In uscita nei prossimi giorni.
Uno dei più bei noir degli ultimi tempi e, se posso dirlo, una delle mie traduzioni migliori.
Da segnalare anche l’interessante intervista a Vachss appena pubblicata sul bel sito Thriller Café.

In uscita nei prossimi giorni.
Uno dei più bei noir degli ultimi tempi e, se posso dirlo, una delle mie traduzioni migliori.
Da segnalare anche l’interessante intervista a Vachss appena pubblicata sul bel sito Thriller Café.

Non sappiamo molto dei rapporti tra Raymond Chandler e la musica, il jazz in particolare. In una lettera del 1958, lo scrittore ormai settantenne racconta come, dopo la morte dell’adorata moglie Cissy, le sue notti insonni fossero per lo più passate ad ascoltare dischi, senza però specificare cosa gli piacesse o no. Il racconto Il re in giallo, del 1938, è incentrato sulla singolare figura di un trombettista/trombonista dall’improbabile nome di King Leopardi sulla cui morte indaga Steve Quayle, uno dei tanti detective privati che di lì a poco Chandler farà confluire nell’immortale figura di Philip Marlowe, ma non presenta espliciti riferimenti musicali se non un breve accenno al virtuosismo di Leopardi, capace di raggiungere (e sostenere) sulla tromba un bel Mi sovracuto.
Chissà come stavano davvero le cose. Molti degli illustri colleghi di Chandler, per esempio Horace McCoy – autore di Non si uccidono così anche i cavalli e Il sudario non ha tasche – Kenneth Millar (ovvero Ross Macdonald) e David Goodis avevano per il jazz una passione quasi morbosa. La collezione di dischi di McCoy era, a quanto sappiamo, leggendaria: tanto che alla morte dello scrittore, nel 1955, la vedova si trovò costretta a disfarsene per pagare le spese del funerale nonché i debiti lasciati dal marito, mentre i pochi momenti di serenità in una vita tormentata come quella di Goodis erano quelli in cui lo scrittore poteva recarsi ad ascoltare l’orchestra di Count Basie in occasione dei suoi saltuari passaggi da Filadelfia. Per Chandler, invece, la musica e in particolare il jazz sono sempre stati poco più di un elemento di colore, qualcosa che giustificasse la proliferazione di cabaret, club privati e sale da ballo nei quali Marlowe – o i suoi alter ego – erano spesso costretti a recarsi per rintracciare i più improbabili elementi del sottobosco notturno di Los Angeles.
D’altronde, fatte salve le sue eccezionali doti letterarie, Chandler è stato soprattutto un grande creatore di miti. Chiaro, per quanto riguarda la cosiddetta hard-boiled school è stato Carroll John Daly (e poi Dashiell Hammett col suo Sam Spade e il Falcone maltese) il primo a mettere in luce le potenzialità del genere e a forgiare un primo abbozzo di mitologia, ma la sedimentazione di queste figure retoriche nell’immaginario collettivo si deve senza dubbio a Chandler, così come l’averle fatte diventare un modello su cui migliaia di scrittori di maggiore o minore talento si sarebbero di lì a poco cimentati. Philip Marlowe è, per usare le parole dello stesso Chandler, «la personificazione di un modo di essere, l’esagerazione di una possibilità. Il detective è una figura completa e immutabile, qualunque cosa accada; vive all’esterno e al di sopra del racconto, e sarà sempre così. Per questo non conquista mai la bella di turno, non è destinato a sposarsi e non ha una vita privata vera e propria, fatte salve le ovvie necessità fisiologiche: mangiare, dormire, tenere i propri abiti da qualche parte. La sua forza morale e intellettuale risiede nel fatto che l’unico suo premio è riscuotere la parcella, e solo questo lo rende capace (ma non sempre) di proteggere gli innocenti, aiutare chi ne ha bisogno e sconfiggere i malvagi. Che lui riesca a fare tutto questo, sbarcando a malapena il lunario in un mondo corrotto, è il tratto che lo distingue da tutti gli altri.»
