Archivio per la categoria ‘Elmore Leonard’

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PRIMO MAGGIO

1 maggio, 2010

da Hot Kid, di Elmore Leonard

traduzione di Luca Conti; Einaudi, 2006

Il motivo per cui Tony Antonelli fu in grado di scrivere di prima mano su quella che pensò subito di chiamare La Sanguinosa Guerra di Bald Mountain è che se n’era tornato a Krebs di propria iniziativa, per seguire passo passo la cronaca di uno sciopero di minatori.

I proprietari delle miniere avevano annunciato un taglio salariale del venticinque per cento, e i minatori della sezione 2327 del sindacato se n’erano usciti dalla Osage n°5. Chiedevano che la compagnia continuasse a pagare loro un compenso giornaliero di sei dollari e dieci centesimi netti. Tony era cresciuto con gran parte dei minatori di origine italiana, e voleva ascoltare la loro versione dei fatti. Quelli gli dissero che stavano lottando per un salario di sussistenza minima, niente di meno. Già era abbastanza dover passare dieci ore al giorno in miniera assieme a quei muli fetenti. Gli animali, a loro dire, emettevano una tale quantità di gas putridi che con un semplice colpo di piccone su una roccia c’era il rischio di far saltare in aria tutto quanto. Tony non era poi così sicuro che questa fosse la verità, ma lo scrisse comunque. L’atteggiamento dei minatori era ottimo materiale giornalistico.

La compagnia mandò sul posto dei crumiri e anche un certo Nelson Lott, che un tempo era stato Agente Speciale del Dipartimento della Giustizia, dalle parti della Georgia, e dava la caccia ai distillatori clandestini che sfidavano il Proibizionismo spacciando alcolici di contrabbando. Il capo della polizia di Krebs, Fausto Bassi, disse a Tony che Lott era uno che preferiva farli fuori, i contrabbandieri, piuttosto che arrestarli, e che era noto per avere il grilletto facile.

Nestor Lott girava con due automatiche calibro quarantacinque infilate in due fondine legate alle gambe con corregge di cuoio. Nel suo taccuino, Tony annotò: «Si tratta di un uomo di bassa statura, neanche un metro e sessanta, con un’intensità negli occhi freddi e grigi che richiama l’attenzione di chiunque. Quando sorride – e capita di rado – non è chiaro se il suo è un sorriso di piacere o benevolenza, perché quegli occhi d’acciaio rimangono impassibili.»

Nestor Lott si liberò subito dei crumiri della compagnia, spacciandoli per ubriaconi e poveracci che non avevano alcun interesse personale a risolvere quella situazione, e reclutò al loro posto svariati esponenti del Ku Klux Klan, ai quali disse: «’sti dagos, lo sapete, sono tutti socialisti, nemici dello stile di vita americano. Se non ce li togliamo dai piedi ora, cercheranno di soffiarvi il lavoro e le fattorie, e poi vi porteranno via anche le donne, proprio come sanno fare gli italiani.»

La mossa seguente di Lott e dei suoi Klansmen fu quella di infilarsi i lenzuoli bianchi e i cappucci a punta e raggiungere in macchina un crinale che sovrastava la Osage n°5, il cui ingresso era presidiato dai minatori in sciopero appostati accanto alla palizzata. Nestor dispose lungo il crinale i suoi tiratori armati di fucile, tutti quei lenzuoli bianchi che sbattevano al vento a non più di cento metri dagli scioperanti che strizzavano gli occhi per cercare di capire che diamine stava succedendo. Poi spedì giù a valle uno del Klan con un messaggio, anzi un ultimatum, attaccato al radiatore della macchina e vergato a grandi lettere:

avete cinque minuti per levare le tende, poi apriremo il fuoco

Di andarsene, ai minatori non passò neanche per l’anticamera del cervello. In quei cinque minuti si misero a inveire contro i lenzuoli appollaiati sul crinale, berciando insulti sanguinosi, e scapparono a gambe levate per salvarsi la pelle solo quando i Klansmen spararono una prima raffica e continuarono a sparare tra sghignazzi e imprecazioni. Risultato: tre morti e sette feriti, prima che i minatori riuscissero a varcare la palizzata e ripararsi dietro le strutture della compagnia.

Ai proprietari della miniera venne un colpo, soprattutto perché il sindacato nazionale dei minatori li avrebbe sputtanati su tutti i giornali del Paese. Così pagarono le spese d’ospedale per i sette feriti, allungarono alle famiglie dei morti un assegno da cinquecento dollari ciascuno, dissero al losco e piccolo pistolero di tornarsene in Georgia e aprirono un tavolo di trattative col sindacato.

