avviando alla sua conclusione, non ultimo perché Robicheaux comincia ad avere i suoi annetti ed ha ormai raggiunto – se non superato – l’età della pensione. Certo, potrà continuare (come per l’appunto succede in questo libro) a ficcarsi nei guai da privato cittadino, non in veste di poliziotto, ma credo anche che la New Orleans del dopo Katrina sia una ferita troppo aperta, per Burke e i suoi personaggi, e che quel che c’era da dire sia stato largamente detto.
Non a caso il nuovissimo romanzo di James Lee, ovvero Rain Gods, uscito negli Stati Uniti un mesetto fa, è ambientato sulla frontiera tra Texas e Messico, e riporta sulla scena, come protagonista, Hack Holland, che non appariva in un libro di Burke addirittura dal 1971 (Lay Down My Sword and Shield, tuttora inedito in Italia). Non mi sento di escludere che il prossimo Robicheaux si possa svolgere nientemeno che in California.
Vedremo. Intanto, leggetevi Il prezzo della menzogna, un lavoro di cui vado molto orgoglioso.

JAMES CRUMLEY: IL SITO UFFICIALE
11 settembre, 2009
Martha Elizabeth, moglie di James Crumley, ha finalmente inaugurato il sito dedicato alla vita e alle opere del marito, consultabile a questo indirizzo. Si tratta di un lavoro ancora in fase di sviluppo ma destinato ad arricchirsi enormemente nei prossimi mesi.
E il prossimo ottobre (quasi sicuramente il 25) a Missoula, la città del Montana in cui Crumley risiedeva da tempo, avrà luogo una grande celebrazione della memoria di James con ospiti da tutti gli Stati Uniti e dal mondo intero. Se qualcuno vuole farci un salto…