I locali fumosi di Chandler, quindi, nei quali si balla e si ascolta musica, fungono quasi sempre da copertura per attività assai meno nobili: è lì che si gioca d’azzardo e si beve a volontà, si traffica in droga e si pratica la prostituzione, è lì che Marlowe o chi per lui capita con estrema frequenza alla ricerca di figlie scomparse o collane di perle trafugate. E, per quanto veritiere possano suonare le ambientazioni dell’autore, noi lettori sappiamo benissimo che si tratta di versioni idealizzate, concepite non tanto da un acuto osservatore della vita notturna californiana ma da un non più giovanissimo intellettuale la cui formazione era avvenuta non tanto nei joints di Central Avenue ma nelle prestigiose aule del Dulwich College di Londra.
Già, perché Chandler, come non a tutti è noto, è un prodotto del sistema educativo britannico, Paese di cui – grazie alla madre – possedeva fin dal 1907 la cittadinanza e nel quale ha vissuto fino ai 24 anni di età. Malgrado questo – o proprio per questo, come fa notare uno dei migliori autori del noir contemporaneo, George Pelecanos – «Chandler apprezzava e percepiva lo slang delle strade come nessun altro autore dei suoi tempi. Se è vero, come sostengono certuni, che nella vita reale nessuno ha mai parlato come i personaggi dei romanzi di Chandler, suona ancor più incredibile la sua capacità di saltar fuori con dialoghi tosti e incalzanti, quasi stenografici, che hanno finito per rappresentare nella mente dei lettori la quintessenza dell’hard-boiled».
Come si può vedere, è tutta questione di mitologia. La stessa dalla quale non hanno saputo evadere i tanti epigoni di Chandler e quelli che ne hanno spinto ancora più avanti le intuizioni, mescolandole con le istanze sociali degli anni Sessanta (il già citato Kenneth Millar/Ross Macdonald, un altro intellettuale di vaglia prestato al romanzo poliziesco), Settanta e Ottanta (gli appena scomparsi Robert B. Parker e James Crumley). Parker e Crumley, in particolare, hanno affondato le mani, ciascuno a suo modo, nell’eredità chandleriana: il primo completando l’incompiuto Poodle Springs Story e utilizzando Marlowe come personaggio di un ulteriore romanzo, il secondo riscrivendo di sana pianta Il lungo addio per trasformarlo nel capolavoro assoluto della narrativa hard-boiled americana degli ultimi cinquant’anni, ovvero quell’Ultimo vero bacio (1978) che il sottoscritto ha avuto il piacere e l’onore di tradurre per Einaudi.
E, come per i Tre moschettieri, per l’Agente 007, per il Conte di Montecristo o chi volete voi, la forza del mito è irresistibile. Non importa che la Los Angeles di cui scriveva Chandler fosse, all’epoca dei suoi romanzi, già svanita da un pezzo o addirittura, come sosteneva la grande scrittrice e sceneggiatrice Leigh Brackett, sua contemporanea, «che non fosse mai esistita se non nella sua immaginazione»; non importa, come scrive Pelecanos, «che i cappelli di feltro, le coupé tirate a lucido, i night club avvolti dal fumo di sigaretta, le donne fatali dalla voce roca e i gangster in completo gessato fossero il più delle volte il prodotto di una fervida fantasia letteraria; al pari del West di John Ford, la Los Angeles di Chandler è come un vero artista avrebbe voluto che andassero le cose. E la forza di questa visione risiede nel fatto che – proprio com’è successo per il Far West ricostruito da Ford – la Los Angeles di Chandler è a tutti gli effetti diventata, per noi, un luogo reale».



È in libreria la mia nuova traduzione di The Bottoms, forse il romanzo più noto di Joe Lansdale assieme a A Fine Dark Line (ovvero La sottile linea scura, che già avevo tradotto nel 2004. Sembra ieri). Perché una nuova traduzione, dite? Innanzitutto perché il libro ne aveva davvero bisogno, senza nulla togliere al collega che mi ha preceduto, e poi perché rientra nelle celebrazioni dei venti anni passati da Sergio Fanucci alla guida della casa editrice fondata dal padre. Per l’occasione la Fanucci ha ripubblicato venti tra i titoli più famosi usciti in questi vent’anni, ma soltanto questo in una nuova (e appositamente commissionata) traduzione. Wow!