Ma Nestor Lott decise di restare in zona. Ormai ci aveva preso gusto e non voleva fermarsi, sicuro del sostegno del Klan. Quel che l’aveva incuriosito era l’ininterrotta circolazione di alcolici illegali in tutta la contea: vino, birra e liquori vari, alla faccia della vicinanza del penitenziario di Stato dell’Oklahoma, McAlester, a pochi chilometri da Krebs. Nestor disse a Tony Antonelli, che prendeva appunti nel locale in cui Lott era andato a pranzo: «Lo sa che le donne vendono la birra Choc direttamente dal baule della macchina? Che la tengono in vasche piene di ghiaccio? Donne italiane, intendo, che fanno soldi con la gente che si sbronza.»

Tony si sentì avvampare, quell’imbecille neanche si era reso conto di parlare con un italiano, o forse non gliene fregava un accidente. Richiuse il taccuino e disse a Nestor che sì, anche lui sapeva di donne che distillavano Choc. «Usano il malto e l’orzo, certo, e ci buttano dentro anche del tabacco e qualche bacca, ma la gradazione alcolica è davvero bassa. I minatori la bevono come ricostituente, visto che l’acqua che gira per le miniere fa schifo, anzi in certi casi è anche tossica.»

Nestor non fece una piega. «So di certi posti dove si gioca d’azzardo e che sono tutti una truffa, col cazzo che c’è modo di vincere qualcosa. Dove le puttane ti rifilano tutte le loro malattie, e ti fanno bere della roba che si diventa ciechi. Roba che portano su da posti tipo il Messico.»

«Mai sentito di italiani a Krebs che trafficano in superalcolici,» disse Tony.

«Ma il capo della polizia è italiano,» disse Nestor. «Uno che si chiama Bassi e parla con un accento che figuriamoci se è americano, garantisco io. Che fa, quel tale, per impedire queste violazioni della legge?» Poi si mise ad aspettare una risposta, piantando su Tony uno sguardo torvo e sospettoso. In seguito Tony avrebbe riaperto il taccuino per cercare di descrivere quello sguardo accusatorio e l’odio che si tirava addosso quel saputello presuntuoso, che cercava di far rispettare una legge che non importava proprio a nessuno.

Infine fu Nestor a parlare.

«La vuole scrivere, una bella storia?»

Tony attese.

«Ha presente quel motel dalle parti di Bald Mountain? Quello grosso? Sull’altro versante di McAlester?»

«Il posto di Jack Belmont,» disse Tony.

«Proprio quello,» disse Nestor. «Voglio farci un’irruzione con i miei Raddrizzatorti Cristiani, e darci dentro. Raderlo al suolo.»

«E pensa che la polizia glielo lascerà fare?» disse Tony.

«Figliolo,» disse Nestor, «Mica mi serve il permesso, a me.»

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ROAD DOGS IN ARRIVO

21 marzo, 2010

Nei giorni scorsi ho consegnato a Einaudi le bozze corrette della traduzione italiana di Road Dogs, l’ultimo romanzo di Elmore Leonard che uscirà a breve anche in Italia. Quella che vedete sopra è la copertina del paperback americano, in uscita transoceanica ai primi di maggio.

Anche il titolo italiano sarà Road Dogs, espressione del gergo carcerario usata per indicare due detenuti che, dietro le sbarre, si proteggono a vicenda. Quindi niente cani randagi o di strada eccetera eccetera.

Il romanzo, come forse molti già sapranno, è il seguito di Out of Sight, già uscito a suo tempo in Italia per un altro editore ma che sto ritraducendo proprio adesso e che presumibilmente giungerà in libreria dopo l’estate. Di conseguenza il protagonista è Jack Foley, il rapinatore “gentiluomo” interpretato al cinema da George Clooney, e anche gli altri personaggi principali saltano fuori da due vecchi romanzi di Leonard: Cundo Rey era il piccolo (di statura) criminale cubano di uno dei capolavori di Elmore, ovvero LaBrava (in italiano Dissolvenza in nero), mentre la veggente/spiritista Dawn Navarro è reduce da Riding the Rap (ovvero A caro prezzo). Tutti libri di prossima ritraduzione.

E ovviamente l’ottantacinquenne Leonard ha già inviato all’editore un nuovo romanzo, Djibouti, del quale parlerò a breve. Il tempo di leggerlo.

