Archivio per la categoria ‘music’

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ANITA

21 maggio, 2010

Il 25 maggio, al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, nell’ambito di Novara Jazz 2010, la prima proiezione italiana dello splendido documentario su Anita O’Day, la più noir delle cantanti di jazz. Di seguito, la presentazione che mi è stata chiesta per il catalogo del festival.

La voce bianca del jazz per eccellenza: un film per ricordare Anita O’Day
Impossibile condensare in poche righe una carriera durata ben settant’anni come quella di Anita O’Day, una delle più grandi cantanti nella storia del jazz e, soprattutto, personaggio – come dicono negli Stati Uniti – larger than life, votato alla perenne ricerca dell’autodistruzione ma, allo stesso tempo, traboccante di voglia di vivere, in una strabiliante serie di alti (ma davvero alti) e bassi (ma davvero bassi) che non sono mai comunque riusciti a intaccare quello che, senza alcun dubbio, può definirsi come il tocco del genio.
Ecco, la vita avventurosa di Anita Belle Colton – che già dalla scelta dello pseudonimo, quell’O'Day che in slang sta per quattrini, mette subito in chiaro che sì, l’arte è una gran bella cosa, ma i soldi non sono certo da buttare via, anzi – sarebbe stata, ai tempi d’oro di Hollywood, perfetta per uno di quei filmoni tutti ascesa e caduta, un melodramma magari firmato da Douglas Sirk. Solo che Anita, troppo jazzista nell’animo e nient’affatto disposta a concedere alcunché alla platea, non è mai riuscita a fare il gran salto, a diventare celebre presso il grande pubblico, a finire sulle copertine delle riviste popolari. Le vicende personali della cantante, così come da lei stessa riportate nel 1981  – con la collaborazione di George Eells – nella trucida autobiografia High Times, Hard Times (ascesa e caduta, come si è detto) sono di una tale drammaticità da far impallidire la fervida immaginazione di autori non proprio per i deboli di cuore come, per dire, un James Ellroy.
Follemente amata dagli appassionati, la O’Day è sempre stata trascurata dal cinema, malgrado una presenza scenica e un’incredibile faccia tosta che potevano far intuire doti non secondarie di attrice non solo drammatica. A nostra scienza, Anita è apparsa sullo schermo – escludendo documentari e spezzoni di concerti – solo in due pellicole di fiction: il trascurabile thriller Zigzag (1970; in italiano Il falso testimone), diretto da Richard A. Colla e interpretato da George Kennedy ed Eli Wallach, che vanta però una notevole colonna sonora firmata da Oliver Nelson, e in cui la Nostra (nel ruolo di cantante, guarda un po’) ha l’opportunità di interpretare un notevole On Green Dolphin Street, e l’eccellente poliziesco d’azione The Outfit (1973; in italiano Organizzazione crimini), diretto da John Flynn, interpretato da Robert Duvall e tratto da un romanzo di Richard Stark, ovvero Donald E. Westlake. Qui, addirittura, Anita figura nella parte di se stessa in una rapida scena da locale notturno e affronta I Concentrate on You accompagnata da Bud Shank e da qualche altro superstite del West Coast Jazz. Ma non c’è dubbio che Hollywood avrebbe potuto e dovuto impiegarla in ben altri modi.
Prodotto e realizzato nel 2006 dall’ultimo manager di Anita O’Day, Robbie Cavolina, assieme a Ian McCrudden, The Life of a Jazz Singer offre in assoluto il ritratto più fedele e meno di maniera della grande cantante di Chicago. Niente ci è risparmiato della clamorosa e travagliata vita della signora Colton, così come la sua pluridecennale carriera è trattata con dovizia di particolari e interviste sempre rivelatrici. E i momenti di maggior interesse sono quelli in cui è la stessa Anita a prendere la parola, spietata e senza peli sulla lingua – soprattutto con se stessa – com’è stata per tutta la sua lunghissima vita.
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HAVE A SWINGIN’ 2010

1 gennaio, 2010

Il brano è Bye-Ya, scritto ed eseguito da Thelonious Monk, con Charlie Rouse al sax tenore, John Ore al contrabbasso e Frankie Dunlop alla batteria. E’ stato inciso il 31 ottobre 1962.

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LYLE LOVETT

7 aprile, 2009

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Uscito due anni fa, e neanche me n’ero accorto. Recuperato solo ora. Ne valeva la pena, in effetti. Proprio un bel disco.

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JOHNNY STACCATO

3 aprile, 2009

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Il jazz nei telefilm è nato con Peter Gunn. Anzi, no; è nato alla radio con Richard Diamond, nel 1949, quando gli investigatori privati televisivi erano ancora nella mente di Giove.

Richard Diamond, private eye newyorkese poi trasferito a Los Angeles, fu creato da Blake Edwards, che ne diresse una sessantina di episodi da trenta minuti per la Nbc fino al 1953. La parte del protagonista era stata affidata a Dick Powell, attore di buon livello che, se da un lato aveva interpretato sul grande schermo Philip Marlowe nel notevole Murder, My Sweet di Edward Dmytryk (1944), dall’altro aveva una lunga esperienza jazzistica come clarinettista, sassofonista e cantante a Pittsburgh, negli anni Trenta. Il suo Diamond non era un «duro», ma risolveva i casi più col cervello che con i pugni; e, soprattutto, sfogava una grande passione per il jazz alla fine di ogni episodio, che si concludeva con una canzone da lui interpretata. Il successo radiofonico di Richard Diamond fu tale che nel 1957, al diffondersi del mezzo televisivo, Powell si riciclò come produttore incaricando lo stesso Edwards di trasformare Diamond in una serie tv per la Cbs. Fu scelto come interprete David Janssen (1931-1980), che avrebbe poi raggiunto la fama come il dottor Kimble di The Fugitive, mentre la colonna sonora fu affidata a Frank DeVol (e in seguito, guadagnandoci parecchio nel cambio, a Pete Rugolo).