HORACE McCOY
8 settembre, 2009

La mia prefazione alla nuova traduzione (mia anch’essa) di Un sudario non ha tasche, pubblicato pochi mesi fa da Terre di mezzo.
Iniziamo con una biografia in pillole di Horace McCoy, compilata da Robert Polito per il volume Crime Novels: American Noir of the 1930s and 1940s (The Library of America, 1994):
«Nato il 14 aprile 1897 a Pegram, Tennessee. Trasferito con la famiglia a Nashville, a due anni di età. Lascia gli studi a 14 anni e lavora come meccanico in un’autofficina, poi è commesso viaggiatore. Nel 1915 si sposta con la famiglia a Dallas. Nel 1917 si arruola nella Texas National Guard, viene addestrato come osservatore aeronautico e combatte in Francia nel 1918 come bombardiere e fotografo aereo. Tornato a Dallas, lavora come reporter per il Dallas Dispatch, poi passa al Dallas Journal come responsabile della pagina sportiva. Nel 1921 sposa Loline Scherer. La coppia avrà un figlio, Stanley, nel 1924. Dal 1925 al 1931 svolge attività teatrale come attore nel famoso Little Theatre di Dallas. Dal 1927 al 1934 collabora a Black Mask come autore di racconti pubblicandone sedici, gran parte dei quali è dedicata alle avventure del Texas Ranger Jerry Frost e della sua pattuglia aeronautica di confine. Pubblica anche su altri pulps come Battle Aces, Action Stories, Western Trails e Man Stories. Nel 1929 divorzia dalla moglie e viene licenziato dal Dallas Journal. Nel 1930 diventa direttore di un nuovo periodico, il Dallasite, che chiude ben presto. Fugge da Dallas assieme a una giovane rampolla dell’alta società locale, che sposa, ma il matrimonio verrà ben presto annullato. Nel 1931 si trasferisce a Hollywood nel tentativo di sfondare come attore cinematografico, ma ottiene solo brevi comparsate. Nel 1932 viene assunto dalla RKO come sceneggiatore. Nel 1933 sposa Helen Vinmont, figlia di un ricco petroliere (avranno una figlia, Amanda, nel 1940, e un figlio, Peter, nel 1945). Debutta come romanziere nel 1935 con They Shoot Horses, Don’t They?»
Chi ha appena letto No Pockets in a Shroud troverà singolari assonanze tra molti elementi della trama e i fatti salienti della vita di McCoy. Non tutti, certo; ma ce ne sono anche altri, che Polito non riporta e che, pure, richiamano situazioni del romanzo. Per citarne uno, il Dallasite (fondato col determinante contributo del Nostro, e da lui stesso diretto) era visibilmente ricalcato sulla linea editoriale e grafica del New Yorker, così come nel romanzo Mike Dolan intende fare col Cosmopolite. L’attività nel Little Theatre; il matrimonio con una ragazza ricca (subito annullato su pressioni della famiglia di lei); l’attività giornalistica come redattore sportivo e un’infinità di altri piccoli particolari: tutto questo potrebbe giustificare chi voglia vedere in Mike Dolan un Horace McCoy neanche troppo camuffato.
La geniale intuizione di McCoy, peraltro, è stata quella di creare sì una figura dal forte senso morale e dal profondo idealismo – una sorta di Don Chisciotte, lo bolla subito il direttore del Daily-Times Gazette – ma estremamente contraddittorio nella sua vita privata: manipolatore dei sentimenti altrui, disinvolto col danaro, cialtronesco nei suoi impegni di attore dilettante, persino ricattatore nei confronti del ricco suocero. Quello, insomma, che in inglese si chiama un flawed hero, simile per molti versi al primissimo Superman (che avrebbe debuttato come personaggio dei fumetti di lì a poco, nel 1938. ma che fin dal 1933 era apparso come personaggio letterario nella fanzine Science Fiction). Il Superman degli esordi era una sorta di attivista sociale che lottava contro gli affaristi senza scrupoli e i politicanti corrotti, e che in un episodio radiofonico del 1946 non esitava a combattere contro una cellula del Ku Klux Klan (proprio come capita a Mike Dolan): vantava una personalità aggressiva, ben diversa da come si sarebbe poi trasformata nel corso degli anni, e un codice morale abbastanza elastico, che gli faceva mettere in secondo piano le proprie debolezze caratteriali a vantaggio, appunto, della giustizia sociale. Insomma, sarebbe argomento per un interessante studio capire se Dolan abbia influenzato Superman (curiosa, l’assonanza, no?) o viceversa, superpoteri esclusi…