Il mio ringraziamento va, come di consueto, alla vulcanica Luisa Piussi, che funge sempre da ottimo antidoto alla mia atavica pigrizia.

da Hot Kid, di Elmore Leonard
traduzione di Luca Conti; Einaudi, 2006
Il motivo per cui Tony Antonelli fu in grado di scrivere di prima mano su quella che pensò subito di chiamare La Sanguinosa Guerra di Bald Mountain è che se n’era tornato a Krebs di propria iniziativa, per seguire passo passo la cronaca di uno sciopero di minatori.
I proprietari delle miniere avevano annunciato un taglio salariale del venticinque per cento, e i minatori della sezione 2327 del sindacato se n’erano usciti dalla Osage n°5. Chiedevano che la compagnia continuasse a pagare loro un compenso giornaliero di sei dollari e dieci centesimi netti. Tony era cresciuto con gran parte dei minatori di origine italiana, e voleva ascoltare la loro versione dei fatti. Quelli gli dissero che stavano lottando per un salario di sussistenza minima, niente di meno. Già era abbastanza dover passare dieci ore al giorno in miniera assieme a quei muli fetenti. Gli animali, a loro dire, emettevano una tale quantità di gas putridi che con un semplice colpo di piccone su una roccia c’era il rischio di far saltare in aria tutto quanto. Tony non era poi così sicuro che questa fosse la verità, ma lo scrisse comunque. L’atteggiamento dei minatori era ottimo materiale giornalistico.
La compagnia mandò sul posto dei crumiri e anche un certo Nelson Lott, che un tempo era stato Agente Speciale del Dipartimento della Giustizia, dalle parti della Georgia, e dava la caccia ai distillatori clandestini che sfidavano il Proibizionismo spacciando alcolici di contrabbando. Il capo della polizia di Krebs, Fausto Bassi, disse a Tony che Lott era uno che preferiva farli fuori, i contrabbandieri, piuttosto che arrestarli, e che era noto per avere il grilletto facile.
Nestor Lott girava con due automatiche calibro quarantacinque infilate in due fondine legate alle gambe con corregge di cuoio. Nel suo taccuino, Tony annotò: «Si tratta di un uomo di bassa statura, neanche un metro e sessanta, con un’intensità negli occhi freddi e grigi che richiama l’attenzione di chiunque. Quando sorride – e capita di rado – non è chiaro se il suo è un sorriso di piacere o benevolenza, perché quegli occhi d’acciaio rimangono impassibili.»
Nestor Lott si liberò subito dei crumiri della compagnia, spacciandoli per ubriaconi e poveracci che non avevano alcun interesse personale a risolvere quella situazione, e reclutò al loro posto svariati esponenti del Ku Klux Klan, ai quali disse: «’sti dagos, lo sapete, sono tutti socialisti, nemici dello stile di vita americano. Se non ce li togliamo dai piedi ora, cercheranno di soffiarvi il lavoro e le fattorie, e poi vi porteranno via anche le donne, proprio come sanno fare gli italiani.»
La mossa seguente di Lott e dei suoi Klansmen fu quella di infilarsi i lenzuoli bianchi e i cappucci a punta e raggiungere in macchina un crinale che sovrastava la Osage n°5, il cui ingresso era presidiato dai minatori in sciopero appostati accanto alla palizzata. Nestor dispose lungo il crinale i suoi tiratori armati di fucile, tutti quei lenzuoli bianchi che sbattevano al vento a non più di cento metri dagli scioperanti che strizzavano gli occhi per cercare di capire che diamine stava succedendo. Poi spedì giù a valle uno del Klan con un messaggio, anzi un ultimatum, attaccato al radiatore della macchina e vergato a grandi lettere:
avete cinque minuti per levare le tende, poi apriremo il fuoco
Di andarsene, ai minatori non passò neanche per l’anticamera del cervello. In quei cinque minuti si misero a inveire contro i lenzuoli appollaiati sul crinale, berciando insulti sanguinosi, e scapparono a gambe levate per salvarsi la pelle solo quando i Klansmen spararono una prima raffica e continuarono a sparare tra sghignazzi e imprecazioni. Risultato: tre morti e sette feriti, prima che i minatori riuscissero a varcare la palizzata e ripararsi dietro le strutture della compagnia.