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FRASI CELEBRI (2)

13 marzo, 2010

“Se incontri un tipo noioso, ti tocca sopportarlo finché non se ne va. Ma se lo incontri in un libro, giri pagina” (Elmore Leonard)

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IN ARRIVO

10 marzo, 2010

E anche questo è andato (l’ho consegnato all’editore, intendo). Per l’edizione italiana del libro non resta che aspettare un paio di mesi; per il film, che George Clooney si decida a vestire di nuovo i panni di Jack Foley, visto che Leonard ha scritto questo romanzo proprio per lui (ma pare che il buon Giorgio si stia facendo desiderare e che la produzione abbia detto: No George, no movie…).

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HONEY DEAL

4 dicembre, 2009

La mole di lavoro delle ultime settimane mi ha impedito di aggiornare con regolarità questo spazio, e non è che anche adesso le cose stiano andando meglio, anzi.

Faccio comunque una rapida apparizione per segnalare l’uscita del nuovo romanzo di Elmore Leonard, da me tradotto e la cui copertina potete vedere più sopra. A breve seguirà un assaggio del primo capitolo.

Scheda, dal sito Einaudi:

2009
Stile libero Noir
pp. 318
€ 18,00

Traduzione di Luca Conti

Carl Webster, l’implacabile sceriffo dell’Oklahoma già incontrato in Hot Kid e l’affascinante e disinibita Honey Deal, uno dei piú riusciti ritratti femminili di Leonard, al centro di un’avventura spionistica in cui il noir si tinge di una irresistibile vena comica.

Detroit, ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. La bella Honey Deal ottiene il divorzio dal marito, Walter Schoen, un macellaio che si spaccia per il fratello gemello di Heinrich Himmler, quando si rende conto della sua clamorosa e irrecuperabile stupidità. Sulla scena piomba l’Hot Kid Carl Webster, adesso sulle tracce di due gerarchi nazisti fuggiti da un campo di prigionia dell’Oklahoma, e sicuro della complicità di Schoen nell’evasione.
Per scoprire il nascondiglio dei nazisti Carl riesce a tirare dalla sua parte la biondissima Honey e i due si ritrovano ben presto coinvolti nelle attività di una cellula spionistica tedesca… Dopo una serie di incontri e scontri, spesso di rara comicità, la movimentata resa dei conti avrà luogo nell’appartamento di Honey, tra il divano del soggiorno e la camera da letto.

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ELMORE E GLI ANNI ’40

6 ottobre, 2009

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Questa è la copertina originale del romanzo di Elmore Leonard che ho tradotto da non molto e che uscirà in Italia a novembre, non so ancora con quale titolo. E’ il seguito di Hot Kid, ambientato però diversi anni dopo, ovvero negli anni Quaranta, in piena guerra, ed è una sorta di commedia nera dal tratto ferocemente grottesco e dalla chiara impostazione teatrale. Anzi, in certi tratti si getta nella farsa bella e buona, con porte che si aprono e si chiudono, mariti in soggiorno e amanti nascosti in camera da letto, truffatori che fanno ubriacare Bertolt Brecht per rubargli il manoscritto del Cerchio di gesso del Caucaso, killer ucraini travestiti da donna, ufficiali nazisti appassionati di rodeo, false contesse polacche, insomma tutto il campionario della pochade.

C’è anche un bel po’ di musica, e a un certo punto appare anche Count Basie col suo berrettino da skipper. D’altra parte Leonard è un grande appassionato di jazz e rock, e proprio per questo riporto di seguito un estratto da una vecchia intervista rilasciata da Elmore ai tempi di Be Cool.

LEONARD: Quando scrivevo Be Cool mi ero messo a guardare un bel po’ di MTV e VH1. Mi incuriosivano soprattutto Alanis Morissette, Gwen Stefani dei No Doubt e Shirley Manson dei Garbage, così mi sono procurato riviste come Interview, Vibe e Rolling Stone e ho letto un sacco di articoli su di loro. Mi è sempre interessata la musica pop, fin dagli anni Trenta, quandero bambino e la mia passione era Mildred Bailey.

Quindi è sempre stato un appassionato di musica?

LEONARD: Ai tempi del liceo, negli anni Quaranta, me ne andavo al Paradise Theater di Detroit a sentire Count Basie, Earl “Fatha” Hines, Jimmy Lunceford e lorchestra di Andy Kirk con Mary Lou Williams al pianoforte.

Ho combattuto in Marina nella seconda guerra mondiale. Nel gennaio del 1946, di rientro dal Pacifico, siamo sbarcati a Treasure Island, nella baia di San Francisco, e io sono filato dritto a Oakland, dove quella sera si esibiva lorchestra di Stan Kenton. Ricordo ancora di essermi piazzato sotto il palco a guardare June Christy che cantava Buzz Me Baby. Un’altra delle mie cantanti preferite era Anita ODay, soprattutto in Let Me Off Uptown con Roy Eldridge. Ma in assoluto la mia passione è Count Basie.

