LAST OF THE INDEPENDENTS

LUCA CONTI'S ONE-MAN BAND

JAMES CRUMLEY: UN RICORDO


«Ormai è fatta. Non è detto che questa sia la mia ultima terra. In gola ho ancora il sapore dell’orso, amaro del sangue degli innocenti; e nei recessi del mio vecchio cuore riesco ancora a ricordarmi il gusto dell’amore. Forse mi trovo qui solo per riposare. Per farmi un po’ di birre ghiacciate, al calduccio. Ma non importa quale sarà la mia ultima terra, perché le mie ceneri sono destinate a tornare nel Montana. Forse ho solo smesso di cercare l’amore. O forse no. Forse me ne andrò a Parigi. E chi lo sa? Ma col cazzo che me ne tornerò in Texas».

Il ricordo dello scrittore nelle parole di Luca Conti sull’Unità.

L’ultimo bacio di James Crumley

A ripensarci, pur in un momento così triste, è quasi impossibile trattenere un sorriso. Tanto più dopo aver scambiato i comuni ricordi di James Crumley con un bel po’ di suoi colleghi scrittori: tutti quanti (compreso il sottoscritto, che lo traduceva ormai da anni e continuerà a farlo) l’abbiamo incontrato nello stesso modo. Ovvero entrando in un bar, in Italia o negli Stati Uniti, che fosse durante un festival letterario o a una convention di giallisti. Se Crumley era tra i presenti, garantito che potevate trovarlo appollaiato su uno sgabello, davanti al bancone, oppure seduto a un tavolo in fondo al locale, circondato da bottiglie quasi sempre vuote. Come a Courmayeur, in una vecchia edizione del Noir in Festival, quando la sua sagoma da orso in miniatura – piccoletto, ma con la pancia del grande bevitore e un torace da peso massimo – era la prima cosa che si scorgeva rientrando in albergo, a qualunque ora del giorno e della notte.

Il bello è che la gente si teneva a debita distanza, qui e in America, perché lo scambiava per un tipo inavvicinabile, pronto magari a far scoppiare una rissa per un nonnulla, proprio come capita nel primo capitolo dell’Ultimo vero bacio, il suo capolavoro e uno dei romanzi fondamentali della letteratura americana del Novecento (tutta la letteratura, intendo, non solo quella di genere). Invece James era una persona dolcissima e affettuosa con la quale, certo, forse non era così facile andare d’accordo – e le quattro mogli prima dell’ultima, Martha Elizabeth, sono pronte a testimoniarlo – e con la straordinaria capacità di non prendersi sul serio, pur conoscendo benissimo il proprio valore. E, soprattutto, era un grande raccontatore di storie, forse ancora meglio che su carta: una miniera inesauribile di aneddoti, di esperienze incredibili (di guerra, di droga, di alcol) che si stentava a credere potessero essere capitate a una persona sola. La cosa singolare è che Crumley parlava quasi sempre e solo di se stesso, non certo per vanità, ma perché anche questo faceva parte della sua attività letteraria. Mettere le parole su carta era, per lui, un passaggio secondario. «I miei libri li ho tutti qui in testa,» fu una delle prime cose che mi disse. «Scriverli è un’altra faccenda, e non è sempre detto che vada a buon fine. Ne ho uno, per esempio, che mi sto portando dietro dal 1969, un grande romanzo sul Texas che quasi sicuramente non finirò mai. L’ultima volta che ho dato un’occhiata al manoscritto ero arrivato a ottocento pagine… e a quel punto le ho gettate nel fuoco. È vero che mi ero appena fatto una canna, ma ci ho messo due ore, a bruciarlo tutto.»

Forse è stata proprio la sua perenne insoddisfazione a produrre almeno due tra le pietre miliari dell’hard boiled: il già citato L’ultimo vero bacio, uscito nel 1978, e il precedente Il caso sbagliato, del 1975, che riapparirà tra breve nelle librerie italiane dopo un’assenza di quasi vent’anni. E, se L’ultimo vero bacio ha rivoluzionato il genere proprio come si rivolta un calzino, a partire dal suo leggendario primo capoverso – che Crumley sosteneva di averci messo solo otto anni a scrivere – Il caso sbagliato rappresentò, per i pochi che lo lessero all’epoca e per i tanti che lo hanno amato nel corso del tempo, il primo colpo di piccone assestato alle convenzioni ormai stantie del poliziesco americano: un improbabile investigatore privato che campa malamente con le cause di divorzio, fotografando coppiette abusive nei motel, che vive in un perenne stato etilico rinforzato da larghe dosi di marijuana e, quando capita, di cocaina, che indaga non per ristabilire la legge ma per amore dei soldi e per placare la solitudine, che passa da un bar all’altro circondato da una galleria di personaggi sfigati e marginali, reietti come lui ma ancora pieni di dignità personale in una società sfasciata dalle tragedie della Corea e del Vietnam.