La storia editoriale del romanzo è abbastanza travagliata. They Shoot Horses, Don’t They?, il primo libro di McCoy, era uscito il 25 luglio 1935 per Simon & Schuster suscitando reazioni contrastanti nella critica americana. No Pockets in a Shroud, proposto da McCoy alla stessa casa editrice nel 1936, ricevette un netto rifiuto. Fu l’editore londinese Arthur Barker a dichiararsi disposto alla pubblicazione del romanzo, a patto però che l’autore apportasse una consistente serie di tagli e una profonda revisione. McCoy acconsentì, non sappiamo quanto controvoglia, e No Pockets in a Shroud uscì in Gran Bretagna nel 1937. Per quasi una decina d’anni questa resterà l’unica edizione disponibile del libro (e che ha raggunto oggi quotazioni da capogiro), ovvero fino alla traduzione francese del 1946, Un linceul n’a pas de poches, curata per Gallimard da Marcel Duhamel e Sabine Berritz e destinata a incontrare un successo strepitoso. Nel frattempo McCoy aveva realizzato la maggior parte delle sue sceneggiature cinematografiche, quasi sempre in collaborazione con William R. Lipman, e pubblicato uno splendido romanzo di argomento hollywoodiano, I Should Have Stayed Home (1938), il cui protagonista – proprio come lui – ha velleità frustrate di attore cinematografico.
Sulla scorta del successo francese, di pubblico e soprattutto di critica, nel 1948 McCoy pubblica un nuovo romanzo, Kiss Tomorrow Goodbye, e riesce a far stampare No Pockets in a Shroud anche negli Stati Uniti: non in edizione rilegata, bensì nei tascabili della Signet. Nel maggio 1948 esce la ristampa di They Shoot Horses e, alla fine dello stesso anno, No Pockets è disponibile anche per i lettori americani in una edizione profondamente diversa da quella inglese del 1937 (va anche detto che la prima ristampa inglese, uscita per la Penguin nel 1962, riproduce l’edizione Barker del 1937 ma sostiene che il libro è stato pubblicato per la prima volta negli USA nel 1937, cosa evidentemente non vera).
Non essendoci più traccia del manoscritto originale, neanche nel fondo McCoy alla University of California, ignoriamo se l’edizione americana del 1948 si limiti a reintegrare i tagli effettuati dall’autore per l’edizione britannica di undici anni addietro: certo è che nel novembre del 1948 McCoy ottiene un copyright per la nuova versione di No Pockets in a Shroud, «con revisioni».
Per quanto riguarda l’Italia, è proprio la nuova versione che verrà tradotta per prima, nel 1953, da Enrico Hirschhorn e pubblicata da Garzanti (con una ristampa nel 1975 per il Club degli Editori). La traduzione di Massimo Bocchiola e Roberto Santachiara uscita nel 1994 per Bompiani si rifarà invece alla versione «ufficiale» inglese del 1937, così come la nuova traduzione che presentiamo in questo volume.
Perché questa scelta, potrebbero chiederci i lettori? Niente ci vietava di presentare di nuovo in Italia, dopo sessant’anni, l’edizione «ripristinata» da McCoy. Per un semplice motivo: conoscendole bene entrambe, crediamo che l’edizione inglese del 1937 sia di gran lunga più bella, più riuscita, più efficace. È molto più sintetica, va dritta al sodo senza tanti fronzoli, insomma «picchia duro», se ci passate il termine hard-boiled. Nell’edizione 1948 Dolan ci viene presentato spesso e volentieri come un tipo pieno di dubbi, di insicurezze, propenso a riflettere a voce alta sulle mosse da fare, sulle decisioni da prendere; in quella del 1937, invece, è uno schiacciasassi, consapevole dei propri difetti ma ostinato fino alle estreme conseguenze. E il romanzo, a nostro avviso, guadagna moltissimo da una tale impostazione: un piccolo capolavoro che, come quasi tutti i libri di McCoy, a rileggerlo oggi suona sinistramente profetico.