Come vede la musica pop di oggi, rispetto a quella della sua giovinezza?

LEONARD: Me ne piace parecchia, ma non mi ispira allo stesso livello del jazz. Ricordo ancora che vedere Dizzy Gillespie dal vivo mi faceva venire la voglia di tornare a casa e mettermi a scrivere. Molti lettori hanno fatto notare linfluenza del jazz nel mio stile. Quando scrivo non ascolto musica, ma credo che in sottofondo potrei mettere il Modern Jazz Quartet o Ahmad Jamal. Di sicuro il Take Five di Dave Brubeck.

Le è rimasto difficile apprezzare il rock?

LEONARD: No, perché non ho mai avuto bisogno dellispirazione per apprezzarne lenergia,  la potenza che ti viene dritta addosso. Però il mio feeling è assai più legato al jazz: un sound ben strutturato sul quale produrre variazioni improvvisate, capace di mettere in luce la personalità dellartista.

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DA OGGI, KILLSHOT

7 luglio, 2009

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In libreria da oggi.

Se volete un assaggio del primo capitolo, lo trovate qui.

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ELMORE LEONARD: KILLSHOT

28 giugno, 2009

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A diciannove anni dalla sua prima pubblicazione italiana (allora si intitolava Il Corvo ed era uscito per Interno Giallo, tradotto da Lidia Perria), uno dei romanzi più intensi di Elmore LeonardKillshot, torna nelle librerie italiane con una traduzione nuova di zecca: forse uno dei lavori più impegnativi che abbia mai dovuto affrontare.

Sono molto orgoglioso del risultato. Spero che vi piaccia. E ne approfitto per ringraziare Luisa Piussi, che ha lavorato con me su una prima bozza di traduzione, ben tre anni fa, nonché Alessandra Montrucchio, ottima scrittrice e traduttrice in proprio, ma qui nelle vesti di editor: simply the best.

Ecco cosa dice il sito di Einaudi:

Traduzione di Luca Conti

In uscita a inizio luglio
Stile Libero Noir
pp. 324 
€ 18,00
ISBN 9788806180430

Dal maestro del noir contemporaneo, un grande romanzo d’azione: la storia di una caccia all’uomo che, dal Canada all’America profonda, ci svela il lato piú oscuro e violento della terra dei sogni.

Per i dialoghi memorabili, il senso infallibile dei luoghi e dei paesaggi, una galleria di personaggi originali, piú veri del vero, Killshot è considerato dalla critica uno dei capolavori di Elmore Leonard. Ha ispirato il film omonimo, diretto da John Madden (Shakespeare in Love), con Mickey Rourke nella parte del killer Blackbird.

Carmen e Wayne Colson sono due persone normali, segnate dalla vita, che hanno ormai accettato un’esistenza ordinaria, fatta di piccole cose e di pretese ancor piú modeste. La loro unica colpa: trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e sventare, piú per istinto che per ragionamento, un tentativo di estorsione violenta. Da quel giorno, niente sarà piú lo stesso. Costretti a fuggire, inseguiti da un killer professionista, Blackbird, e dal sociopatico Richie Nix, scopriranno che perfino il programma protezione testimoni dell’FBI, che li accoglie, è retto dalle stesse regole che hanno appena appreso a loro spese: violenza, inganno, sfruttamento spietato. 
E si troveranno a lottare da soli per poter sopravvivere.

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ELMORE SPEAKS

23 giugno, 2009

“The next time the members of the Swedish Academy think about giving the Nobel Prize for literature to an American, they should take a look to Elmore Leonard”

Philadelphia Enquirer

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Una lunga e molto interessante intervista rilasciata il mese scorso da Elmore Leonard a James Mustich, in occasione dell’uscita di Road Dogs, la cui traduzione italiana è prevista per il 2010 (ci sono ben 4 romanzi di Leonard in arrivo, nelle librerie italiane, e tutti tradotti dal vostro affezionatissimo: tra poco, credo un paio di settimane, tocca a Killshot, poi – entro l’anno – sarà la volta di Up in Honey’s Room).

Ecco un piccolo estratto, in cui Leonard parla del romanzo che sta scrivendo in queste settimane, Djibouti:

JM: How far along are you in the next novel, the one about the pirates?