È stato James Crumley a cambiarmi la vita. Ho deciso di fare questo mestiere, anni fa, nella speranza di poter tradurre un giorno L’ultimo vero bacio. È davvero andata così: e, come dice la celebre canzone di Gershwin, Who could ask for anything more?

Luca Conti, da «L’Unità» del 19 settembre

( anche su www.einaudi.it)

12 risposte a JAMES CRUMLEY: UN RICORDO

  1. candlebob 19 settembre, 2008 alle 18:58

    Posseggo gelosamente la prima edizione di tutto Crumley tradotto ma adesso che lui se n’è andato e dopo aver letto il tuo blog rileggerò le nuove edizioni con grande interesse. Non potresti tarmare qualche editore caldeggiando la pubblicazione dei lavori di Crumley non Sughrue/Milo ? Magari lo stai già facendo. Sono inciampato nel Tuo blog perchè cercavo qualcosa di meglio dei coccodrilli del corriere e del messaggero (ahimè, non leggo più l’unità dalla cacciata di Colombo) e di meglio ho trovato. Grazie.

  2. lconti 19 settembre, 2008 alle 19:48

    I diritti di tutta l’opera di Crumley sono da diversi anni passati a Einaudi che, dopo aver fatto uscire i due nuovi romanzi (La terra della menzogna e Una vera follia), sta man mano ripubblicando anche il resto, con nuove traduzioni.

    Per ora è uscito L’ultimo vero bacio, sta per uscire Il caso sbagliato e il prossimo che dovrò ritradurre sarà Dancing Bear (Dalla parte sbagliata, nella vecchia edizione Mondadori). Poi toccherà a Bordersnakes/Il confine dell’inganno e a The Mexican Tree Duck/L’anatra messicana.

    Di romanzi senza Sughrue e/o Milo esiste solo One to Count Cadence/Uno per battere il passo, che la Esedra dovrebbe avere ancora in catalogo. Io, comunque, ho proposto già da tempo a Einaudi di raccogliere in volume tutti i racconti di Crumley, cosa che non è mai stata fatta nemmeno negli USA. Vediamo come andrà a finire.

    ciao, a presto
    LC

  3. Jimbose 19 settembre, 2008 alle 21:47

    Ho scoperto Crumley da poco. Ci sono arrivato passando da Lansdale e McCarthy. Lansdale dice che il Texas più che un luogo geografico è uno stato dell’animo. Per colpa di questi tre, in questo Texas ci sono rimasto intrappolato.

    Chiedo a te una cosa, Luca: Abraham Trahearne altri non è che Crumley stesso, o no?

  4. lconti 19 settembre, 2008 alle 21:57

    No, Trahearne è in larga parte costruito sulla figura di Richard Hugo, come cercavo di spiegare nella postfazione all’Ultimo vero bacio (che puoi comunque trovare per intero anche su questo blog).

    ciao, a presto
    LC

  5. Jimbose 20 settembre, 2008 alle 07:00

    L’avevo scordato. È che appena ho visto le foto di Crumley, ho rivisto Trahearne così come l’avevo immaginato.

    Ciao

  6. Franco 20 settembre, 2008 alle 08:02

    Caro Luca,
    annichilito per la perdita del grande Crumley, ti faccio i complimenti per il bellissimo ricordo da te scritto sull’Unità e attendo trepidante le nuove uscite di JC per Einaudi, sperando ovviamente di poterti salutare di persona al più presto.
    Ciao
    Franco

  7. candlebob 20 settembre, 2008 alle 12:26

    Quella dei racconti è un’idea grandiosa. Ma mi chiedevo se c’è qualche speranza di vedere tradotti Pigeon Shoot, Whores e Muddy Fork and other things…
    Grazie ancora e buon lavoro.

  8. lconti 20 settembre, 2008 alle 14:51

    Be’, gran parte dei racconti di Crumley è contenuta, assieme ad altro materiale, in Muddy Fork e Whores, più diverse cose degli ultimi anni uscite su antologie collettive e parecchio materiale rimasto inedito per volontà dell’autore. Pigeon Shoot è una sceneggiatura cinematografica. Comunque, ripeto, cercherò di convincere Einaudi a ragionare su un’operazione del genere. I racconti suscitano sempre qualche sospetto, nelle case editrici, ma il buon successo di quelli western di Elmore Leonard mi lascia qualche speranza.

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