Ai proprietari della miniera venne un colpo, soprattutto perché il sindacato nazionale dei minatori li avrebbe sputtanati su tutti i giornali del Paese. Così pagarono le spese d’ospedale per i sette feriti, allungarono alle famiglie dei morti un assegno da cinquecento dollari ciascuno, dissero al losco e piccolo pistolero di tornarsene in Georgia e aprirono un tavolo di trattative col sindacato.
Ma Nestor Lott decise di restare in zona. Ormai ci aveva preso gusto e non voleva fermarsi, sicuro del sostegno del Klan. Quel che l’aveva incuriosito era l’ininterrotta circolazione di alcolici illegali in tutta la contea: vino, birra e liquori vari, alla faccia della vicinanza del penitenziario di Stato dell’Oklahoma, McAlester, a pochi chilometri da Krebs. Nestor disse a Tony Antonelli, che prendeva appunti nel locale in cui Lott era andato a pranzo: «Lo sa che le donne vendono la birra Choc direttamente dal baule della macchina? Che la tengono in vasche piene di ghiaccio? Donne italiane, intendo, che fanno soldi con la gente che si sbronza.»
Tony si sentì avvampare, quell’imbecille neanche si era reso conto di parlare con un italiano, o forse non gliene fregava un accidente. Richiuse il taccuino e disse a Nestor che sì, anche lui sapeva di donne che distillavano Choc. «Usano il malto e l’orzo, certo, e ci buttano dentro anche del tabacco e qualche bacca, ma la gradazione alcolica è davvero bassa. I minatori la bevono come ricostituente, visto che l’acqua che gira per le miniere fa schifo, anzi in certi casi è anche tossica.»
Nestor non fece una piega. «So di certi posti dove si gioca d’azzardo e che sono tutti una truffa, col cazzo che c’è modo di vincere qualcosa. Dove le puttane ti rifilano tutte le loro malattie, e ti fanno bere della roba che si diventa ciechi. Roba che portano su da posti tipo il Messico.»
«Mai sentito di italiani a Krebs che trafficano in superalcolici,» disse Tony.
«Ma il capo della polizia è italiano,» disse Nestor. «Uno che si chiama Bassi e parla con un accento che figuriamoci se è americano, garantisco io. Che fa, quel tale, per impedire queste violazioni della legge?» Poi si mise ad aspettare una risposta, piantando su Tony uno sguardo torvo e sospettoso. In seguito Tony avrebbe riaperto il taccuino per cercare di descrivere quello sguardo accusatorio e l’odio che si tirava addosso quel saputello presuntuoso, che cercava di far rispettare una legge che non importava proprio a nessuno.
Infine fu Nestor a parlare.
«La vuole scrivere, una bella storia?»
Tony attese.
«Ha presente quel motel dalle parti di Bald Mountain? Quello grosso? Sull’altro versante di McAlester?»
«Il posto di Jack Belmont,» disse Tony.
«Proprio quello,» disse Nestor. «Voglio farci un’irruzione con i miei Raddrizzatorti Cristiani, e darci dentro. Raderlo al suolo.»
«E pensa che la polizia glielo lascerà fare?» disse Tony.
«Figliolo,» disse Nestor, «Mica mi serve il permesso, a me.»

Nessuno se n’era accorto fino all’anno scorso (e tanto meno io, malgrado conosca praticamente a memoria il film in questione), ma in uno dei capolavori del cinema noir, La fiamma del peccato di Billy Wilder, appare improvvisamente Raymond Chandler in qualità di comparsa. A tutt’oggi non esistono altre testimonianze filmate di Chandler, neanche in tv, malgrado lo scrittore sia scomparso nel 1959 (fate clic sulle foto per ingrandirle).
Qui, invece, si può ascoltare l’unico esempio registrato della voce di Chandler, impegnato in una conversazione con un altro prestigioso collega, Ian Fleming, durante una trasmissione radio della BBC. L’anno è il 1958.