EL: Page 138 — a little bit more than a third of the way through. I’m going to call it Djibouti, because I love the sound of that word. People say, “What’s Djibouti?” Or if they know it’s a city, “Where is it?” In the first 138 pages, I’ve probably got the word Djibouti 20 times. And the woman in the book who’s making the documentary, Dara, she’s going to call her documentary Djibouti, too. She says, “I don’t care if there’s no connection. I just love the word, and I’m going to call it Djibouti.” [LAUGHS]

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THE SWITCH

26 maggio, 2009

The Switch

Nel 1978 un quindicenne Quentin Tarantino fu portato in guardina per aver rubato una copia di The Switch dagli scaffali di un emporio della sua città. Non si trattava sicuramente della rara edizione che vedete riprodotta più in alto e che ho appena passato allo scanner (ovvero quella inglese del 1979, l’unica mai uscita in versione rilegata) ma del tascabile Bantam: negli USA, difatti, il romanzo era uscito direttamente in economica.

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Il libro è oggi considerato – a torto, secondo me – un’opera minore di Leonard, anche se all’epoca ottenne una nomination all’Edgar Award come miglior paperback dell’anno ma fu sconfitto dal dimenticatissimo Franklin Bandy (1914-87) con Deceit and Deadly Lies, pubblicato in Italia nel 1980 su Segretissimo come La bugia corre sul filo.

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Ma nel quadro complessivo della Commedia Umana concepita da Leonard The Switch ha un posto significativo, anche perché costituisce la prima parte di Rum Punch (ovvero Jackie Brown), romanzo che uscirà ben quattordici anni dopo, nel 1992, e che – come tutti sanno – sarà portato sullo schermo nel ’97 proprio da Tarantino, con Samuel L. Jackson e Robert De Niro nella parte dei cialtronissimi farabutti Ordell Robbie e Louis Gara.

In Italia il libro è uscito nel 1982 come Scambio a sorpresa, è rimasto una settimana in edicola e da allora non è stato mai più ristampato. Toccherà rimetterci le mani, prima o poi, anche perché la vecchia traduzione ha la sua bella dose di problemi (“Mickey held her body rigid as the pale hood followed the headlight beams through the curves,” a pagina 2, diventa “Rigida come un palo, Mickey seguiva il fascio dei fari tra le curve.”

Peccato che il “pale hood” non sia un palo ma il cofano (bianco) della macchina…

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SWAG

24 maggio, 2009

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Uno dei pochi romanzi di Leonard ancora inediti in Italia, Swag è anche tra i suoi migliori in assoluto. Era anche uno dei pochi che non avevo mai letto (assieme al suo seguito, Stick), ma ho rimediato nelle scorse settimane. Non sapevo proprio cosa mi stavo perdendo.

Si tratta del più evidente punto di contatto tra Leonard e Charles Willeford, in particolare il Willeford di Tiro mancino (che, nella sua forma attuale, è apparso solo nel 1987, anche se la parte dedicata alle gesta di Stanley Sinkiewicz era già uscita nel 1962 come No Experience Necessary, mentre Swag è del 1976). Sarà per questo che mi è piaciuto così tanto. E ne verrebbe fuori un grande film.

Non vedo l’ora di tradurlo, anche se non potrà apparire in libreria prima del 2011, visto che con Einaudi abbiamo già deciso i Leonard per il 2009 e il 2010 (quest’anno tocca a Killshot – che arriva in libreria a giugno – e a Up in Honey’s Room, ovvero il seguito di Hot Kid, che uscirà in autunno; i titoli del 2010 ve li svelerò tra qualche mese).

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TRADUZIONI IN USCITA

28 marzo, 2009

Ecco alcune delle mie nuove traduzioni (o nuove edizioni, nel caso di Chester Himes) che usciranno nei prossimi mesi:

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TUTTI I RACCONTI WESTERN – RASSEGNA STAMPA (1)

13 dicembre, 2008

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Nel luglio scorso, sulle pagine del Giornale, il mio quasi omonimo Luca Crovi ha recensito “Tutti i racconti western” di Elmore Leonard. Ecco qui:

“Il western? Macché eroi. Erano ubriaconi”

di Luca Crovi

Esce un’antologia di racconti di Elmore Leonard, lo scrittore americano che ha rivoluzionato il modo di narrare la Frontiera. “Non era un mondo di uomini coraggiosi ma di codardi senza distinzioni tra buoni e cattivi”

I dialoghi delle sue storie sono come pallottole e sono cinquant’anni che continua a centrare il bersaglio con i suoi noir e i suoi western. Autentico e infallibile pistolero della narrativa pulp lo scrittore americano Elmore Leonard ha visto Hollywood costruire con successo film come Joe Kidd, Hombre, 52 Gioca o muori, Out of Sight, Get Shorty, Jackie Brown e Be Cool, tratti da sue storie, e ha avuto nel tempo la fortuna di essere lanciato e promosso da suoi grandi fan come Saul Bellow, Martin Amis, Stephen King, Quentin Tarantino e Steven Soderbergh che hanno sempre sostenuto l’unicità e l’originalità del suo stile. Ma prima di essere considerato un grande maestro della letteratura noir-poliziesca grazie a opere come Il grande salto, Casino, Dissolvenza in nero e Get Shorty, il nostro Leonard aveva già alle spalle una robusta carriera di autore di western, genere che aveva iniziato a frequentare a partire dal 1951, anno in cui aveva prodotto il suo primo racconto intitolato La pista apache.