Parallelamente, la Nbc chiese a Edwards di progettare una serie analoga, con un nuovo protagonista. Nacque così Peter Gunn: amante del cool jazz, frequentatore di jazz club, cento volte più sofisticato e distaccato di Richard Diamond, il detective – interpretato da Craig Stevens – ottenne un successo trionfale, con 3 stagioni e ben 114 episodi. Ma quel che davvero cambiò le carte in tavola fu l’uso rivoluzionario del jazz nella celeberrima colonna sonora, opera di Henry Mancini (che aveva accettato il lavoro pensando si trattasse di un western).

Poi, il 10 settembre 1959, fu la volta di John Cassavetes e del suo Johnny Staccato, una serie di tale portata rivoluzionaria da venire interrotta dopo una sola stagione e 27 episodi: sufficienti, però, per far entrare il personaggio e le sue avventure nella memoria collettiva degli appassionati della tv. Johnny Staccato era un pianista bebop che sbarcava il lunario come investigatore privato («Cinque anni fa ho messo la tessera del sindacato musicisti in naftalina,» diceva, «quando mi sono reso conto che il mio talento viaggiava un’ottava sotto la mia ambizione»), e già l’apertura del primo episodio, The Naked Truth, lasciava capire che qui, col jazz, si faceva sul serio: un jazz club newyorkese, il Waldo’s, una band formata da Pete Candoli, Barney Kessel, Red Norvo, Red Mitchell, Shelly Manne e lo stesso Cassavetes al pianoforte; ovvero il Johnny Staccato che al termine del brano viene chiamato al telefono, passa dal guardaroba, prende il soprabito e una calibro 38 e si getta in strada. La caccia è aperta.

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Già dal secondo episodio, però, il ritmo e il montaggio si fanno più frenetici, e i titoli di testa (col vetro che si rompe, e Cassavetes che spara dritto in faccia al telespettatore) sono tra i più belli nell’intera storia della tv. In realtà, malgrado la sua splendida interpretazione, del tutto dirompente per l’epoca, e l’aver diretto personalmente cinque episodi della serie, Cassavetes aveva accettato la parte assai controvoglia, soprattutto per saldare alcuni grossi debiti accumulati per girare Shadows, il memorabile film che gli appassionati di jazz associano alla colonna sonora di Charles Mingus. E la recitazione di Cassavetes in Johnny Staccato è già capace di rompere schemi e convenzioni del nascente telefilm poliziesco. Come fa ben notare Lee Server, storico del cinema e della letteratura di genere, le innovazioni di Johnny Staccato sono molteplici, fin dalla fondamentale scelta di scartare l’atteggiamento cool di Richard Diamond e Peter Gunn a favore di un’atmosfera densa, tetra, spesso quasi provocatoria, affidata a un interprete dalla recitazione volutamente sopra le righe, dalla pronuncia tagliente e boppistica (il bop newyorkese, però, non la variante californiana di Peter Gunn), quasi anfetaminica. Immersa in una giungla di personaggi borderline, tra gangster e tossici, la serie è ammantata da una minacciosa aria di violenza e sa proiettare l’immagine di una città autentica (molte scene venivano girate per le strade di Manhattan, non ricostruite in studio), traboccante di oscuri e loschi segreti.

Il pubblico della tv, come c’era da aspettarsi, non era ancora pronto per una così massiccia dose di realismo, e la serie durò ben poco.  Ma Johnny Staccato è rimasto nella storia come uno dei momenti più alti della tv in bianco e nero, e ciò che oggi sembra innovazione (in The Shield o The Wire, o in western-noir come Deadwood) era in realtà già stato pensato e sviluppato fin da quel 10 settembre 1959.

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STAN RIDGWAY

30 gennaio, 2009

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Ma quanto sarà bello, ‘sto disco?

Sì, lo so che ha già dieci anni, che dopo ne sono usciti altri due eccetera eccetera, ma sarebbe anche l’ora di farne un altro…

E vi ricorda qualcosa, la copertina?

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HOW TO BE COOL

28 dicembre, 2008

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Tanto per dire come siano cambiati i tempi: nel 1969 la Olivetti ingaggiava Duke Ellington come testimonial…

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SOMETIMES I WALK AWAY…

18 luglio, 2008

Mi ero ripromesso di non parlare di musica, da queste parti (già lo faccio a sufficienza, tutti i giorni, in altra sede).

Però ho trovato due bei video di due tra le mie cantanti preferite, che interpretano brani – per tutta una serie di motivi – dal significato molto personale.

Il primo è Wish I Didn’t Miss You di Angie Stone, che è costruito sul giro di uno dei brani grazie ai quali, da piccolo, ho scoperto quanto mi piacessero il soul e il r&b, ovvero Back Stabbers degli O’ Jays:

Il secondo è Sista di Rachelle Ferrell, in una bella versione dal vivo, al livello di quella che ho ascoltato a Milano la scorsa settimana (che però durava almeno il doppio):

Ah, per chiudere (sembra che non c’entri nulla, ma c’entra, c’entra) il vecchio video dei Blue Nile, The Downtown Lights:

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