Negli archivi della BBC sono custodite valanghe di testimonianze audio con scrittori inglesi e americani, molte delle quali sono state pubblicate su Cd nel 2008: si va da Eugene O’Neill a John Steinbeck, da Ralph Ellison a Sir Arthur Conan Doyle (8 minuti registrati nel 1930, in cui CD racconta come ha concepito il personaggio di Sherlock Holmes), dalla Baronessa Orczy a Rudyard Kipling, e poi Chesterton, Maugham, Virginia Woolf, Huxley, Graham Greene, per finire con Francis Scott Fitzgerald che, nel 1939, recita a memoria un passaggio dal primo atto dell’Otello di Shakespeare.

Nei giorni scorsi ho consegnato a Einaudi le bozze corrette della traduzione italiana di Road Dogs, l’ultimo romanzo di Elmore Leonard che uscirà a breve anche in Italia. Quella che vedete sopra è la copertina del paperback americano, in uscita transoceanica ai primi di maggio.
Anche il titolo italiano sarà Road Dogs, espressione del gergo carcerario usata per indicare due detenuti che, dietro le sbarre, si proteggono a vicenda. Quindi niente cani randagi o di strada eccetera eccetera.
Il romanzo, come forse molti già sapranno, è il seguito di Out of Sight, già uscito a suo tempo in Italia per un altro editore ma che sto ritraducendo proprio adesso e che presumibilmente giungerà in libreria dopo l’estate. Di conseguenza il protagonista è Jack Foley, il rapinatore “gentiluomo” interpretato al cinema da George Clooney, e anche gli altri personaggi principali saltano fuori da due vecchi romanzi di Leonard: Cundo Rey era il piccolo (di statura) criminale cubano di uno dei capolavori di Elmore, ovvero LaBrava (in italiano Dissolvenza in nero), mentre la veggente/spiritista Dawn Navarro è reduce da Riding the Rap (ovvero A caro prezzo). Tutti libri di prossima ritraduzione.
E ovviamente l’ottantacinquenne Leonard ha già inviato all’editore un nuovo romanzo, Djibouti, del quale parlerò a breve. Il tempo di leggerlo.


In occasione della ristampa di questo magnifico romanzo, una delle traduzioni di cui vado più orgoglioso (anche se a sette anni di distanza ci rimetterei volentieri le mani, sapendo quel che so adesso…), ripesco dai meandri del blog la postfazione che avevo scritto per l’uscita del libro e che è presente anche in questa nuova edizione. Non perdetevi uno dei capolavori del noir europeo di tutti i tempi, alla modica cifra di dieci euro per ben 414 pagine.
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La notte che ho lasciato Alex è uno dei grandi noir degli ultimi decenni. Uscito in Francia nel 1997, è stato edito in Italia nel 2003 da Meridiano Zero, con la traduzione del sottoscritto e di Jean-Pierre Baldacci. Meridiano Zero sta pubblicando, da tempo, tutte le opere di Pagan, la cui lettura è calorosamente consigliata. Il volume include anche una mia postfazione, che riporto qui di seguito.
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Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi
(Walt Kelly, Pogo, 1971)
Hugues Pagan non è tipo da restare troppo a lungo nello stesso posto: paese, città, lavoro che sia. I punti più significativi della sua biografia e della sua attività professionale mettono in evidenza una personalità segnata dall’irrequietezza, pari a quella che muove molti dei suoi personaggi, e in particolare l’anonimo funzionario di polizia protagonista di La notte che ho lasciato Alex (Dernière station avant l’autoroute, 1997): romanzo che mette finalmente a disposizione anche del lettore italiano l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con Dead End Blues (L’étage des morts, 1990) e proseguita con Quelli che restano (Tarif de groupe, 1993), a degna conclusione di uno dei risultati più alti mai raggiunti dal polar francese.
Come l’io narrante dei tre romanzi – che solo nel secondo volume della trilogia, casualmente ma non troppo, qualcuno chiama «Chess» – anche Pagan è un figlio dell’Algeria successivamente emigrato in Francia: un pied-noir, come Albert Camus e Martial Solal. E proprio com’è capitato a Camus nella letteratura e a Solal nel jazz, anche per Pagan l’emigrazione verso la matrigna Parigi finisce per produrre una personalità complessa, contraddittoria, alla continua e consapevole ricerca di un irraggiungibile punto d’arrivo, non solo fisico, ma anche artistico.