Proprio a questo genere narrativo, che Leonard ha frequentato con successo pubblicando racconti su riviste come Argosy, Dime Western Magazine, Western story Magazine, Zane Grey’s Western è dedicata l’eccellente antologia Tutti i racconti western (Einaudi, pagg. 676, euro 20) che contiene trenta storie doc, interamente dedicate dallo scrittore di New Orleans al mondo della Frontiera. Avventure on the road che hanno per protagonisti vicesceriffi disposti a tutto pur di scortare in prigione incalliti criminali; scout abituati a seguire le piste degli indiani ribelli nei luoghi più impervi; apaches per i quali è pericoloso separarsi dai propri amuleti e disposti a qualsiasi tipo di scorreria; mogli di ufficiali capaci di sopravvivere a razzie e stupri; avventurieri alla ricerca di tesori nascosti e miniere misteriose; militari destinati a subire agguati o a sventarli; ladri di bestiame e cacciatori di bufali pronti a sfidare in maniera beffarda il destino avverso; banditi pronti ad infuocare saloon e ghost town; giacche blu capaci di sfidare i pellerossa in improbabili duelli all’ultima tazza di tizwin (la pestilenziale birra mescalero); soldati di colore capaci di salvare a Cuba le milizie dei gloriosi Rough Riders.

Fra queste incredibili storie contenute nel prezioso omnibus Einaudi tradotto da Luca Conti ce ne sono tre che hanno costruito lo spunto per classici del western come I tre banditi, Quel Treno per Yuma e Io sono Valdez ma praticamente tutti i racconti siglati da Leonard avrebbero potuto essere ottimi soggetti cinematografici. Lo stile pulp adottato da Leonard per queste storie che esplorano in maniera realistica il mondo della Frontiera lo accosta per certi versi a narratori tradizionali come Zane Grey e Louis L’Amour più che a innovatori contemporanei di questo genere come Cormac McCarthy o Joe R. Lansdale, ma sin dalle prime pagine emerge non solo una profonda passione dello scrittore per le situazioni nere ma anche una profonda conoscenza sia degli usi che del linguaggio dell’epoca. Nel periodo in cui Elmore Leonard scrisse questi racconti la sua metodologia di stesura è stata sicuramente desueta, come ci ha raccontato lui stesso: «Ero costretto a svegliarmi molto presto alla mattina, intorno alle 5 e mi sforzavo di scrivere più pagine possibili prima di mettere su il caffè e fare colazione. Dovevo cercare assolutamente di finire un racconto o di arrivare a buon punto prima di uscire di casa per andare a lavorare. All’epoca scrivevo testi pubblicitari per la Campbell-Ewald Advertising e non ero sicuro che sarei riuscito a sbarcare il lunario solo con i miei racconti».

La scelta di un genere come il western non è stata d’altra parte per Leonard un’esigenza creativa bensì contingente: «Avevo cominciato a scrivere racconti subito dopo essere ritornato dalla guerra ed all’inizio ero stato anche così fortunato che mentre ero iscritto all’Università una delle mie storie era arrivata fra le prime dieci di un concorso indetto dalla Facoltà di Lettere e filosofia di Detroit. Ma in realtà per lungo tempo non sono riuscito a piazzare neppure uno dei miei racconti ad alcun editore. Siccome negli anni Cinquanta il western era il genere letterario più popolare e il più richiesto dalle riviste pulp ho pensato che forse valeva la pena di tentare di scrivere proprio storie di Frontiera. Così mi sono documentato accuratamente sul periodo e i luoghi e ho cominciato a raccontare quel mondo seguendo la mia sensibilità. In particolare, mi sono concentrato su due elementi che all’epoca erano molto popolari e mi sembravano importanti da esplorare: la vita degli apaches e quella della Cavalleria. Quello che non ho mai fatto invece è cercare di raccontare il confronto fra un buono e un cattivo che si incontrano sulla strada nel Selvaggio West e si affrontano sfoderando le loro Colt. Questa idea del duello fra l’eroe e la sua nemesi che si risolve sempre con una gara di tiro alla pistola non mi ha mai convinto. E dubito che nella storia del West siano mai successi eventi del genere. In realtà le cronache del periodo ci testimoniano situazioni molto diverse in cui spesso tizi assetati di vendetta entravano nei saloon e sparavano ai loro avversari alle spalle vedendoli seduti al bancone. Posso assicurarle che nella maggior parte dei casi non riuscivano mai a centrare i loro bersagli».