BAZELL: RASSEGNA STAMPA (3)
5 agosto, 2009
Matteo Persivale, Corriere della sera, 31 luglio 2009.
In sette pagine – le prime sette, tanto per far capire al lettore di che pasta è fatto – il protagonista di Vedi di non morire di Josh Bazell (Einaudi Stile libero, pp. 322, 18,50, traduzione di Luca Conti) picchia un rapinatore, gli ruba la pistola, cede alle avances della rappresentante di una casa farmaceutica dotata di anfetamine e guanti sterili omaggio, glutei da cubista e denti bianchissimi. Il protagonista si chiama Pietro Brnwa (non è un refuso) alias dottor Peter Brown, medico (come l’ autore) ma anche ex killer della mafia braccato dagli ex colleghi e sotto la protezione del Fbi, manesco e sicuro di sé. E ebreo (come l’ autore). Vedi di non morire ha un bel sito Internet dalla grafica accattivante (www.beatthereaper.com) realizzato dall’ editore americano, un trailer di genere cinematografico, una serie di video su YouTube dove il dottor Bazell dà opinioni tutte da ridere su una serie di leggende metropolitane di genere medico (donne che partoriscono un gemello bianco e nero figli di due padri diversi, scarafaggi che entrano nelle orecchie durante il sonno, eccetera) diventerà presto un film. E Leonardo DiCaprio è interessato a interpretare la parte di Pietro. Bazell, intanto, sta già scrivendo il seguito.
«Un successo non pianificato a tavolino – spiega il quarantenne Bazell -. Il protagonista non è nato già con un elenco di storie belle e pronte a lui collegate. Questo è avvenuto più tardi. E poi non credo che sia il solito eroe da noir o poliziesco seriale, che attraversa i libri sempre immutabile. Pietro porta con sé i segni – i danni – di quello che gli capita (letteralmente, come sanno i lettori di Vedi di non morire: ma non è giusto anticipare il finale, già celebre, a chi non l’ ha letto, ndr). Come nella vita vera. Probabilmente, però – scherza Bazell -, finirò per trasformarlo in un automa senza più credibilità soltanto per fare un po’ di soldi, chissà». Uno dei motivi del successo di Pietro Brnwa, sostiene Bazell, è che quell’ ex sicario dalla morale combattuta «che cerca di mantenere una sua moralità senza essere sentimentale», è il contrario dell’ archetipo ebraico americano reso celebre nel mondo da Woody Allen: quello dell’ intellettuale timido, gracile, insicuro, autoironico, nevrotico.
«Pietro fa certamente riflettere su molti temi legati all’ ebraismo: perché l’ “età dell’ oro” cominciata nel secondo dopoguerra, quella del rimorso del mondo per l’ Olocausto, negli ultimi anni è terminata. E quel che significa essere ebreo è cambiato drasticamente. Perché, nonostante quel che si pensa, l’ Olocausto ha avuto successo: oggi ci sono due milioni di ebrei in meno, al mondo, di quanti ce ne fossero nel 1933, quando Hitler prese il potere. Anche se il resto della popolazione mondiale è triplicato. Per decenni il mondo è stato così condizionato dall’ orrore dell’ Olocausto che in qualche modo ha cercato di porre freno al proprio naturale, millenario antisemitismo. Ed ecco l’ affermazione dell’ archetipo dell’ ebreo visto come vittima, incarnato al cinema e nell’ immaginario collettivo dall’ intellettuale con gli occhiali alla Woody Allen, timido, debole. Un archetipo che finalmente veniva apprezzato dai non ebrei – magari spinti anche da un certo senso di colpa – grazie ai suoi successi nell’ arte, nella scienza, nella cultura popolare. Quest’ epoca è finita ormai. È tornata la voglia di dire agli ebrei quello che devono fare, un’ attenzione che definisco psicotica ai crimini – reali o immaginari – di Israele che, con tutti i suoi errori, pare però doversi scusare con il mondo per non essere ancora stato annientato. In quanti Paesi si può ancora aprire un ristorante ebraico, per non dire una sinagoga, senza la polizia a fare la guardia fuori? Dico tutto questo da ebreo non credente né praticante che considera la religione un fatto irrazionale. Io, come il protagonista del mio libro, mi considero ebreo perché gli egizi, i romani, i crociati, gli inglesi, gli arabi mi avrebbero considerato ebreo, a prescindere dalla mia personale fede. E mi avrebbero perseguitato, o ucciso. La definizione stessa di ebreo che dà lo Stato di Israele? È quella delle leggi razziali hitleriane. Non c’ entra con la fede spirituale ma con la sopravvivenza. È necessario, se vogliamo sottrarci all’ estinzione. Ebreo è chi in quegli anni sarebbe stato rastrellato dai nazisti, punto: credente o ateo. Naturalmente questo tentativo di non scomparire dalla faccia della Terra è considerato, da chi ci odia, una forma di razzismo. Ecco perché il mio protagonista, che dà mazzate senza paura, rappresenta un nuovo tipo di ebreo capace di difendersi: perché Woody Allen è il passato, l’ uso della forza è necessario».
Nel libro, Bazell si diverte a inventare citazioni letterarie, note a piè pagina da libro di testo («Mi sono iscritto a medicina a trent’ anni: chi ha già conosciuto il mondo del lavoro sa che c’ è di peggio nella vita, rispetto a dover leggere un libro su come funzionano i polmoni»), e ha creato un improponibile ospedale lurido e malconcio dove lavora il suo protagonista. Tra colpi di scena e un finale ai confini della realtà che, con lodevole sprezzatura, l’ autore elargisce al lettore, che a quel punto si sta chiedendo come Brown/Brnwa possa uscire vivo dal romanzo. «Sì, certo, il finale è esagerato, over the top, è metaforico, è tante cose che io generalmente come lettore non sopporto. Ma scrivendolo pensai che calzasse a pennello, e lo penso ancora. Qualcuno dice che non è realistico? Beh, loro non c’ erano, quando è successo…». Bazell, furbetto del noir, mescola il pop – i telefilm ospedalieri, i film di mafia, l’ horror-sanguinaccio di genere splatter – con riflessioni serie ma anche tanto humour senza fingere, lodevolmente, di essere lo scrittore che non è. «Perché scrivere significa ricoprire il veleno per topi con il cioccolato: amo scrittori come Jim Thompson e James Ellroy esattamente per questo. Ma l’ autore che più di tutti riesce a essere privo di sentimentalismo è un italiano, che vorrei fosse tradotto di più in inglese: Massimo Carlotto. È uno scrittore di noir al quadrato, di quelli che ti mettono alla prova. In America uno come lui non c’ è. Neanch’ io potrei leggere Carlotto tutto il tempo. Non ce la farei. L’ Olocausto ha funzionato: stiamo scomparendo, Israele è sotto attacco. Lo scrittore che amo? Massimo Carlotto, negli Usa manca uno come lui.”