E come il suo protagonista, anche Pagan è stato poliziotto, negli anni in cui le istanze rivendicate dal Maggio francese si mescolavano con l’utopia di poter creare un’amministrazione della giustizia non più legata mani e piedi al potere e alla corruzione. E come l’enigmatico Chess, anche Pagan ha dovuto ben presto fare i conti con l’avidità di una classe dirigente senza scrupoli e con la feroce disillusione di chi si vede a poco a poco emarginato per non voler scendere a compromessi. Pagan ha deciso di reagire diventando scrittore a tempo pieno; il suo personaggio, invece, ha pensato di combattere l’emarginazione e gli orrori emarginandosi da solo e per scelta, confinandosi in una sorta di terra di nessuno, il turno di notte, la cui forzata inversione dei ritmi biologici finisce per costringerlo, ipnotizzarlo quasi, in un limbo psicologico, in una navigazione a vista in cui niente e nessuno è ciò che sembra.
Inevitabile, quindi, che il tema centrale di La notte che ho lasciato Alex, al pari dell’intera opera narrativa di Pagan, sia una volta di più lo sradicamento dell’individuo, con tutto quel che ne consegue: rifugi fittizi o temporanei, mentali o materiali, difficoltà di adattamento, autocommiserazione, desiderio di fuga. Il poliziotto di Pagan, per scelta e fatalità, è sempre un reduce, ossessionato e manovrato dal passato, una sorta di dangling man, di uomo in bilico di bellowiana memoria, che racchiude in sé il germe dell’autodistruzione e, per certi versi, finisce per contaminare anche chi ha la sventura di stargli attorno. Significativo, in questo senso, l’epiteto di baltringue che l’anonimo ispettore si attribuisce a ogni piè sospinto, e la cui connotatzione negativa ma allo stesso tempo quasi romantica di persona che affronta le situazioni fuggendo, è una delle chiavi di lettura dell’intera trilogia.
La cosa più sorprendente – ma forse non più di tanto, visto lo sradicamento di cui si è fin qui parlato – è che Pagan, malgrado si trovi perfettamente a suo agio nelle piovose atmosfere del polar transalpino, è scrittore di impostazione molto americana, con una vastissima gamma di influenze che vanno dagli anni ’20 (il prediletto Dashiell Hammett) agli anni ’70 e ’80 (James Crumley, Jim Nesbit, James Lee Burke, Charles Willeford) passando, com’è ovvio, per la grande scuola anni ’50 di autori come Day Keene, Harry Whittington, Jim Thompson, Gil Brewer, Charles Williams, per i quali è stato spesso difficile distinguere tra vita privata e produzione letteraria, tanto i due aspetti hanno finito col fondersi, il più delle volte in maniera rovinosa.
E non è difficile trovare, nella trilogia di Pagan, straordinarie affinità con l’opera di un autore tanto grande quanto misconosciuto da noi, ovvero lo statunitense Kent Anderson, la cui biografia presenta singolari punti di contatto con quella dello scrittore franco-algerino (guerra del Vietnam da una parte, d’Algeria dall’altra; un travagliato ritorno alla vita civile e la scelta di entrare in polizia, in entrambi i casi; la decisione, infine, di mollare tutto per dedicarsi solo alla letteratura). I due romanzi di Anderson, Sympathy for the Devil (1987) e il celebrato Night Dogs (1996), uno dei testi più importanti del noir americano del dopoguerra, affrontano anch’essi, e in maniera se possibile ancor più diretta e brutale, i temi del reducismo, dello sradicamento, della disillusione, della delusione per il lavoro di polizia.