Ma nonostante Leonard si sia trovato molto a suo agio nel raccontare la Frontiera per almeno una decina d’anni, riscuotendo successi sia di critica che di pubblico, a un certo punto della sua carriera si è visto in qualche modo costretto a cambiare genere e a scegliere la linea narrativa del noir: «Ho smesso di scrivere storie western quando la televisione ha cominciato a uccidere con i suoi serial quel tipo di narrativa. La televisione ha rivoluzionato la narrativa popolare spiazzando tutte le altre forme di intrattenimento dell’epoca. Verso la fine degli anni Cinquanta c’erano circa una trentina di serie televisive western che cominciarono letteralmente a spopolare. Per la maggior parte si trattava di fiction che non mi piacevano e che trovavo stereotipate e piene di cliché. Sono stato così costretto in maniera brusca a interrompere la mia produzione western perché le riviste pulp hanno cominciato ad avere serie difficoltà editoriali».

«Fino ad allora – continua Leonard – mi ero trovato a scrivere storie con un’ambientazione storica ben precisa ma che mi permettevano una certa libertà di divagazione e di invenzione. Passando al noir ho dovuto misurami con la contemporaneità. E visto che non amavo l’idea di scrivere l’ennesima storia con un’investigatore privato e non volevo nemmeno seguire certi schemi seriali ho preferito esplorare il lato oscuro, quello della criminalità cercando ogni volta di cambiare ambientazione: da Detroit ad Atlantic City, da New Orleans a Las Vegas. Ho così costruito storie nelle quali ho voluto che fossero soprattutto i dialoghi dei miei protagonisti a scandire le loro vicende e a renderli veri agli occhi dei lettori».

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ELMORE LEONARD, KILLSHOT

10 dicembre, 2008

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Questa è la copertina del mio prossimo Leonard, in uscita a maggio 2009. E’ apparsa nei giorni scorsi su www.elmoreleonard.com, con un buffo commento di Gregg Sutter, amministratore del sito nonché researcher per Elmore:

“Elmore and I were knocked out by this Einaudi cover for Killshot, to be published in 2009.  The Italians did it again!  They get it!”

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MANI IN ALTO, ELMORE!

20 giugno, 2008

Scontri tra popoli e civiltà, conflitti tra anarchia e ricerca dell’ordine, individuo e collettività, banditi e sceriffi, indiani e giacche blu. Mitologia e realismo, luoghi dell’anima e corpi impolverati: in una parola sola, il West secondo Elmore Leonard.

Traduzione di Luca Conti
Stile libero/Noir
pp. X-676 € 20,00

Piste polverose che solcano il deserto. Cappelli Stetson calcati sugli occhi.
E fucili a canne mozze, canyon, saloon, corral – e sceriffi, cowboy, cavalleggeri. Apache. È questo il mondo che Elmore Leonard esplorò negli anni Cinquanta, fin dal suo esordio con La pista apache: alcuni indiani ribelli e un bianco, Travisin, che per vincerli usa non tanto le armi, quanto l’intelligenza e una lealtà tale da guadagnargli il rispetto anche dei nemici. Sono così, gli eroi di Leonard. Uomini che vincono non solo perché sparano meglio, ma perché combattono con coraggio, pazienza e correttezza. Anche se non sono modelli di virtù – come Pete Given, che in Dietro le sbarre entra in prigione ubriaco e ne esce vicesceriffo dopo aver impedito un’evasione; o perfino se sono destinati a diventare dei farabutti – come Bobby Valdez, che in Buoni e cattivi non riesce a salvare un uomo da una falsa accusa e, da tutore della legge, si trasforma in bandito.
Trenta racconti scritti quasi tutti nel giro di un decennio, ambientati in Arizona e New Mexico tra il 1870 e il 1890, capaci di evocare il mito eterno della frontiera con un ritmo serratissimo e un linguaggio di forte impatto visivo. Trenta racconti che, sulla carta come al cinema, hanno plasmato il genere western.

www.einaudi.it

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IL WEST DI ELMORE LEONARD

7 giugno, 2008

Tra poco in libreria (Einaudi Stile Libero) Tutti i racconti western di Elmore Leonard, che ho tradotto con sommo divertimento nei mesi scorsi. Trenta racconti, oltre seicento pagine, calorosamente consigliato anche a chi crede che il western sia noioso o poco interessante.