A MOLLO CON CARL
28 luglio, 2009
Visto che il titolare del blog soffre il caldo e ha la pressione bassa, Last of the Independents cambia per qualche settimana abito. A settembre riprenderà la vecchia impostazione grafica. Forse.

AMO L’ESTATE
25 luglio, 2009…e non perché, come ormai da qualche anno, la passo al lavoro invece che in vacanza; ma perché a luglio – implacabile come la dichiarazione dei redditi – negli USA esce sempre il nuovo libro di James Lee Burke. Eccolo qui, arrivato a casa giusto ieri:

E ancora di più perché, quest’anno, la sto passando a tradurre proprio Burke; appena consegnato Big Midnight Special, un fantastico racconto – forse una delle cose più belle mai scritte dal Nostro – che uscirà in edizione italiana prima della fine dell’anno (maggiori dettagli a breve) e mi ritrovo immerso fino al collo – il libro, come tutte le cose di Burke, è di una difficoltà mostruosa e costringe il povero traduttore ad autentiche arrampicate di sesto grado – nella versione italiana di Swan Peak, l’ultimo romanzo con Dave Robicheaux che sarà pubblicato in autunno da Fanucci come Il prezzo della menzogna.

UNDERWORLD USA
19 luglio, 2009
Joseph F. Dinneen, Underworld USA
Introduzione: Luca Conti
Editore: Odoya (sul sito della casa editrice, a questo indirizzo, la scheda del libro e un link per leggere un estratto dell’introduzione).
Dinneen racconta la storia della mala americana, l’aorta della società, il mito, la radice di tutto il male e la fonte di molti beni… dal piccolo criminale al grande boss a capo del Syndicate.
Una storia di gangster, grandi criminali, pezzi da novanta che se la intendono con politici e giornalisti: sono i vertici del Syndicate, la più potente organizzazione criminale d’America. Earl Connors è il boss a Boston, nessuno si muove senza la sua approvazione…
…ma anche la storia di Fingers Tolland, criminale da poco, piccolo borsaiolo,spirito anarchico, bravo con le mani ma reticente a sottomettersi alle regole del Syndicate.
Le due facce dell’Underworld, quella al vertice, che non rischia la galera e non disdegna i salotti buoni, e quella dei cani sciolti, vero lumpen della mala che somma alla quotidiana lotta contro gli sbirri le ritorsioni dei monopolisti del crimine. Un vero spaccato di classe della mala americana.
“Oggi il crimine è grande perchè il paese stesso è grande. È spettacolare perché questo è un paese spettacolare” (Joseph F. Dinneen).
Joseph F. Dinneen (1897-1964), è stato uno dei più importanti cronisti di “nera” degli Stati Uniti, per più di 20 anni reporter e columnist al Globe di Boston, sempre sulle tracce di politicanti corrotti, rapinatori, imputati di grossi crimini, sempre in tribunale a seguire i loro processi, ad ascoltare ciò che avevano da raccontare.

OGGI SCIOPERO
14 luglio, 2009
Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un susseguirsi di iniziative legislative apparentemente estemporanee e dettate dalla fantasia dei singoli parlamentari ma collegate tra loro da una linea di continuità: la volontà della politica di soffocare ogni giorno di più la Rete come strumento di diffusione e di condivisione libera dell’informazione e del sapere. Le disposizioni contenute nel “Decreto Alfano” sulle intercettazioni rientrano all’interno di questa offensiva.
Il cosiddetto “obbligo di rettifica” imposto al gestore di qualsiasi sito informatico (dai blog ai social network come Facebook e Twitter fino a …. ) appare chiaramente come un pretesto, un alibi. I suoi effetti infatti – in termini di burocratizzazione della Rete, di complessità di gestione dell’obbligo in questione, di sanzioni pesantissime per gli utenti – rendono il decreto una nuova legge ammazza-internet.
Rispetto ai tentativi precedenti questo è perfino più insidioso e furbesco, perché anziché censurare direttamente i siti e i blog li mette in condizione di non pubblicare più o di pubblicare molto meno, con una norma che si nasconde dietro una falsa apparenza di responsabilizzazione ma che in realtà ha lo scopo di rendere la vita impossibile a blogger e utenti di siti di condivisione.
I blogger sono già oggi del tutto responsabili, in termini penali, di eventuali reati di ingiuria, diffamazione o altro: non c’è alcun bisogno di introdurre sanzioni insostenibili per i “citizen journalist” se questi non aderiscono alla tortuosa e burocratica imposizione prevista nel Decreto Alfano.
La pluralità dell’informazione, non importa se via internet, sui giornali, attraverso le radio o le tv o qualsiasi altro mezzo, costituisce uno dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino e, probabilmente, quello al quale sono più direttamente connesse la libertà e la democrazia.
Con il Decreto Alfano siamo di fronte a un attacco alla libertà di di tutti i media, dal grande giornale al più piccolo blog.

BAZELL: RASSEGNA STAMPA (2)
3 luglio, 2009
Ottima recensione di Andrea Pelfini su Sugarpulp.
Ah, tra l’altro il romanzo di Bazell è, al momento, il titolo più venduto del catalogo Einaudi, nonché al sedicesimo posto assoluto nella classifica delle librerie Feltrinelli. Non male.