Il bello è che nelle mani di un autore meno abile di Pagan tutta questa enorme quantità di stilemi del noir più regolamentare finirebbe col diventare un’orrida miscela di situazioni già viste e di battute già sentite: la forza del nostro autore, paradossalmente, sta proprio nel correre con grande virtuosismo sul filo del rasoio, sempre in bilico tra il sentimentalismo più sfrenato e la retorica più furibonda, tra la caduta di gusto e la cartolina illustrata. E il suo grande merito sta nel saper distillare, dalle scorie di centinaia di romanzi noir, di film e di blues, una narrativa che si sorregge grazie a una forma morale non comune, svicolando agevolmente dal pericolo dell’oleografia a buon mercato.
Il mondo di Pagan, come quello di Anderson, è popolato da zombi. Non è un caso che la catarsi dell’ispettore debba passare per un forzato soggiorno in manicomio; ancora meno lo è la trasformazione, anche fisica, cui dovrà sottoporsi Alex per riacquistare dignità agli occhi del protagonista. E, mentre il libro sembra essersi avviato a uno sconcertante happy end, Pagan ci lascia con un’ultima, definitiva stilettata: Benvenuti nel mondo dei morti. Il baltringue che decide di fermarsi, di mettere radici lo fa a prezzo della sua identità personale.

E anche questo è andato (l’ho consegnato all’editore, intendo). Per l’edizione italiana del libro non resta che aspettare un paio di mesi; per il film, che George Clooney si decida a vestire di nuovo i panni di Jack Foley, visto che Leonard ha scritto questo romanzo proprio per lui (ma pare che il buon Giorgio si stia facendo desiderare e che la produzione abbia detto: No George, no movie…).

Un uomo viene un bel mattino, — e qual uomo! il primo arrivato, l’ultimo venuto, senza passato, senz’avvenire, senza genio, senza gloria, senza prestigio, è un avventuriero? è un principe? quell’uomo ha le mani piene di danaro, di biglietti di banca, di azioni di strade ferrate, di placche, di decorazioni, di cariche; quell’uomo si abbassa verso i funzionari e dice loro: funzionari, tradite.
I funzionari tradiscono. — Tutti senza eccezione? — Sì, tutti.
Egli si rivolge ai generali e dice: generali, massacrate.
Ed i generali massacrano.
Egli si dirige ai giudici inamovibili e dice: — Magistratura, io infrango la Costituzione, io mi spergiuro, sciolgo l’Assemblea sovrana, arresto i rappresentanti inviolabili, vuoto le casse pubbliche, sequestro, confisco, bandisco chi mi dispiace, io deporto a capriccio, mitraglio senza intimazione, fucilo senza giudizio, commetto tutto ciò che si è convenuto di chiamar delitto, violo tutto ciò che si chiama diritto, guardate le leggi, esse stanno sotto i miei piedi.
Victor Hugo, 1851

Periodo di mie uscite, questo; a breve – direi martedì prossimo – giungerà in libreria il nuovo romanzo di Don Winslow.
In uscita a inizio marzo
pp. 366, € 18,50
Traduzione di Luca Conti
Tra mistica del surf e crimine organizzato, torna l’autore de Il potere del cane e L’inverno di Frankie Machine, in un romanzo che ha la misteriosa energia di una grande onda. Da cavalcare fino all’ultima pagina.
Ex poliziotto, ora investigatore privato, Boone Daniels non chiede molto alla vita: gli basta uscire all’alba con la sua tavola da surf insieme alla sua inseparabile pattuglia di amici, e avere sempre sotto mano una tortilla da riempire di carne, pesce, uova, quel che capita. Quando lo studio legale per il quale lavora gli chiede di rintracciare una spogliarellista, testimone chiave in un caso di truffa a un’assicurazione, Boone ha un solo scopo: risolvere il caso entro quarantott’ore al massimo, e comunque prima che su Pacific Beach si abbatta la piú grande mareggiata degli ultimi anni. Ma a San Diego, la città del sole e dei surfisti, niente è mai semplice come sembra, e il Messico è sempre troppo vicino: basta poco davvero perché un’indagine di poco conto si trasformi in una discesa all’inferno, che costringerà Boone a fare i conti una volta per tutte con il suo passato.