Ne riparliamo all’uscita del libro.

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ELMORE LEONARD: IL GRANDE SALTO

31 maggio, 2008

Nel 1969, quando decide di cimentarsi per la prima volta con il crime novel, Elmore Leonard non è più un ragazzino (ha quarantaquattro anni, nato com’è a New Orleans nel 1925) ma, soprattutto, non è ancora uno scrittore professionista, anche se ha dalla sua una ormai lunga esperienza nel campo della narrativa western, genere che lo aveva fatto diventare (dal suo esordio sulla rivista Argosy,nel 1951) un autore di una certa popolarità, i cui testi avevano già suscitato qualche interesse nella gente del cinema. Ma i giorni del western erano ormai contati, e Leonard – da buon pubblicitario; il suo lavoro “ufficiale” era all’epoca, e lo sarebbe rimasto per parecchi anni ancora, quello di copywriter – aveva già fiutato i mutamenti del gusto dei lettori di narrativa di genere. D’altra parte, è proprio il cinema che permetterà a Leonard di saltare il fosso: più precisamente, i diecimila dollari ricavati dalla vendita del suo romanzo western Hombre alla casa di produzione 20th Century Fox (che ne trarrà un film con Paul Newman), e che gli consentono di dedicarsi con meno preoccupazioni economiche alla stesura di quello che diventerà il suo primo crime novel, The Big Bounce.

Il romanzo vanta alcuni singolari primati, dei quali proprio Leonard parla oggi con un certo umorismo, ma che devono averlo quanto meno sorpreso. È stato rifiutato ben ottantaquattro volte, tra case editrici e case di produzione cinematografica, e – una volta pubblicato – ha dato origine a due di quelli che lo stesso Leonard definisce tra i più brutti film della storia del cinema. «Mi trovavo a New York il giorno dell’uscita del film,» racconta lo scrittore a proposito della versione cinematografica del 1969, con Ryan O’Neal e Leigh Taylor-Young, «e mi sono infilato in un cinema sulla Terza Avenue un quarto d’ora dopo l’inizio della proiezione. Venti minuti più tardi, la donna che era seduta davanti a me ha detto all’uomo che era con lei: “Questo è il più brutto film che ho visto in vita mia.” Ci siamo alzati tutti e tre e ce ne siamo andati».

Questo aneddoto, peraltro, non fa che confermare la sostanziale difficoltà di tradurre in immagini quelle che il critico Barry Taylor chiama, in un suo saggio, le “strategie e le tattiche” di Leonard, qui per certi versi ancora in fase embrionale, ma per altri già poste in opera; gli stessi problemi che per anni hanno afflitto, e in molti casi continuano ad affliggere, i poveri traduttori che si cimentano nell’ardua impresa di rendere in italiano le acrobazie stilistiche e linguistiche del Nostro, cercando di non banalizzarlo e di normalizzarlo il meno possibile. Leonard, difatti, ha ormai una lunga diatriba con l’editoria italiana, che lo ha pubblicato con una certa regolarità (anche se diversi romanzi restano tuttora inediti nel nostro paese) senza però prestare soverchia attenzione alla qualità delle traduzioni (si veda, per fare un solo esempio, l’inadeguata versione italiana di quel piccolo capolavoro che è Unknown Man n° 89, del quale si spera di poter presto fornire un’edizione più soddisfacente). Solo negli ultimi anni, e precisamente col passaggio di Leonard alla Einaudi, si è cominciato a capire che era necessario rimettere le cose a posto, e le uscite di Tishomingo Blues, Mr. Paradise, Cat Chaser e Freaky Deaky (tradotti da Wu Ming 1) e del Grande salto, The Hot Kid e dell’imminente Tutti i racconti Western segnano, nelle intenzioni della casa editrice e, in particolare, dei traduttori stessi, l’inizio e il consolidamento di un nuovo approccio con l’insidiosa e sfuggevole materia leonardiana. Ci stiamo riuscendo? A giudicare dall’entusiasmo che il buon vecchio Elmore ha ripreso a suscitare tra i suoi vecchi appassionati, e dal gran numero di nuovi lettori che ha iniziato a conquistare, la tentazione di dare una risposta affermativa è davvero forte. Certo, leggere Elmore Leonard in lingua originale è ancora uno dei piccoli (grandi?) piaceri della vita, ma il divario si sta restringendo ad ampi passi, e ormai comincia a esserci una piccola (grande?) soddisfazione a gustarselo anche in italiano.

LC

Edizione italiana: Einaudi, 2005
Traduzione di Luca Conti