Boone Daniels, ex poliziotto, ora investigatore privato, nato su una tavola da surf
Sunny Day, una vera California Girl, ma sa cavalcare l’onda come nessun altro
High Tide, centosettanta chili di carne e muscoli samoani, quando si tuffa è alta marea
Dave the Love God, bagnino di salvataggio, una collezione di turiste da fare invidia
Johnny Banzai, sangue giapponese, poliziotto, re delle parole incrociate
Hang Twelve, rasta bianco, patito del surf, sei dita per piede

Parecchio tempo fa avevo pubblicato, su questo sito, una serie di copertine originali di gialli celebri e meno celebri che ho raccolto nel corso degli anni. Visto che l’idea era piaciuta, e stimolato dagli scambi di immagini che ho avuto nei giorni scorsi con Giovanni Zucca, Stefano Di Marino, Giuseppe Lippi e altri amici, ho pensato di mettere su un blog dedicato per l’appunto alle copertine dei libri di casa (e questo significa che potrò andare avanti per anni…).
Il blog si chiama Il giallo in copertina, e lo trovate qui.


In libreria da martedì 23 febbraio. 296 pagine, 18 euro. Traduzione di Luca Conti.
Riporto anche la quarta di copertina, perché questa volta l’ho scritta io.
Se è vero che il nuovo noir americano del dopo-Vietnam riscrive in versione moderna i grandi temi della mitologia della frontiera, La cattiva strada ne rappresenta uno degli esempi migliori: sperdute cittadine del Montana con tanto di saloon e squallidi alberghetti, duelli alla Mezzogiorno di fuoco, donne fatali e un lacerante cammino verso la redenzione. Dal distillato di questa poderosa miscela nasce uno dei piú riusciti romanzi di James Crumley.
«Sugli stolti e sugli ubriaconi vegliano gli dèi in persona», scriveva James Crumley nell’Ultimo vero bacio, ma tutto questo non sembra valere per Milo Milodragovitch, reduce dal clamoroso fallimento professionale e umano del Caso sbagliato e ridotto a sbarcare il lunario come guardia giurata, nell’attesa di entrare in possesso della cospicua eredità paterna. E proprio le antiche scappatelle di suo padre lo trascinano in un nuovo caso, ancor piú intricato del precedente: Sarah Weddington, amante occasionale del defunto Milodragovitch senior, gli offre un banale ma poco chiaro lavoretto di sorveglianza e pedinamento che innesca ben presto una folle spirale di violenza. Milo si trova cosí invischiato nella ragnatela di fascino e lusinghe ordita da tre donne di grande carattere e personalità, ciascuna delle quali sembra avere misteriosi legami con la storia e i beni della famiglia Milodragovitch. Tra cadaveri e complotti, Milo è costretto suo malgrado a districare una matassa apparentemente insolubile, che lo porterà ancora una volta a masticare fino in fondo il sapore amaro della Cattiva strada.
Texano di nascita ma anima perennemente on the road, James Crumley (1939-2008) è considerato il maggiore esponente della narrativa hard-boiled americana degli ultimi trent’anni. Dei suoi nove romanzi, a turno dedicati agli stravaganti detective Milo Milodragovitch e C. W. Sughrue, Einaudi Stile libero ha finora pubblicato Il caso sbagliato, L’ultimo vero bacio, La terra della menzogna, Una vera follia e La cattiva strada.

Con estremo piacere, segnalo uno splendido articolo di Giovanni De Matteo sull’Ultimo vero bacio di James Crumley. Leggetelo, ne vale la pena. Lo trovate qui.

Non ho ancora visto la copertina dell’edizione italiana – così inserisco quella dell’edizione originale (1983); un po’ malconcia, ma me la porto dietro fin da allora e le sono molto affezionato – ma la mia nuova traduzione del secondo romanzo che Crumley ha dedicato a Milo Milodragovitch è in arrivo in libreria tra una decina di giorni, più o meno.
Ne approfitto per segnalare, salvo equivoci, che il libro era già uscito in Italia per Mondadori nel 1994 come Dalla parte sbagliata, e che Einaudi ha ritenuto di cambiarne il titolo in La cattiva strada per evitare confusione con Il caso sbagliato, che ho ritradotto l’anno scorso (io avevo proposto di lasciare Dancing Bear, per motivi che appariranno chiari alla lettura del romanzo, ma non è andata così).
